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Liberalizzare, se non ora quando?



Paolo Gentiloni




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Nella nostra tradizione politica, la compenetrazione tra il mondo della politica e la Rai è talmente forte che non si traduce solo nella nomina del Cda o nelle lottizzazioni, ma continuamente sollecita ed interpella i partiti, i loro responsabili, i quali non si sottraggono - in virtù dei meccanismi tipici della "visibilità" - a intervenire, a interloquire, a dire la loro in materia di servizio pubblico televisivo. Quanto più questo problema è radicato nella nostra tradizione, tanto meno la cura necessaria alla sua eliminazione è immediata.

Io non ho firmato l'appello, eppure lo condivido tutto, a partire dalla sollecitazione del titolo: Se non ora quando?. Sono parole che ci suggeriscono di avere un'attenzione particolare all'eccezionalità della realtà che stiamo vivendo; parole in cui si può cogliere l'evidenza di una situazione che è, oggi, figlia del cambiamento dal sistema proporzionale al maggioritario e del modo in cui il rapporto tra la politica e la Rai si è modificato con l'evoluzione del sistema politico.

Negli anni di governo dell'Ulivo questo cambiamento è stato tenuto sotto controllo, è avvenuto in forme striscianti, prudenti, non clamorose. Con la nuova legislatura abbiamo invece assistito ad un'esplosione del problema, che traduco in tre dati molto semplici. Il primo riguarda il conflitto di interessi. Il secondo l'idea che esista un ministro della Rai, un ministro della televisione; ricordo a questo proposito che precedenti ministri delle comunicazioni non avevano mai fatto dichiarazioni sui programmi televisivi, sui conduttori o sugli ascolti: si occupavano del sistema televisivo, non dei programmi. Il terzo elemento che mi pare essenziale nella descrizione dell'attuale situazione della Rai riguarda la composizione del Cda in carica e le dimissioni dei consiglieri.

Dell'appello io condivido tutto, ho detto, a partire dalla volontà di allontanare i partiti dalla Rai, una posizione strettamente collegata alla neutralizzazione del vertice dell'azienda. Non è questa un'esigenza ed una volontà che coinvolgono soltanto l'opposizione, anche la maggioranza ha interesse ad appoggiare per le nomine un percorso legislativo più accelerato ed autonomo; eppure aperture in questa direzione non se ne sono ancora viste.

Esiste una strada che bisogna iniziare a percorre, ed è quella della liberalizzazione, parola che preferisco rispetto alla "privatizzazione". Liberalizzare vuol dire pensare un meccanismo che introduca una reale forma di competizione, una concorrenza vera che metta fine ad un sistema in cui due soggetti detengono il 97% delle risorse pubblicitarie.
Finora le aperture della maggioranza sono modestissime, e si traducono, per il momento, nel solo disegno di legge Gasparri che non fa altro che riporre fiducia nel completo avvento del digitale, nella speranza che si realizzi un paradiso che gli esperti vedono molto lontano, se non proprio irrealizzabile.

 

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