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Questa tv è una vera malattia



Raimondo Cubeddu




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Due sono gli elementi dell'appello promosso da Reset che hanno colpito la mia attenzione: la privatizzazione della Rai e la neutralizzazione politica dei suoi vertici. La situazione che alcuni definiscono una telenovela - e che Giancarlo Bosetti ha chiamato "demone perverso" - è in realtà un tumore che dopo aver lacerato per lungo tempo le istituzioni italiane, le sta ora distruggendo. Il controllo della Rai e dell'informazione, infatti, si sta sempre più identificando - a torto o a ragione - con la conquista del potere politico. Lo stesso meccanismo che affida ai presidenti di Camera e Senato la scelta dei consiglieri di amministrazione si è trasformato in una competizione all'interno delle fazioni della maggioranza.

La conseguenza è che, anche se concepito per rispondere ad esigenze di garanzia istituzionale, l'attuale sistema costringe i due presidenti, talvolta con entusiasmo, tal'altra con disappunto e con crescente irritazione, a partecipare a ciò che politici e opinione pubblica considerano l'obiettivo primario della competizione politica italiana.

Il nodo centrale della discussione sulla televisione si è spesso spostato sull'equilibrio dell'informazione, dei tg e dei giornali radio. Ma penso che sia un falso problema, o comunque non il più impellente. Alla luce dei fatti esiste una pluralità di informazione che rende possibile la presenza in video e sulle radio di opinioni molto diverse.

E' invece preoccupante che in molti orari dei palinsesti televisivi non si riesca a cogliere una netta differenza tra le trasmissioni della Rai e quelle di Mediaset. Non è l'informazione a rappresentare il punto più problematico della televisione, quanto invece quei programmi che contribuiscono alla formazione del costume. Banalizzazione, sesso esibito in grandi quantità, violenza, sono questi i temi ricorrenti sugli schermi della tv che contribuisce alla distruzione programmatica e progressiva di un tessuto di convivenza civile.

Come possiamo allora pensare di avere vertici Rai virtuosi quando viviamo in un sistema di opinione pubblica in cui la virtù ormai non esiste più ed ha lasciato spazio alla sola esibizione?
Di fronte a tutto questo non credo che la privatizzazione sia una soluzione adeguata, mi pare anzi una proposta che reca un rischio di trasformarsi in una spartizione di reti, in un assemblaggio di nuovi assetti proprietari tali che a Berlusconi resti il suo e l'opposizione abbia, attraverso altri gruppi di imprenditori una "televisione di opposizione".

Mi piacerebbe poter guardare una televisione diversa, che non parli sempre del passato, che non metta in mostra nefandezzee sconcerie, che mi racconti cosa è avvenuto nelle scienze sociali negli ultimi decenni. Sarebbero necessari, allora, controllori che badino alla qualità dell'informazione culturale. Ma come pensare che le trasmissioni "spazzatura" non intervengano nella formazione dell'opinione pubblica, dei gusti, del costume? Possiamo essere convinti che non abbiamo bisogno di persone che sappiano controllare la produzione televisiva? E come fare in modo che queste persone siano davvero indipendenti nelle loro decisioni da ogni influenza politica?
Condivido l'appello e le iniziative che sostiene, ma allo stesso tempo non possiamo nasconderci i problemi e gli interrogativi che lo stesso appello solleva.

 

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