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Le ragioni dell'appello di Reset



Giancarlo Bosetti




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L'appello di Reset


L'iniziativa dell'appello "Via i partiti dalla Rai" partito da Reset ha trovato subito una serie di consensi, fra i quali quelli di Angelo Agostini, direttore di "Problemi dell'informazione", Massimo Bordin direttore di Radio Radicale, Franco Chiarenza della Fondazione Einaudi, Furio Colombo, Umberto Eco e Luciano Gallino e altre significative personalità della cultura e della comunicazione che trovate elencate qui accanto. La qualità e varietà delle adesioni mi hanno spinto a proseguire, a tentare un approfondimento. Questi consensi sono venuti da parti diverse, a testimonianza di un problema sentito come una situazione insostenibile, dal punto di vista democratico, dal punto di vista della natura e qualità del servizio pubblico, dal punto di vista del peso che questa questione ha sulla vita politica, aggiungendosi e intrecciandosi con il ben noto problema del conflitto di interesse relativo alla situazione del Primo Ministro, proprietario di Mediaset.

Il problema della RAI ha però una sua specifica dimensione ed è, secondo me, ed evidentemente secondo gli altri che hanno sottoscritto questo documento, un esempio superbo, diciamo superbo per nitore esemplificativo, che c'è qualcosa che non va sul piano dell'assetto istituzionale. Stesse preoccupazioni le ha espresse il Presidente della Repubblica nel discorso di fine anno e in altre occasioni. Si tratta di una lacuna che riguarda il capitolo dell'eccesso di radicalismo del conflitto politico da una parte, e ancora di più dell'eccessiva estensione dei compiti attribuiti alla politica, in una fase, come noto, di transizione non completata dal sistema proporzionale al sistema maggioritario.

Vi riassumo i punti cardinali del documento:

1 che si metta fine alla coazione a ripetere un errore che rischia di indurre il sistema televisivo italiano verso una situazione inaccettabile dal punto di vista della democrazia politica, del regime di concorrenza nel campo televisivo, dell'efficienza e qualità del servizio pubblico

2 per mettere fine questa coazione è necessario che i partiti non designino candidati al Consiglio di Amministrazione

3 che si attivi un percorso legislativo che porti a un nuovo metodo di nomina dei responsabili del servizio pubblico radiotelevisivo e che questo metodo sia ispirato al criterio della neutralità amministrativa, dell'equilibrio, del rispetto dei valori professionali e della distanza dalla politica e dai partiti

4 che i poteri di nomina dei vertici del sistema pubblico radiotelevisivo vengano affidati a un'entità amministrativa indipendente e che vengano adottate misure adatte a raggiungere l'obiettivo della neutralizzazione: allungare la durata del mandato, differenziare le scadenze rispetto alle elezioni politiche, eventualmente anche separare la nomina nel tempo di ciascun singolo consigliere di amministrazione

5 nell'immediato, e questa è una richiesta che si rivolge ai presidenti della Camera e del Senato, che non ascoltino eventuali indicazioni che dovessero provenire da forze politiche e che scelgano autonomamente personalità dotate di cultura istituzionale, di indipendenza di giudizio, di professionalità e di quel corredo di doti tale da prefigurare il futuro assetto della Rai che abbiamo in mente.

Qualche osservazione di corredo e l'esame di una o due obiezioni:

La prima obiezione riguarda il conflitto di interesse: c'è chi dice che con questa proposta si trascura che il problema essenziale della situazione italiana, quello che appare mostruoso, è la posizione di Berlusconi più che la normativa che regola la vita della RAI. Risposta a questa osservazione: la situazione della Rai, ad avviso mio e devo presumere dei sottoscrittori di questo documento, sarebbe un problema in sé anche qualora non avessimo un problema di conflitto di interessi e non avessimo questo primo ministro. Il conflitto di interesse agisce come moltiplicatore dell'evidenza, che raggiunge livelli esplosivi quando il proprietario del monopolio privato vince le elezioni.

Ma non è accettabile come normalità quella situazione che c'è anche quando la maggioranza è un'altra, quella di centrosinistra. In quel caso la situazione presenta un qualche maggiore equilibrio, ma un equilibrio diabolico che contiene in sé la possibilità di un rovesciamento, un equilibrio perverso e comunque a rischio.

Altra obiezione è quella di chi dice che il nostro appello "non è realistico": i partiti non rinuncerebbero mai ai benefici di questo controllo; è come, si dice, se proponessimo a un tossicodipendente di uscire dalla dipendenza e sostenessimo che non ce la farà mai perché è tossicodipendente. Ma certi vizi si possono abbandonare. Io potrei fare l'esempio dei fumatori di tabacco, se non temessi di offendere qualcuno: esistono alcuni fumatori che si propongono di smettere di fumare e tra questi alcuni non ci riescono e altri sì. Quale utopia?

Fuori di metafora, le forze politiche di centrosinistra e centrodestra devono accettare una critica per la loro condotta. Non mi riferisco tanto alla prima Repubblica, all'epoca della lottizzazione, in pieno regime proporzionale. Mi riferisco all'ormai lungo periodo che ci separa dall'inizio del sistema maggioritario, perché lì il vizio poteva essere abbandonato, e quindi dobbiamo esaminare criticamente il fatto che non sia stato così, a partire dalla fine del Consiglio di Amministrazione dei professori presieduto da Dematté.

Credo che sulla necessità di questa svolta le forze politiche possano convergere, facendo ammenda per il passato e applicandosi a un nuovo comportamento, e credo che una svolta in questo senso corrisponda al loro realistico interesse, non sia solo utopia: mantenere sistematicamente il servizio pubblico all'interno dell'area politica dei poteri che passano di mano come i ministeri o gli uffici stampa dei ministeri a ogni elezione politica, danneggia tutti, degrada il servizio pubblico e quindi la qualità dell'opinione pubblica italiana.

Ultima osservazione è quella che riguarda la privatizzazione: molti dicono, anche fra i presenti, che la privatizzazione è la strada maestra che può risolvere il problema del sistema radiotelevisivo. Io sono dell'opinione che la privatizzazione è una strada importante che deve pure essere percorsa per risanare la situazione, ed è scritto anche nel documento. Quindi la privatizzazione va perseguita, ma non è una soluzione magica o istantanea: prima di tutto perché è molto difficile in sé e non è realizzabile per decreto, in quanto occorre un concorso di fattori, di attori sociali ed economici che non sono nella disponibilità piena della politica. Non voglio qui aprire un altro tavolo di discussione sul tema della privatizzazione, però constato che per lo più attualmente lo slogan, la parola d'ordine "privatizzazione" viene impiegata sempre più spesso, e rischia di diventare, un rumore di fondo che accompagna lo status quo e quindi il regime di occupazione politica e di controllo politico della RAI.

 

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