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Depoliticizzare la Rai, se si vuole si può



Giuliano Amato




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Abbiamo di fronte due problemi che ormai vediamo come parte di una medesima, gelatinosa matassa, ma sono distinti: il rapporto tra politica e televisione, ed il duopolio, con l'asfissia del mercato televisivo che ne deriva. Problemi distinti le cui rispettive soluzioni possono concorrere a dipanare la matassa da angolature diverse.

La Rai ha una storia che non è, ovviamente, tutta negativa. E' un'azienda ricca di professionalità, di motivazioni. Come l'Eni, che è stata un'azienda eccezionale in Italia perché sentiva molto forte la sua dimensione pubblica, la Rai si è esposta alla penetrazione della politica che ha generato al suo interno una serie di vizi. Paradossalmente, il bene ed il male, i pregi ed i difetti delle aziende del servizio pubblico sono figli della stessa matrice.

Vidi nascere il problema politico proprio all'ingresso del mio partito, il Psi, all'inizio degli anni Sessanta. Quando i socialisti entrarono alla Rai, era l'epoca del passaggio ad un sistema di pluralismo costituzionale acerbo. Nasceva una Rai che stava facendo crescere delle grandi professionalità e che cercava un suo equilibrio interno. Le forze politiche, come la nostra, che si affacciavano all'interno dell'azienda, dovevano lavorare, così la pensavo io, per allargare i polmoni culturali del servizio pubblico. Invece i partiti non hanno lasciato molto spazio all'ampliamento di visioni che producevano i programmi della Rai, ma si sono adoperati in un meccanismo che ha prodotto all'interno dell'azienda delle nicchie dentro le quali ciascuna forza politica ha posizionato persone di fiducia, dando adito ad una tendenza che a lungo andare si è dimostrata inesorabile. Il rischio che corriamo, è che questa sorta di perversione continui nel sistema maggioritario e che la malattia della lottizzazione si trasmetta dalle vecchie alle nuove abitudini della politica.

Il duopolio è stato certamente un momento di innovazione nel mercato, che ha rotto l'unicità della presenza della Rai. Ma nel corso degli anni i due competitori hanno finito con il correre, tra collusione e collisione, la stessa corsa al ribasso. Non riesco proprio a capire, ad esempio, perché gran parte della programmazione sia formata da trasmissioni nelle quali si alternano graziosissime ragazzine discinte; non solo mi sfugge il senso di questa tendenza, ma rimpiango le femministe che qualche anno fa, davanti a cose del genere, protestavano per la reificazione della donna che avveniva attraverso la televisione, e mi piacerebbe che qualcuno oggi riprendesse a gridare contro questo scandalo.

Allo stesso tempo vedo qualcosa di terribile nell'audience. Quando i soggetti che lottano per accaparrarsi il maggior ascolto possibile sono soltanto due, questi sono costretti ad andare nella stessa direzione, ad imitarsi per non perdere pubblico. Ecco allora che la depoliticizzazione e la liberalizzazione del sistema televisivo appaiono come esigenze indispensabili. Non sarà la digitalizzazione a liberarci dai mali di questa televisione. Non lo farà perché non sarà quella moltiplicazione perenne dei pani, dei pesci e dei canali che molti auspicano. Ma soprattutto non lo sarà perché, se le cose restano esattamente come stanno, anche la digitalizzazione sarà interamente conquistata dal duopolio. Se non saremo capaci di mettere in atto cambiamenti efficaci, i rischi che vediamo oggi non potranno che allargarsi come una macchia d'olio.

Sappiamo in quali direzioni muovere il cambiamento. Sono due: privatizzare e liberalizzare, in modo da creare gli spazi per altri soggetti e garantire il servizio pubblico affidandolo a qualcosa che abbia le caratteristiche di una fondazione. L'Italia ha risorse culturali sufficienti per poter gestire un ente di questo tipo senza che la politica imponga necessariamente le sue infiltrazioni. Sto parlando di una fondazione finanziata col denaro del contribuente, che non sia assillata dal pensiero dello share.

La Rai ha prodotto nel tempo molta professionalità, ora è il momento che questa abilità sia diffusa per un mercato pluralistico. Nel frattempo i presidenti delle Camere diano il buon esempio; loro hanno un ruolo istituzionale, a loro è affidata l'imparziale gestione degli affari delle rispettive assemblee. Diano il buon esempio, non ascoltino assolutamente nessuno, e facciano capire, attraverso le scelte che fanno, che loro ci credono. Non c'è una procedura da indicare, ci sono delle scelte da fare, scelte loro, che stanno al di fuori di tutte le telefonate che ricevono. Se lo fanno, si può capire che se si vuole si può, e solo se non si vuole non si può.

 

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