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Intellettuali a Milano: come eravamo



Alessandro Lanni



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Fulvio Papi, Gli amati dintorni. Filosofia, arte, politica negli specchi della memoria, Ghibli, Milano, 2001

Autobiografia di una stagione culturale e filosofica del Novecento italiano. Se dovessimo descrivere in una riga Gli amati dintorni di Fulvio Papi, questa ci sembrerebbe la definizione migliore. Racconto di un'epoca e di un ambiente intellettuale, quelli della Milano tra gli anni '60 e '70 (ma che parte dai '50 e si allunga negli '80), narrati da un testimone oculare sui generis, che in quegli anni fu protagonista in prima persona.

Papi fu interprete di quella scena, come filosofo, come insegnante, come giornalista e come politico militante (allora nel Psi). Per questo di "autobiografia" si tratta. Eppure, al tempo stesso, quella di Gli amati dintorni è una trama collettiva, che ha coinvolto molta parte della testa pensante di una città. E che è stata la cifra originale di un percorso culturale unico in Italia. I personaggi che percorrono le pagine, ognuno a modo suo, sono simboli, esemplificazioni di una storia politica e ideale che appare ormai molto lontana.

Il primo e forse il più importante attore del libro - e della stessa biografia dell'autore - è Antonio Banfi, il filosofo del quale Papi fu prima allievo e poi assistente sul finire degli anni '50. Sul filo del ricordo - una lettura consigliata, un rimprovero, una discussione sui "fatti d'Ungheria" - si compone la personalità del senatore comunista e del pensatore che fu uno tra i maggiori del Novecento italiano.

La militanza di Banfi nelle file del Partito comunista e la parallela riflessione filosofica fu un modello della "via milanese" all'engagement. L'intellettuale e, ancor di più, il filosofo militante, che delle sue idee ha fatto anche uno strumento di lotta politica e culturale, sono rievocati da Papi, se non con esplicito rimpianto, certo con una qualche nostalgia.

Oscillanti tra la filosofia e la politica sono anche i ricordi che Papi dedica ad un altro filosofo della "scuola milanese", Salvatore Veca. Del quale dice - a proposito della sua "vittoria" nel linguaggio e nelle categorie del discorso politico della sinistra contemporanea - che: "senza nulla togliere ad altri, è stato forse l'ultimo filosofo che ha giocato un'altra volta la carta del rapporto tra pensiero filosofico e azione politica".

Alla rievocazione dei personaggi si appaia la meditazione sulle idee. Papi modifica quasi in ogni pagina il registro della descrizione e dell'evocazione dei suoi amati dintorni: dall'intimistico ("Credo fosse il gennaio del 1957: dai vetri della sala dei professori della Facolta' di Lettere della Statale, entrava una luce talmente opaca...") all'analisi del pensiero piu' rarefatto. Papi cuce insieme miscrostorie vissute in presa diretta con la Storia con la "S" maiuscola. E questo vale non solo per i filosofi di professione (oltre a quelli citati bisogna ricordare i capitoli dedicati ad Anceschi, Formaggio, Dal Pra e Sini), ma anche per gli altri protagonisti che animano il libro.

L'incontro con Vittorio Sereni, poeta-professore, all'indomani dello schianto del grande Torino sulla collina di Superga; il '68 nell'università di Pavia condiviso col critico letterario Cesare Segre; le riunioni con Cesare Musatti nella Federazione milanese del Psi; Ernesto Treccani e l'arte impegnata eticamente e politicamente.

Rievocare queste figure significa per Papi non solo far riapparire la propria storia personale. Significa, certamente, tirare le somme, fare i conti con il proprio passato privato. Ma non solo. I ricordi di Papi sono anche, e soprattutto, un omaggio al ruolo pubblico, al significato che tutti i protagonisti del Gli amati dintorni hanno avuto in quarant'anni e più di centralità nella cultura italiana.

Un solo capitolo del libro di Papi non è dedicato a un uomo, ma a un'istituzione. Un luogo che interpreta e racchiude, crediamo, l'anima di una stagione ormai conclusa della vita culturale italiana. Si tratta della Casa della cultura, invenzione del Fronte popolare nel periodo post bellico. Che sotto la guida di personaggi molto in vista - il primo presidente fu Ferruccio Parri - fece discutere intellettuali e cittadini di scienza e politica, ma anche di psicoanalisi, cinema, letteratura, dodecafonia e pittura con la più grande libertà. Uno stile originale e profondamente innovativo poco apprezzato dai dirigenti comunisti del dopoguerra.

Nella Casa della cultura si sperimentò l'unione tra prassi e teoria (di "prassi teorica" parlava Enzo Paci, un altro grande allievo di Banfi, riecheggiando Husserl), tra politica e intellettuali, che arrivò fino agli anni '80, quando, almeno in certi termini, l'esperienza si concluse. La Casa della cultura è rimasta, ma si è spenta la speranza, se si può dire, di una politica più pensante e di una cultura e di una filosofia più militanti. Anche perché "scrittori, poeti e filosofi - scrive Papi - non sono più in grado di costruire una coscienza pubblica, se si dà ovviamente alla parola 'coscienza' il significato che le spetta come luogo della propria riflessione, identità, decisione e scelta." Non solo a Milano, ma in tutta Italia.

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