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La meta’ oscura



Carlo Lucarelli con Tina Cosmai




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Ci sono storie che non hanno un epilogo o una struttura definita, che ma sono un continuo percorrere i fatti, uno dopo l’altro, legati da un filo d’angoscia. Sono le storie che i romanzi noir raccontano e sono le storie di quegli aspetti oscuri della vita avvolti dal mistero che l’ambiguità dell’essere esprime.

Carlo Lucarelli riempie i suoi scritti di quest’angoscia dell’oscuro, del doppio valore - il bene e il male - che danno senso all’esistenza e le donano verità. E’ da poco tornato nella sua Bologna da Courmayeur, dove ha partecipato al Noir Film Festival (vedi articoli collegati) per presentare Edward Bunker, il grande scrittore americano di noir che dalla sua esperienza nei riformatori e nelle carceri ha tratto spunto per i suoi inquietanti romanzi.

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Lucarelli racconta ai lettori di Caffè Europa la sua storia di scrittore che mette in luce il lato oscuro dell’esistere.

C’è un motivo particolare per cui ha scelto di presentare proprio Bunker al Noir Film Festival?


Bunker mi piace moltissimo, come scrittore e come uomo. In più i suoi romanzi sono pubblicati in Italia dalla casa editrice Einaudi, per la quale pubblico anch’io e della quale sono consulente. Quando ho saputo che Bunker avrebbe partecipato al festival, mi sono candidato volontario per presentarlo. E' stato bello trovarsi di fronte ad uno scrittore che sa raccontare delle belle storie. Trovo che Bunker sia una persona sensibilissima, gentile, sembra davvero la persona più buona del mondo. Al festival, parlava con tutti e ascoltava con estrema semplicità, come uno dei personaggi di cui scrive.

Passato criminale a parte, tra lei e Bunker vi sono delle forti affinità.


La scrittura di Bunker è molto legata alla sua realtà, alla sua storia, al fatto che lui racconta cose che ha sperimentato e vissuto. Certo, è stato in galera per diciannove anni, è stato un rapinatore prima di fare lo scrittore, cosa che né io, né nessun altro autore di noir italiano ha nel suo bagaglio esistenziale. Io scrivo di vite altrui, non della mia e questa è una forte differenza. Poi ci differenzia il punto di vista, che nei miei romanzi è sempre quello dei poliziotti, degli investigatori, in Bunker invece è quello del criminale. Sono due volti, ma della stessa medaglia. Però, come lei dice, ci sono anche forti affinità fra noi: tutti e due scriviamo storie ambigue, disperate, con protagonisti ossessionati e nelle quali non si distingue facilmente il bene dal male.

Non crede che in qualche modo, anche le storie che lei racconta siano legate alla sua realtà, a quell’ambiguità che ha citato e che fa parte della vita di ognuno?


Certamente sì ma cerco di allontanarmi dalla mia storia il più possibile perché temo di emettere un giudizio troppo personale. Però certe scelte sono mie, e tanti personaggi mi risultano personalmente antipatici. Comunque tendo a stare fuori dai miei romanzi, perché sono storie di personaggi che pian piano si raccontano attraverso la loro storia. Al mio passato rubo qualcosa che possa servire a qualche personaggio particolarmente simile a me, altrimenti lascio stare, non mi ritengo poi così interessante.

Come è nata in lei la passione per il noir e per la scrittura in generale?


La passione è nata così come nasce nei lettori di questo genere. Ho letto alcuni bei romanzi gialli e noir, ho visto dei bei film e dopo un po’ mi ha è venuta voglia di provare a raccontare le cose in questo modo. Per la scrittura invece la passione c’è da sempre, come credo per quasi tutti gli scrittori. Ad un certo punto da ragazzini si comincia a scrivere… credo che la scrittura sia il mezzo migliore per raccontare storie e immagini, e quando ti accorgi di avere questa passione non riesci più a farne a meno.

Raccontare storie mi esalta, è una sensazione appagante; è bello, anche se molto faticoso e angosciante, perché bisogna scavare a fondo, non tanto in se stessi, quanto nei personaggi, e molti personaggi hanno fondi strani, verità colme di angoscia.

Nei suoi scritti traspare un forte attaccamento alla Storia e alle storie.

La Storia della quale parlo sovente è quella del periodo fascista e dell’immediato dopoguerra. La conosco bene per averla studiata meglio rispetto ad altri periodi. Mi interessa perché è ricca di contraddizioni ed è importante per la vita nazionale, lì affondano tante radici di quello che accade oggi; è un periodo molto "nero", nel senso proprio noir del termine. Poi sì, mi affascinano le singole storie dei personaggi. Un romanzo è la storia di una persona che avresti voglia di raccontare a qualcuno.

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Anche la trasmissione televisiva che lei conduce su Rai Tre, Blu notte, si ispira a casi reali e insoluti. Cosa percepisce lei nella non/soluzione?

Purtroppo scegliamo casi insoluti proprio perché è la realtà che ce li pone come tali, e a dire il vero provo fastidio nell'ammettere la non/soluzione. Ma è un modo per poter raccontare casi misteriosi. La mancanza di soluzione serve a raccontare un mistero, a distinguere queste storie da altre già narrate. Quando un caso ha soluzione, la sua storia è terminata. Il fatto che non abbia una soluzione, lo rende cifra della realtà. L’aspetto angosciante di questa trasmissione sta proprio nel fatto di arrivare a costruire e a definire il mistero e poi di non riuscire a scioglierlo.

Non crede che la non/soluzione abbia origine proprio dall' aspetto ambiguo dell’esistenza che il noir esprime?


In effetti i personaggi del noir sono sempre ambigui, molto definiti magari, ma anche ambigui. L’ambiguità segna il limite dell’indagine, perché l’angoscia che il noir esprime sta proprio nel percepire, nel penetrare la metà oscura con i mezzi che ci sono a disposizione, quelli della morale ad esempio, o della ragione, che magari poi saranno ribaltati. Oppure salterà fuori un particolare, e la metà oscura che farà in modo che si debba ribaltare il proprio giudizio e concludere che il cattivo è un altro. Ma il fattore di interesse è proprio questo: l’ambiguità, che la scrittura noir mette in scena.

Ma allora, cos’è la verità?


Questo non lo so, soprattutto perché essa è sempre accompagnata da un attributo. Per esempio c’è la verità giudiziaria, la verità investigativa, la verità personale, la verità della morale. E' difficile parlare della verità senza aggettivo. La verità è tante cose. Se pensiamo alla vita, notiamo che le verità sono tante e forse il noir ha proprio il pregio di metterle tutte in evidenza.

Quali valori esprime il noir?


Intanto ha sempre una valenza politica, o almeno sociale, perché racconta, denuncia un disagio, una inquietudine, un qualcosa che non funziona. Il noir evidenzia il rapporto tra individuo e potere, il confronto tra debole, e forte e in questo c’è la ricerca di una giustizia, quindi di un valore. Nell’ambito appunto, di quella metà oscura di cui parlavamo, il noir esprime valori negativi, cioè di contrasto; una serie di esorcismi e di ricette contro la paura, contro l’inquietudine, l’angoscia, contro il potere del potere, contro l’ingiustizia.

Ci parli del suo rapporto con Bologna come città noir.

Il rapporto che ho con Bologna è molto stretto. Vivo vicino a questa città bellissima ma caratterizzata da forti contraddizioni e soprattutto da un passato criminale. Per questo lei fa bene a definirla una città noir; è bella e vivibile, però anche cupa, oscura, con i portici, le ombre. Bologna è stata teatro di stragi, di episodi efferati, ed è per questo che offre un ottimo sfondo d’ambientazione per un romanzo noir, o almeno per cominciare a pensare le cose in maniera intrigante e misteriosa.

Però la sua scrittura è a metà tra il giallo e il noir vero e proprio. Quale differenza riconosce tra i due generi?

C’è una differenza storica, credo. Il giallo è un genere narrativo che si basa su una certa concezione della realtà, della moralità, della distinzione tra bene e male, e appartiene ad un tempo che non è più il nostro. Il noir invece è tutto questo, ma collocato in un momento in cui non v’è confine netto tra bene e male. Le persone sono grigie, non sono né nere, né bianche, e vige un’atmosfera molto cupa, razionale, angosciante. Io mi colloco meglio in questo spazio narrativo oscuro, indefinito, come più o meno tutti gli scrittori del mio periodo, del mio tempo.


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