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Uno strumento per decifrare la realtà



Giorgio Gosetti con Paola Casella




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Anche quest'anno Il Noir Film Festival ha riunito a Courmayeur alcuni dei nomi più importanti del cinema e della letteratura noir internazionale, da Edward Bunker, sui cui thriller sono basati film di culto come Le iene e Animal Factory, a John Le Carré a Kathy Reichs (vedi articoli collegati), l'esperta di medicina legale e autrice di best seller noir che sta contendendo a Patricia Cornwell lo scettro di regina del genere "tavolo da obitorio".

Tredici i film in concorso, tutti inediti in Italia e in Europa, più alcune anteprime da Hollywood, il ritorno dello 'scandaloso' Takashi Miike e la conferma del nuovo cinema italiano, rappresentato al Noir dalla banda Salvatores al completo. In parallelo il concorso Corti di Paura selezionato da Leonardo Gandini, che i lettori di Caffè Europa conoscono come il nostro inviato alla Mostra del cinema di Venezia.

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Il programma ha incluso anche fiction e cronaca televisiva, con un progetto a cura di Gaetano Savatteri dedicato a 'Le inchieste del Noir: falsi e segreti', perché, afferma Giorgio Gosetti, che dirige il Festival insieme a Emanuela Cascia e Marina Fabbri, "un festival culturale deve fare i conti con la televisione e domandarsi, in un momento in cui la televisione sta profondamente cambiando, in che direzione vada il cambiamento, perché mentre il piccolo schermo si trasfomerà, ci trasformerà."

"Il nostro maggiore cruccio", continua Gosetti "è che il Noir Film Festival, proprio perché sviluppa l'incrocio di vari piani e linguaggi, fa un'enorme fatica a trovare un adeguato riscontro sui media. Non esiste ancora un sistema di informazione abituato ai linguaggi misti: l'informazione culturale conserva una gerachia e una struttura molto codificata, che sta stretta anche a chi la fa, tanto che perfino le news lo sentono: appena possono, all'interno dei telegiornali, fanno commentare i fatti di cronaca ai divi. Peccato che tendano a forzare determinate logiche soltanto in questi casi".

In che cosa si differenzia questa edizione del Noir Film Festival?

Quest'anno abbiamo provato a varare un programa in cui l'incrocio delle motivazioni, delle storie, delle attualità fosse particolarmente evidente e andasse a toccare una serie di nervi scoperti della nostra civiltà. Quindi: film che vengono da libri, scrittori che parlano degli stessi temi che poi confluiscono in quelli che una volta si chiamavano convegni e che adesso sono ribattezzati "momenti di riflessione", incontri pubblici come quello con John Le Carré dove letteratura, cinema e cronaca vanno di pari passo.

Il genere noir riflette la cronaca, o piuttosto l'anticipa?

Non credo che la fantasia influenzi la realtà, credo però che abbia le antenne obbligatoriamente sulla storia, la cultura e l'inconscio, e che nell'ultimo periodo queste antenne si siano particolarmente sintonizzate sull'attualità. E chi è disposto a immaginare, alla fine pre-vede. Conta molto anche l'accesso degli autori a determinate fonti privilegiate di informazione. Prendiamo il caso di Kathy Reichs, che è a contatto con la quotidianità delle indagini federali, o di Tom Clancy, che ha accesso ai file della CIA. O anche di Christopher Dickey, l'inviato di Newsweek in Medio Oriente e ora romanziere noir, che vive in prima linea e ha il polso di ciò che succede in certi territori.

Dickey aveva intuito la possibilità di un attacco terroristico come quello avvenuto a New York?

Casualmente, Dickey si trovava a New York con sua moglie quando è successa la tragedia, e ha raccontato qui al Noir che entrambi si sono guardati in faccia e hanno detto: "At last", non certo perché si augurassero una cosa del genere, o perché ne avessero previsti tempi e modalità, ma perché sapevano che quella era la tendenza.

Il tipico protagonista del noir anni '40, come quello del film L'uomo che non c'era dei fratelli Coen (vedi articoli collegati), era un uomo comune, spesso mediocre, che si trovava coinvolto quasi suo malgrado in un crimine. Il protagonista, o quantomeno il co-protagonista, del noir attuale è invece spesso un individuo non comune, anzi aberrante, ma sicuramente non mediocre. Come lo spiega?

Faccio una serie di ipotesi congiunte. Per la prima userò ancora una citazione da Christopher Dickey che, riferendosi al terrorismo attuale, ha dichiarato: "La somma del fideismo e dell'esaltazione dell'ego della quale aveva già parlato Andy Warhol produce i mostri della nostra società".

Dunque i 30 minuti dell'attentato alle torri gemelle, o anche i quindici intercorsi fra un attacco e l'altro, possono essere visti come il quarto d'ora di fama che, secondo Andy Warhol, spetta a ognuno di noi?

Direi di sì. C'è sicuramente un'accelerazione della ribalta dell'informazione che santifica, molto di più che negli anni '30 e '40 (quelli della nascita dell genere noir, ndr), una serie di protagonisti senza valutazione morale o con valutazione morale postuma. Il ragionamento è: vi dico che sono cattivi, ma intanto ve li racconto in tutti i loro dettagli.

La seconda possibile risposta alla sua domanda precedente è che sia in corso un incattivimento profondo della società sul quale dovremmo riflettere, perché coincide con l'assenza di guerre globali, di quei grandi precipizi della storia in cui si concentrano tutte le tensioni del momento. Va a finire che si moltiplicano le guerre di settore e la violenza diffusa, perché vengono a mancare quella serie di valvole di sfogo che sono ammortizzatori necessari.

La terza risposta è che il mondo post bellico ha messo in soffitta il pregiudizio morale, facendo un'operazione a mio parere necessaria e legittima, perché non appartiene più alla cultura occidentale il definire a priori i buoni e i cattivi - si tenta di rifarlo adesso, cosa che forse non è causale. Tuttavia se si azzera questo tipo di valutazione pre-scritta, poi bisogna fare i conti con le conseguenze.

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Su tutto, e qui cito John Le Carré, l'occidente ha delle responsabilità storiche per non aver saputo rispondere nei termini dello sviluppo del sistema capitalistico ai vuoti del mondo, che poi alla fine producono, all'interno e all'esterno, un grado di reattività feroce.

Lei ha definito il genere noir come "uno strumento per decifrare il reale". In che senso?

Quando abbiamo cominciato a pensare a questo concetto, vent'anni fa, era un sospetto, adesso è una certezza. C'è da domandarsi piuttosto come mai ci sia una persistenza così forte del noir come strumento interpretativo della realtà. Il musical, al contrario, dopo il boom degli anni '50 e '60, ha deposto le armi in questi termini, è scomparso, o si è completamente trasformato diventando un'altra cosa. Il noir invece ha gettato le radici negli anni '30, è stato sviluppato a sistema dagli anni '40 in avanti, eppure mi pare che conservi una pericolosissima, ma anche affascinante, attualità anche adesso. Alla mia autodomanda, però, non so ancora dare una risposta.

Il link:

Il sito ufficiale del Noir in Festival 2001

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