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Le vostre opinioni, i vostri consigli, le vostre idee, i vostri giudizi.
Scrivete a caffeeuropa@caffeeuropa.it, le vostre mail appariranno sulla pagina della nostra posta.
Da: Lorenzo Benassi
Data: Sat, 24 Apr 2004 18:51:18 +0200
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Tra musica e fiori inizia la rivoluzione
Modena, 24/4/2004
Ho letto sul vostro sito internet l'articolo di Luca Sebastiani commemorativo del 30° anniversario della cosiddetta 'Revolução dos Cravos', il colpo di Stato che ha abbattuto il legittimo governo del professor Marcelo Caetano (1906-1980). Ho notato nell¹articolo molte imprecisioni e falsità riguardo all¹²Estado Novo²portoghese. All¹inizio dell'articolo si fa riferimento "all'anacronistica dittatura di stampo fascista di Antonio de Oliveira Salazar. Questi, diventato primo ministro nel 1932, aveva edificato il suo potere promulgando una Costituzione clerico-dittatoriale, antiparlamentare e corporativa che sanciva la nascita dell¹Estado novo alla guida del quale rimase fino al 1968 ecc.". Il regime del dott. Salazar (1889-1970) non era di stampo fascista, era un regime presidenziale molto forte ma certamente non era fascista, infatti tutte le organizzazioni fasciste portoghesi, capeggiate da R. Preto, erano state sciolte e dichiarate fuorilegge nel 1934. La Costituzione del 11 aprile 1933, approvata da un referendum col 59.6% dei voti, una delle più belle costituzioni europee mai scritte, aveva il pregio di bilanciare i poteri del governo cui andavano il potere legislativo ed esecutivo, con quelli dell¹Assemblea Nazionale che manteneva al pari del governo il potere legislativo. Come si evince leggendo la costituzione stessa, non è per nulla antiparlamentare, anzi sono previste due Camere, l¹'ssemblea Nazionale e la Camera Corporativa, inoltre anche il Presidente della Repubblica è eletto dal popolo. Ricordo ancora che le elezioni si svolsero regolarmente ad ogni scadenza prevista, senza brogli e nella più completa legalità sancita dalla Società delle Nazioni prima, e dall'Onu poi. I partiti politici non erano previsti nella Costituzione, in quanto, il precedente regime partitico aveva portato il paese alla rovina economica e sociale, ma chiunque era libero di candidarsi e di fare un¹opposizione intelligente, ne è la prova la candidatura del generale Delgado alle elezioni del 1958, nelle quali l¹opposizione ottenne quasi il 40% dei voti. E questo è solo una piccola parte delle ³imprecisioni² che l¹autore ha scritto sullo Stato Nuovo e su Salazar, per non parlare dei luoghi comuni, ma falsi, sulla PIDE e sui detenuti politici ecc.
Riguardo al 'sogno' Euro-Africano, Salazar, da grande politico quale era, aveva previsto che se l¹Europa avesse lasciato, o meglio tradito, l¹Africa essa si sarebbe incendiata e sarebbe sprofondata in un abisso di miseria, guerre e devastazioni, come, in effetti, è successo. Quindi la guerra per il mantenimento delle province oltremarine non era poi così 'anacronistica' anzi, forse in Angola non ci sarebbe stata una guerra civile di 28 anni con 2 milioni di morti, per non parlare del milione di morti causati dal regime comunista mozambicano eccŠChe giovamento ha prodotto all¹Angola e al Mozambico la decolonizzazione? Solo fame, miseria e guerra, certamente durante il periodo salazarista le popolazioni stavano certamente meglio. Per di più erano tutelate dall'"Atto coloniale" allegato alla famigerata Costituzione 'clerico-dittatoriale', (il perché del 'clerico' poi questo non lo si riesce a spiegareŠforse perché il Concordato del 1940 aveva ridato libertà alla Chiesa, perseguitata nella precedente Costituzione?), che garantiva e tutelava come in nessuna altra colonia del continente africano i diritti degli africani.
Grazie a Soares il Portogallo ha consegnato questi paesi alla miseria, alla fame, e alla guerra civile cronica. Il 25 aprile portoghese non dovrebbe essere ricordato come una festa ma come il giorno in cui l¹Europa ha tradito definitivamente l'Africa, il giorno in cui la viltà collettiva europea ha vinto sul buon senso e la Tradizione. Potrei continuare a lungo a parlare dello Stato Nuovo, di Salazar e di Caetano, ma non è questa la sede opportuna, ho scritto queste poche e insufficienti righe per rendere onore alla verità storica, e per contrastare la 'vulgata' diffusa da un pugno di ufficialotti idealisti che non avevano avuto l'umiltà di capire e di comprendere non solo la necessità della guerra africana ma anche quanto profonda fosse l'opera che Salazar con lo Stato Nuovo aveva voluto intraprendere, quando, un giorno oramai molto lontano, il 27 aprile 1928 fu chiamato al ministero delle finanze. Chiudo questa lettera con una citazione di un discorso di Salazar sull'Africa, efficace sicuramente per capire quanto profondo fosse il suo pensiero politico: "se le nazioni europee direttamente interessate in Africa si rivelano stanche del loro sforzo e non sono più disposte a proseguirlo; se queste nazioni non credono più né alla superiorità dei loro principi civilizzatori, né al valore dei sacrifici che le generazioni passate hanno compiuto, non si potrà costruire nulla, e il destino dell'Europa seguirà un corso differente. Si assisterà effettivamente a una svolta della storia e io penso che la civiltà occidentale regredirà in vaste zone. La saggezza ci consiglia di non separare le popolazioni africane dalle loro guide secolari che, con una paziente moderazione e non come un torrente devastatore, gli trasmettono la loro civiltà".
Rimango a disposizione per qualsiasi chiarimento in merito all¹argomento.
Distinti saluti
Lorenzo Benassi
Risponde Luca Sebastiani
Cosa rispondere al signor Benassi? Tutto quello che scrive è storicamente senz'altro vero. Le divergenze emergono, invece, laddove i dati storici vanno interpretati.
Una Costituzione che non preveda l'esistenza dei partiti politici ad esempio difficilmente, dal mio modesto punto di vista, si può definire "una delle migliori d'Europa". È vero, come dice il signor Benassi, che il potere esecutivo e legislativo erano esercitati nel Portogallo salazariano da un unico soggetto, ma perché ci sia un "bilanciamento dei poteri" questi dovrebbero essere separati. Non lo sostengo io, è la prassi acquisita da ogni democrazia, dall'Esprit des lois di Montesquieu in poi.
Il signor Benassi sostiene, inoltre, contro l'interpretazione storiografica ormai acquisita e non solo quella del sottoscritto, che l'Estado Novo non era affatto un regime fascista. Il corporativismo, la soppressione dei partiti e dei sindacati liberi, la censura dei mezzi di comunicazione (la stessa canzone di José Afonso utilizzata il 25 aprile come segnale dalle Forze armate era stata vietata!), il culto di Salazar ci fanno apparire l'Estado Novo innanzitutto come un regime totalitario, in secondo luogo di stampo fascista anche se differente da quello italiano e quello spagnolo.
La repressione politica condotta dalla Pide non era affatto una menzogna, come invece sostiene il signor Benassi. Il segretario del Partito comunista portoghese Cunhal passò diversi anni nelle carceri di massima sicurezza prima che riuscisse ad evadere e a riparare all'estero. Lo stesso Mario Soares, dopo il carcere, visse il suo esilio a Parigi e tornò in Portogallo solo dopo il 25 aprile. Furono innumerevoli gli oppositori incarcerati o costretti a vite da esuli. Moltissimi anche i giovani che preferirono la via dell'esilio a quella della guerra nelle colonie.
Per quanto riguarda le guerre coloniali, mi riesce veramente difficile credere che Salazar abbia condotto tredici anni di guerre che hanno causato migliaia di vittime e portato l'economia del Paese al dissesto solo perchè "da grande politico quale era, aveva previsto che se l'Europa avesse lasciato, o meglio tradito, l'Africa essa si sarebbe incendiata e sarebbe sprofondata in un abisso di miseria, guerre e devastazioni". Per quanto riguarda l'aggettivo anacronistico, ricordo solo che quello portoghese era l'ultimo impero coloniale classico.
Signor Benassi, se veramente "il 25 aprile portoghese non dovrebbe essere ricordato come una festa", non dovrebbero esserlo neanche il 25 aprile italiano, il 14 luglio francese, il 4 luglio statunitense, l'89 del muro e tutte le date in cui ogni popolo ha conquistato la sua libertà. Ma questa è una testata democratica e sempre festeggerà queste date.
Da: Pierfrancesco Greco
Data: Wed, 21 Apr 2004 15:38:40 +0200
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: riflessione su fascismo
Oggi, purtroppo, si tende a dimenticare l'obrobio criminale cui il fascismo condannò per inerminabili anni l'Italia e i malcapitati popoli ch'esso si curò d'assogettare; aberante punta d'icesberg fu proprio l'universo concentrazionario pianificato dal regime mussoliniano sul territorio nazionale e nei paesi occupati dalle aramate italiane in combutta con i nazisti, come in Jugoslavia, dove l'infamia e la crudeltà degli italiani toccò picchi parossistici.Bisogna, quindi, che sia chiara una cosa: il fascismo altro non fu che una sanguinaria e abietta catastrofe, che trovò nel nazismo hitleriano un naturale e mostruoso omologo.Certi politici, come il "caro" presidente del Consiglio Italiano, farebbero perciò, meglio a riflettere ( e studiare la storia) prima di esternare certe assurdità in merito alle cosiddette < > "assicurate" dal fascismo (il quale secondo il premier non avrebbe ucciso mai nessuno) agli oppositori politici.Affermazioni come queste possono essere classificate in un sol modo: VERGOGNOSE!!!
Per la Bandiera Rossa e la Falce e Martello,
Hasta la victoria SIEMPRE!!!
Pier CHE da Cerisano
Da: Paolo Solimeno
Data: Fri, 23 Apr 2004 10:05:32 +0000
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Tre o quattro cose che gli studenti devono sapere di Scalfari
Avevo dieci anni nel '76 e da allora ho visto nella mia casa di Firenze ogni
giorno la Repubblica di Scalfari. Continuo a leggerla e comprarla come
necessità, non abitudine, anche se non saprei ormai distinguere cosa di me è
determinato da questo splendido quotidiano e cosa è in originale sintonia.
Ma Scalfari è anche un personaggio, nel senso che la sua figura di
intellettuale ha connotati precisi e complessi oltre il giornalismo: le
qualità principali del giornale sono i caratteri più evidenti ed eccellenti
del suo ideatore. La tensione morale e il bisogno di verità e legalità, la
competenza di economista e filosofo, l'ideale laico e illuminista sempre
arricchito da una partecipazione umanitaria e solidarista sono il tema di
fondo di molte pagine di ogni numero quotidiano.
Parlare degli avversatori, o delle conseguenze politiche, della collocazione
di tanto impegno e sapienza nella toponomastica politica e culturale
italiana mi toglierebbe il fiato, anche se ho tratto motivo d'impegno
politico anche dalla visione del mondo di Repubblica.
Insomma auguri, evviva Scalfari, evviva la Repubblica.
Paolo Solimeno
Da: Marcella
Data: Tue, 30 Mar 2004 09:18:51 +0200
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Lettera
In un momento particolare come questo, in cui ci sentiamo un po' tutti
"spagnoli", ho fatto delle considerazioni e sono riemersi alcuni importanti
interrogativi che avevano già attraversato la mia mente.
La caduta di Aznar in Spagna, immediatamente dopo le stragi ai treni che
sono costate la perdita di 201 vittime, è un esempio lampante di ciò che
in fondo già sapevamo - dati eventi storici lo hanno già ampiamente
dimostrato - e cioè l'enorme potere che ha il popolo di cambiare - e
potremmo anche arrivare a dire fare - la storia.
Viviamo in una dittatura imbellettata dal rimmel della democrazia, viviamo in un mondo in cui è fondamentale il controllo dell'opinione pubblica attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Ci hanno imposto una guerra manipolando l'informazione, facendo credere che fosse contro il terrorismo, che fosse necessaria un'azione preventiva contro un paese che deteneva armi di distruzione di massa, che Atocha fosse opera dell' Eta...
Quel giorno del 15 febbraio 2003 a Roma eravamo tre milioni - ...o forse
due?..o forse cinquecentomila o poche centinaia di migliaia, come ci hanno suggerito i giornali e le televisioni? - comunque eravamo tanti, veramente tanti, e per un momento siamo stati noi il governo del paese. Ad un certo punto, dal palco, uno dei promotori della manifestazione ha detto: "siamo tantissimi, è un grandissimo segnale, e se l'iraq dovesse essere attaccato ce ne saranno altre di manifestazioni così".
Per un attimo mi sono chesta: "Perché dopo l'attacco e non la settimana
prossima, o tra due, insomma comunque prima che l'Iraq venga colpito e che l'Italia entri in guerra a fianco degli Stati Uniti?".
Poi, presa com'ero dall'euforia di poter contribuire nel mio piccolo ad un
coro così vasto di voci, non ho neanche pensato a darmi una risposta...
Oggi, alla luce di quanto è successo in Spagna, me lo chiedo nuovamente e
ho desiderio di rispondermi:
perchè non sono state organizzate altre manifestazioni così prima dell'attacco all'Iraq e comunque anche dopo, dopo l' attacco, dopo Nassirya........?
E' in totale umiltà che chiedo spiegazioni: perché non ci si mosse di più?
E' invece con molto dispiacere misto a rabbia - e siamo alla vigilia
della manifestazione del 20 marzo contro il terrorismo e per tutte le sue
vittime, contro la presenza dei soldati italiani e di tutte le altre forze
militari in Iraq, per la pace - che mi chiedo: perché non ci muoviamo di
più, ora? Perché lasciamo, chi più chi meno passivamente, che si
precipiti in una situazione di non ritorno?
Facciamo in modo che la manifestazione di domani non rimanga isolata come quella del 15 febbraio 2003 ma che sia un primo rinnovato atto di volontà e di forza che non deve indebolirsi, fino a quando non avrà ottenuto ascolto e rispetto.
Da: Francesco Lena
Data: Sat, 27 Mar 2004 22:34:46 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Gentile Redazione le mando questa mia lettera Veda se ritiene utile
pubblicarla, grazie.
No al decreto salva calcio.
Io dico un no secco al decreto salva calcio con i soldi della collettività,
con i soldi pubblici, se mai il calcio a bisogno di, dimagrimento,di
trasparenza, di moralizzazione.
Dico si a decreti mirati salva lavoro, salva stato sociale, salva vita per
le persone più deboli, salva sanità ,previdenza, assistenza, scuola.
Con tanti settori produttivi e aziende in crisi in Italia, il governo di
centrodestra, pensa al decreto salva calcio, e secondo me fa molto poco per
salvaguardare i posti di lavoro di tanti cittadini e per garantire uno
stipendio dignitoso a chi il posto di lavoro c'è là. Ancora meno viene fatto
per dare un lavoro ai disoccupati, quando ci vorrebbe una politica di
investimenti e di sviluppo per creare nuovi posti di lavoro, e che il
diritto al lavoro sia garantito a tutti.
Sullo stato sociale in Italia il governo di centrodestra a me sembra che
continui con la politica dello smaltellamento, dei tagli, sulla sanità
pubblica, sulla previdenza, sull'assistenza, sulla scuola, sulla ricerca,
tagli anche ai finanziamenti agli enti locali e di conseguenza sui servizi
ai cittadini.
Quando invece secondo me ci sarebbe bisogno di decreti, normative, di
provvedimenti, di una politica onesta seria e di grande impegno, perché la
sanità pubblica sia migliorata, e il servizio sanitario nazionale mantenga,
i suoi principi di unità, principi universalistici, di solidarietà, e il
diritto alla salute sia veramente garantito a tutti i cittadini in uguale
misura.
Fra qualche mese arriverà l'estate 2004, mi chiedo quanti
investimenti, quanti decreti, quante normative sono state fatte per mettere
in atto una politica di attenzione alla persona debole, di prevenzione, di
riabilitazione, di ricupero, per cercare di potenziare
migliorare, qualificare, i servizi sociali sul territorio? Per salvare vite
umane? Anziani, malati, disabili i più deboli?
Ci siamo già scordati la morte di 8 mila anziani del 2003, per caldo
torrido, ma anche per la carenza e l'incuria dei servizi sociali sul
territorio.
Io sono una persona onesta e sono fiero di esserlo, sento il dovere di
pagare le tasse nella giusta misura, e vorrei che tutti i cittadini lo
facessero, però vorrei anzi voglio che le mie tasse vengano appunto
adoperate per avere dei servizi sociali pubblici, ed efficienti, una rete
di servizi sul territorio migliori, e per tutti i cittadini, in particolare
e sopratutto per i più deboli, per farli stare meglio, per salvare vite
umane, perché per me il valore della vita deve essere messo al primo posto
nella scala dei valori. Perciò dico con forza che vorrei decreti salva vita,
non salva calcio, decreti per avere una società più solidale,più giusta, una
società che faccia stare meglio i più deboli.
Lena Francesco
Da: Carl Wilhelm Macke
Data: Tue, 23 Mar 2004 18:54:11 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Proposta da Monaco
Cari amici di Caffé Europa,
sono un giornalista tedesco e giro spesso attrverso l'Italia, il mio paese
secondo. Vivo a Monaco, ma anche con un piede a Ferrara. Il mio italiano non
è al livello di Bassani o Bobbio ma insomma posso provare una lettera in
italiano (Scusate gli errori).
Allora, per trovare un fondamento intelletuale d'Europa secondo me sarebbe
utile di nominare uomini e donne 'di testa' per capire il pensiero attuale
nei diversi paesi. P.e. parliamo di Italia e Germania: chi sono li
attualmente gli intelletuali piu discussi? Faccio la proposta per Germania:
mi vengono in mente nomi come Habermas, Beck, Honneth, La Scuola di
Francoforte, il saggista Lepenis, gli scrittori Kluge ed Enzensberger il
giurista Boeckenfoerde, lo storico Wehler. Un tedesco deve conoscere (secondo me) teste italiane come Vattimo, Agamben, Magris, Eco, Marco Revelli, Marramao, la "tradizione Bobbiana" ecc. ecc. La mia proposta: si
deve costruire per ogni paese europeo un'agenda, una lista simile (per
Francia Derrida o Levinàs ecc.). Quest'antologia puo servire per capire
meglio gli altri paesi. Cosa ne pensate voi, amici di Caffé Europa?
Un saluto carissimo da Monaco
Carl Wilhelm Macke
Da: Paolo Galloni
Data: Tue, 23 Mar 2004 11:58:53 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: In merito al dialogo tra Clementi e Borghesi
In merito al dialogo tra Clementi e Borghesi aggiungerei una considerazione,
che estrapolo da una pagina web che curo:
Guerra intestina contro l'avversario. Questo astruso concetto mi torna in
mente spesso negli ultimi giorni. Mi chiedo se non stiamo vivendo una fase
storica di guerre culturali intestine dislocate: l'Occidente che combatte in
Iraq e "intorno" all'Iraq la parte migliore della cultura occidentale (vedi
anche sopra per alcuni sviluppi trasversali) e i fanatici musulmani che, per
mezzo del terrorismo, fanno lo stesso con l'Islam.
Grazie dell'attenzione
Da: Nicolino Corrado
Data: Fri, 12 Mar 2004 23:00:29 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Riformismo
Bisognerebbe distinguere tra il riformismo dei politici e quello degli intellettuali. Il primo è un metodo di lotta politica, caratterizzato dalla moderazione; il secondo è una cultura, basata su conoscenze specialistiche, che fornisce ai politici i contenuti delle proposte elettorali e dei provvedimenti legislativi. Gli studi e le relazioni rimangono nei cassetti; i politici riformisti accettano ben poco di quanto gli viene consigliato dagli intellettuali dello stesso campo, anzi degradano la loro condotta a mera tattica parlamentare o televisiva.
La distanza dalla realtà concreta mi sembra comune agli intellettuali di formazione umanistica e a quelli di formazione economica, ai ponderati e agli intransigenti: le diverse posizioni, in questi anni, non hanno saputo cogliere il sentire profondo della gente, non hanno interpretato le esigenze di vasti strati popolari, regalati poi dai politici a Forza Italia e alla Lega. In fondo, si è astratti sia inneggiando alla pace ''senza se e senza ma'', sia rimanendo chiusi nell¹empireo delle persone competenti.
Per essere entusiasmante (e vincente), la sinistra riformista ha bisogno di buone idee. Ma le buone idee devono essere riconosciute come tali dall'elettorato!
Nicolino Corrado
Da: Massimo Negri
Data: Wed, 10 Mar 2004 12:59:40 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Dedicato a Caffe' Europa
Cari amici di Caffe' Europa,
coltivo da tempo l'hobby della lettura, compagna di viaggio
e rifugio sicuro di ogni momento della mia vita.
Uno sguardo ai quotidiani rappresenta pure per me la preghiera
mattutina di cui parlava Hegel.
Quanto ai libri - "granai del sapere" - come li definiva la Yourcenar
vivo il rammarico gozzaniano delle "rose che non colsi".
La biblioteca di famiglia è ricca di volumi perlopiù non letti.
C' è la soddisfazione di averli collezionati ma è ormai tenue la
speranza di conoscerli come meriterebbero.
Ricordo, a proposito, una piacevole conversazione che mia moglie ed io
avemmo nel Giugno 1998 a Cagliari con una anziana
professoressa. Ci trovavamo in un ristorante con poche persone
nell'attesa del traghetto pomeridiano che ci avrebbe riportato
"in continente". Parlavamo tra noi del libro di Jostein Gaarder
"C' è nessuno?" (Salani Editore) che ci aveva accompagnato
nella vacanza a Villasimius (CA) con Claudia, la nostra bimba
di due anni, berretto azzurro, occhialini da sole ed un numero
infinito di secchielli riempiti di acqua e di sabbia sul bagnasciuga,
per la gioia dei nostri occhi.
In particolare, il filosofo norvegese, già autore del best seller
"Il mondo di Sofia" (Longanesi & C.), ci era piaciuto per il tono
lieve della narrazione e per l' invito alla ricerca continua del
senso delle cose.
Mika, il protagonista in arrivo dal pianeta Eljo, spiegava a Joakin,
un bambino del pianeta terra, l'usanza degli abitanti di Eljo di
inchinarsi a una domanda ma non a una risposta perchè
"chi si inchina si piega" e perchè "una risposta è il tratto di
strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può
puntare oltre".
La gentile signora, seduta a fianco del nostro tavolo, con un
modo assai garbato, si inserì nel nostro dialogo e dopo averci
ricordato le sue origini comasche ci disse che si era trasferita
a Cagliari perchè lì aveva ottenuto la cattedra di Lettere al
Liceo Scientifico. Aggiunse che uno degli scopi della sua vita
era stato quello di accumulare libri per la pensione, ovvero per
l' età in cui, libera dagli impegni di insegnamento e, nel caso suo,
senza vincoli familiari, avrebbe potuto dedicarsi esclusivamente
all' amata lettura.
Ma il destino, sovente baro, recò alla signora dei grossi guai
alla vista inibendole la realizzazione del suo progetto.
Le restava l'unico conforto di consigliare i libri alle amiche
così da poter prestare almeno a loro i frutti delle sue buone
intenzioni. La professoressa concluse la conversazione con un
buffetto a Claudia e con la raccomandazione di continuare a
viaggiare e, appena si può, di leggere perchè, come dice il poeta,
"del futur non c'è certezza".
Accolto con favore l'invito, resta la domanda : perchè leggiamo?
Scriveva Cesare Pavese: "Leggendo non cerchiamo idee nuove,
ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un
suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che
risuonano in una zona già nostra - che già viviamo - e facendola
vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi".
Gli autori, si può forse dire, sono un po' come specchi nei quali
riflettersi, riconoscersi, capirsi meglio e dai quali ricevere emozioni ed
energie utili al nostro cammino.
Eppure resto dell' opinione che, leggendo, cerchiamo anche
idee nuove, pensieri da noi non ancora pensati, per migliorarci
e per ricercare - in chi ha pathos civile - strumenti per decifrare
la realtà e contribuire alla promozione del bene comune.
Oggi, con Internet, si sono ampliate le opportunità di accesso
alle fonti culturali e, di pari passo, sono cresciute le chance
di partecipazione al dibattito delle idee.
La comunicazione virtuale è oramai uno dei canali attraverso
cui si manifesta la democrazia effettiva.
Personalmente, come navigante del Web, visito alcuni siti per
documentarmi un po'. Fra essi, uno mi è particolarmente gradito:
www.caffeeuropa.it.
E' una rivista "on line" diretta da Giancarlo Bosetti, un po'
l' equivalente in rete di "Reset" che si trova in edicola e in libreria.
Frequentando Caffe' Europa ho come la sensazione di toccare
con mano quanto descritto da Claudio Magris sul Corriere della
Sera del 30 novembre 2001: "E' giusto che sia il caffe', luogo di
liberalismo e di democrazia, a difendere la democrazia e un tono
di vita accettabile: i grandi viennesi paragonavano il caffe'
all'agorà, alla piazza dell'antica città-stato greca in cui si
discutevano liberamente i problemi politici, culturali, filosofici.
Da questo libero mercato delle idee, delle passioni, delle fedi
e dei dubbi nasceva la democrazia occidentale".
E, per tornare ai libri e concludere, mi viene in mente una battuta
di Marcello Mastroianni (nel ruolo di padre) a Sandrine Bonnaire
(figlia irrequieta) nel film "Verso sera" di Francesca Archibugi:
"Mica possiamo vivere tutto ciò che leggiamo".
I libri sono lì apposta per farci conoscere - per interposta persona - ciò
che direttamente non proviamo.
Un modo di arricchire e cambiare la qualità della nostra vita.
Cordiali saluti
Massimo Negri
Da: r.alfonsi
Data: Mon, 23 Feb 2004 16:54:36 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Pochi controlli ma chiari ed efficaci, di V. Olita.
Forte ed equilibrato come un buon caffe'.
Viene apprezzato dagli intenditori, ma tutti non hanno di che lamentarsi.
Certi spunti chiari e certe intuizioni andrebbero riprese, approfondite, divulgate.
Aggiungo che le idee vere andrebbero supportate per farle emergere sopra i grandi "rumor" politici.
Se si vuole realmente comunicare il cambiamento al di fuori e al di sopra di partiti di governo e di opposizione, tutti accomunati dalla mediocrità e dall'interesse, è indispensabile dare visibilità a principi di fondo eticamente corretti e socialmente utili per uno stato sociale condivisibile al di sopra degli interessi singoli.
Ridiamo valore al principio della responsabilità ed alla dignità dello "spirito di servizio".
r. alfonsi
Da: Antonello Sciacchitano
Data: Tue, 10 Feb 2004 15:53:04 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Intervista a Sebastiano Maffettone.
Milano, 10 febbraio 2004
Ho trovato ricca di spunti di pensiero l'intervista a Maffettone.
Abbiamo bisogno di idee nuove e possibilmente scientifiche - idee
chiare e distinte, direbbe il signor Delle Carte, oggi poco apprezzato
- per ripensare la nostra posizione all'interno della sinistra non
comunista. (Precisazione necessaria, purtroppo. Non intendo "comunista"
nel senso berlusconiano di mangiabambini, ma nel senso di degenerazione
ideologica e partitica, a uso della gestione dittatoriale del potere,
della componente scientifica del marxismo).
Mi piacerebbe porre a Maffettone la questione di quanto la nozione di
sostenibilità possa rientrare nel pensiero di Marx, sospettando che
rientri molto poco in quello massimalista di Engels e dei suoi epigoni
anche nostrani (leggi - anzi non leggere - Toni Negri). Sarei grato al
filosofo se mi desse alcune indicazioni di risposta in questo senso,
utili a orientare la nostra azione politica a breve termine (di fronte
alle prossime elezioni) e a medio termine. Sul lungo termine, diceva
Keynes...
Grazie molte
Antonello Sciacchitano.
Da: redazione Carlo Lucarelli - sito
Data: Tue, 10 Feb 2004 11:52:09 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: sito carlo lucarelli riconosciuto da lui medesimo
ciao a tutti
vi volevamo solo segnalare che il sito dedicato a Carlo Lucarelli e che pubblicate nella vostra intervista è datato e fermo a troppi anni fa.
Vi proponiamo il nostro che oramai è pienamente riconosciuto da carlo stesso e dato in giro come sito ufficile
.
grazie e a presto
i pinguini curatori del sito
Da: Aniello Saggese
Data:Fri, 30 Jan 2004 09:42:49
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Vito Volterra.
Salve,
ho letto il vostro articolo "La mente al Dio dei numeri"
e lo trovo bello ma sopratutto importante perche' non solo mette
mostra, ancora una volta, le barbarie perpetrate dal regime fascista
ma riporta in luce la figura di un grande matematico, a lungo
dimenticato insieme a quella di tanti altri suoi illustri colleghi.
Aniello Saggese
Da: Sergio Vessella
Data: Sun, 25 Jan 2004 19:36:09 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Tre intolleranze per un discorso che dura da secoli.
Caro Davide,
Forse non ho letto attentamente il tuo intervento, ma a me sembra che tu non abbia affrontato un aspetto importante del modo in cui si pone oggi il problema ebraico:
Come si puo' distinguere l'antisemitismo dall'opposizione alla politica dello Stato d'Israele? Oppure: fino a che punto si identificano lo Stato d'Israele con l'insieme degli ebrei?
Credo che sia importante chiarire davvero a fondo queste questioni per non confondere posizioni anti-israeliane con posizioni antisemite.
Inoltre, non credi che si debba riportare a livello di massa un discorso critico nei confronti delle religioni? A me sembra che sia diventato senso comune che la religione e altri vincoli comunitari siano dei dati pressoche' immutabili e che si debba partire da essi per capire dei fatti, mentre essi stessi non debbano essere sottoposti ad ulteriori critiche.
A volte mi sembra che la questione ebraica somigli un po' ai paradossi russelliani: se si cerca di capire la questione sembra di non trovare il bandolo della matassa, se si cerca di risolverla (pensando di aver trovato il bandolo della matassa) non la si capisce.
Cordiali Saluti. Sergio.
Risponde David Bidussa
Caro Sergio,
le domande che tu poni sono tre.
Prima: come distinguere antisemitismo da critica di Israele?
Secondo me criticare Israele e le scelte politiche dei suoi governi è possibile fino a che non si ritiene che queste disattendano - e dunque tradiscano - una supposta identità ebraica. Questo tra l'altro presume che gli ebrei israeliani e gli ebrei della diaspora non siano lo stesso soggetto.
Seconda: Stato di Israele e insieme degli ebrei si identificano dentro una dimensione storica e culturale che vorrei riassumere come segue: gli ebrei nel corso del proprio periodo diasporico hanno espresso identità in relazione a una produzione culturale che avveniva in un luogo e che si diffondeva a tutte le diaspore ebraiche. La storia delle diaspore ebraiche è così la storia nel tempo di prodotti culturali, di codici elaborati, di testi significativi che nel tempo danno luogo a un sapere ebraico ma che non nascono già confezionati e che sono - significativamente - prodotti culturali che testimoniano, anche nella loro struttura, dei processi di ibridazione e assimilazione dei codici culturali del tempo e delle forme linguistiche in cui sono scritti, pensati, costruiti e prodotti. Non c'è un sapere ebraico extra storico, perché gli ebrei non esistono malgrado la storia, ma per la storia. Un gruppo umano è nel tempo storico ciò che mangia, come si veste, le relazioni che stabilisce con la società intorno a sé, ciò che prende dall'esterno e ciò che dona. Ma è anche, nel tempo, l'insieme di quelle "cose", che conserva , come pure delle strategie che mette in atto per mantenerle Con una precisazione: ciò che conserva e che mantiene non rimane inalterato nel tempo. Per mantenere le proprie "cose", quelle "cose" che parlano di sé, ogni gruppo umano deve adeguarle al tempo in cui vive, deve misurarle con le sfide cui le società in cui sceglie di vivere lo obbligano per sopravvivere e per perpetuare la sua storia e la sua vita.
C'è un complesso di codici, di testi, di forme della scrittura - dalla letteratura normativista e apologetica a quella letteraria fantastica e musicale - che stanno in relazione e in sintonia con i codici culturali, le poetiche letterarie dei luoghi e del tempo in cui quei testi sono prodotti.
Testi che si sono costruiti in Babilonia, poi ad Alessandria d'Egitto, poi nella Spagna araba, poi nella Francia settentrionale, poi in parte nell'Italia rinascimentale e nella Polonia, poi nella Germania e nella Russia, infine nell'insediamento ebraico in Palestina, e poi in Israele e in parte nella diaspora americana e in quella francese. Ogni volta c'è un luogo centrale, ovvero un centro, o più centri in concorrenza tra di loro, che esprime e produce cultura e identità culturale simbolica per gli ebrei. In alcuni casi si produce anche identità politica.
Israele oggi - a torto o a ragione - appare o è vissuto come il luogo che produce cultura, strumenti culturali, lingua, immaginario, stili di vita. In breve testi che permettono al popolo ebraico nell'insieme di avere una possibilità di dialogare in forma costruttiva con le forme culturali di questo tempo, senza fossilizzarsi in una sorta di culto del passato come identità funeraria di sé. Certo ci sono quelli che si identificano con lo Stato in quanto tale, con il governo in quanto tale, con Sharon, con i "coloni" e quelli che scelgono anche altro, che ritengono che la realtà di Israele sia una grande risorsa, che essa non debba misurarsi con il timore di scomparire ma che non condividono o non si identificano con le scelte politiche di un governo specifico, nella fattispecie con il governo attuale. Oggi questi sono una minoranza (forse non sarebbe improprio domandarsi perché), magari significativa, ma sono una minoranza. Io sono fra questi.
Terza: sulla questione della religione sono d'accordo, anche se non mi pare di avere le competenze per poter dire molto di più.
Cordialmente
David
Da: Naomi Napoli
Data: Mon, 26 Jan 2004 17:07:11 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Ulrich Beck
Complimenti, un articolo eccenzionale!mi è stato molto utile per comprendere Beck... e sono certa che sarà fondamentale per superare l'esame di mercoledi!
grazie!
Naomi Napoli
Da: Gaspare Impastato
Data: Wed, 14 Jan 2004 17:02:03 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Riflessioni sulla recensione de Dalla parte dgli Esclusi di Anna Maria Mori
Spett.le CaffèEuropa,
è la prima volta che visito il Vostro sito e mi sono commosso ed entusiasmato nel leggere tutto quello che avete scritto sul lavoro flessibile e la frantumazione della vita sociale profittando della recensione del libro di Anna Maria Mori.
Non mi vergogno a dire che anche io sono un escluso: non ho mai avuto una lavoro a tempo indeterminato, ho fatto sempre lavori precari, in nero, in azzurro ed in rosa, insomma di qualsiasi colore; ora a 57 anni mi ritrovo a lavorare come facchino in un villaggio turistico come stagionale, ma la mia età non è gradita per cui mi ritroverò con la moltitudine di persone troppo giovani per la pensioni e vecchi per un nuovo lavoro...
Vi faccio i complimenti per la completezza di argomenti e per avermi dato la possibilità di acculturami sul tema che da sempre ha accompagnato la mia esistenza e cioè l'insicurezza del lavoro e quindi della mia economia: sono sposato ed ho tre figli (mia moglie non lavora).
Purtroppo debbo confessarvi che non conoscevo il libro di Anna Maria Mori, di cui mi sono innamorato
a prima vista: galeotto fu lo sciopero di Rainews 24 di martedì 13 gennaio c.a. che ha dedicato tutto il palinsesto al "Lavoro in corso" ed è proprio durante questa trasmissione, verso le tre di notte, che ho seguito l'intervista ad Anna Maria Mori accompagnata dalla telefonata al Prof. Luciano Gallino sociologo del lavoro all'Università di Torino sulla precarietà.
Subito cerco su internet e trovo il Vostro bel sito che non finirò mai di lodare, avrei molte altre cose da dire ma non voglio tediarVi ancora, però, lasciatemelo dire, è abbastanza squallido che un'intervista così interessante ed importante venga fatta alle tre di notte profittando dello sciopero, mentre durante gli orari normali e serali mandino in onda sempre lezioni di cucina, giochetti per arricchire e ballerine seminude etc...etc...una scrittrice- giornalista come Annamaria Mori la metterei al posto di Emilio Fede una sera sì ed un'altra sì perchè finalmente si parli dei veri problemi che affliggono tutti gli esclusi.
Da: Massimo Negri
Data: Wed, 14 Jan 2004 09:33:40 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Il valore dell' amicizia
Cari amici di Caffè Europa,
i mass-media hanno adeguatamente celebrato l'anniversario
della scomparsa del regista Federico Fellini avvenuta a Roma il
31 ottobre 1993. In particolare e per quanto attiene allo scopo
di questa mia comunicazione, Gaetano Afeltra ha ricordato,
a dieci anni di distanza, la visita da lui compiuta all' ospedale
"San Giorgio" di Ferrara dove il regista era ricoverato.
Ad un certo punto Fellini gli chiese: "Ma tu hai la fede?
Tu credi?". Ed Afeltra rispose: "Federico, io ho la religione
dell'amicizia. E tu non sai in quanti pregano per te, per la tua
guarigione, proprio nel nome di questa fede".
Mi pare che l'episodio descriva bene la forza di un sentimento
nobile, antico come l'amicizia. Da un lato, l' incontro concreto,
commovente, tra due vecchi amici. Dall'altro lato, la fraterna
riconoscenza da molti provata verso l' artista.
Ci si sente meno soli quando si apprezza il lavoro di qualcun
altro, anche se non si ha la fortuna di conoscerlo direttamente.
E' la stessa ragione per la quale quando scegliamo di leggere
un libro, vedere un film o visitare una mostra ci sentiamo,
spesso, in buona compagnia. Pure ritrovarsi attorno ad una
rivista, a un'associazione o a un partito può trasmettere un
senso di calore e di appartenenza ad una comunità.
Annoto, nel frangente, un pensiero di Massimo Cacciari:
"Non sei solo in questo destino. Cos'è fare politica, se non
dire al tuo prossimo che non è solo?".
E l' amicizia, quando c'è, supera le barriere generazionali,
religiose, etniche e culturali. Ne fornisce un'ottima rappresentazione
il recente film di Francois Dupeyron
Monsieur Ibrahim e i fiori del corano dove in una Parigi
anni '60 si incontrano un ragazzo di origini ebraiche abbandonato
a se stesso ed un droghiere turco di fede mussulmana, interpretato in modo
assai delicato da Omar Sharif.
Il legame tra Ibrahim e il ragazzo diventa paterno-filiale : l' anziano
trova nel giovane una ragione per ridare senso alla propria esistenza ed il
giovane grazie all' anziano trova la sua strada nella vita.
Condivisa la tesi per cui l'amicizia è un dono da coltivare con
cura, desidero chiudere questa lettera riportando un ampio passaggio dell'omaggio reso da
Claudio Magris all'amico Paolo Bozzi (noto studioso di psicologia e poeta
appartato) sulle colonne del Corriere della Sera del 12 ottobre 2003:
"E' giusto che ieri mattina, quando ero confuso, quasi un po' perso
per la notizia della morte di Paolo Bozzi, avvenuta poche ore prima nella
notte a Bolzano, qualcuno mi abbia fatto le condoglianze, come si fa invece
di solito con i parenti.
L' amicizia non è un legame meno stretto della parentela e significa, altrettanto o ancor più, vita condivisa, cammino percorso insieme, esperienza comune del mondo che non può essere recisa senza implicare una reale mutilazione per chi sopravvive.
'Come fosse un pezzo di me', dice una poesia tedesca di Uhland parlando di un uomo che cade, colpito
a morte, ai piedi di un amico fraterno.
Questo è il sentimento che provo io ora, come l' ho provato per quelle tre o quattro persone il cui congedo, in questi anni, ha amputato la mia esistenza [ ... ]
Con lui ho girato il mondo, in viaggi grandi e minimi, lungo il Danubio o tra una collina e l'altra del Friuli o del Piemonte;
lui mi ha insegnato a vedere la realtà, a prestare attenzione
non solo alle idee, ma pure alle cose.
Senza di lui, come senza Alberto Cavallari, probabilmente non
avrei scritto "Danubio" o "Microcosmi". Con Paolo abbiamo
percorso insieme tante strade, intellettualmente e materialmente;
abbiamo sostato in tante osterie, abbiamo tanto riso, in un
legame che comprendeva le altre persone care ed essenziali
della nostra vita, persone amate con cui abbiamo scoperto
insieme incantevoli radure e costeggiato baratri oscuri, anche
ogni tanto cadendovi.
Violinista e autore di premiate composizioni musicali,
Paolo Bozzi tirava fuori ogni tanto, tra una frasca e l'altra,
il "violinaccio da viaggio" che si portava sempre dietro e si
metteva a suonare.
Poche ore fa è mancato, come si dice, ma è ora che la morte
smetta di fare troppo il gradasso, perchè ha poco potere sulla
presenza di chi continua a esserci vicino, a influire sulla nostra
vita, anche se si è fermato un po' più indietro a bere un bicchiere
in un' osteria, come una di quelle della valle del Natisone in cui,
pochi mesi fa, siamo andati beatamente a zonzo insieme".
Cordiali saluti
Massimo Negri - Casalmaggiore (CR)
Da: Orazio Niceforo
Data: Mon, 1 Dec 2003 11:50:33 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Quanto
conta il mio voto?
Ho letto l'articolo di Fishkin con vivo interesse.
Due brevi note:
1. Il linguaggio è semplice, lineare, comunicativo:
speriamo che anche in Italia si cominci a scrivere
così, abbandonando le complicate, anche se
molto "accademiche", elucubrazioni di molti
nostri politologi.
2. La proposta mi sembra interessante sia in sè,
come modalità di implementazione del modello
partecipativo liberaldemocratico, sia in rapporto
allo scenario politico italiano, nel quale potrebbe
favorire forme di aggregazione del consenso, su tempi
specifici, che vadano al di là delle contrapposizioni
tra gli schieramenti politici, spesso schematiche
e ancora più spesso ipocrite (esempi: il voto
che ha impedito la riduzione dei tempi del divorzio,
la legge sulla fecondazione assistita ecc.). Un cordiale
saluto, e auguri.
Orazio Niceforo
Da: Diego Retis
Data: Wed, 3 Dec 2003 11:49:55 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: In
rotta verso la Babele elettronica
Salve,
ho letto con interesse l'articolo sulla evoluzione
dei media provocato dalla pubblicazione del libro
La Nuova Babele elettronica che mi fa porre
una domanda alla luce della approvazione della legge
Gasparri sulla telecomunicazione avvenuta il 2 dicembre.
Il professor Somalvico parla di tecnologie digitali
utilizzando la figura del rombo descritto come "una
figura che ci disegna due processi di concentrazione,
uno in alto, l’altro all’estremo inferiore
del processo di produzione, distribuzione e fruizione
della programmazione televisiva".
Secondo Voi la nuova legge che concentra su pochi
editori potenti e dinamici tutte le risorse mediatiche
che vanno dall'editoria alla trasmissione di qualsivoglia
segnale non porta anche alla concentrazione dei contenuti
destinati a passare al pubblico in minima parte, e
quello che filtra è solo quello che più
interessa a chi gestisce gli apparati mentre rimangono
invisibili altri?
Vi ringrazio dell'attenzione, cordiali saluti
Diego Retis
Da: Raffaele Facciolà
Data: Wed, 26 Nov 2003 19:13:24 -0800
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: L'Europa.
Mi pare che nella costruzione dell'Europa, la mancanza
di una direttiva politica e cioe' di una strada che
i popoli europei devono percorrere assieme, c'è
il "fastidio" molto presente e molto reale
della percezione di una sovrapposizione di regolamenti
europei che in fin dei conti sono inutili ai, e nei,
vari paesi. Credo che se si eliminasse questa sensazione
del "rompiscatole" dietro la porta, ora
per un motivo ora per l'altro, l'Europa viaggerebbe
alla velocità giusta, senza perdersi dietro
le virgole, come scherzosamente alcuni oppositori
dicono.
Cordiali saluti,
Raffaele Facciolà
Da: Giuseppe Di Mauro
Data: Fri, 5 Dec 2003 14:14:39 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Considerazioni inattuali
Troppi gli eventi che si stanno succedendo sullo
scenario della storia da
non meritare un’attenzione particolare. Solo
se si voglia un po’ affondare
lo sguardo dietro l’affannarsi delle notizie
è possibile scorgere un filo
sottile la cui conoscenza potrebbe aiutare non poco
alla comprensione del
destino del genere umano. Per far questo, prenderemo
le mosse da una visione
della storia che purtroppo esula dalla cultura ufficiale
così in voga nelle
accademie di tutto il mondo, dove si preferisce pensare
alla stessa come
un susseguirsi di avvenimenti più o meno indipendenti
tra loro come fossero
casuali o, secondo certe scuole, dettati da oscure
volontà di potenza quando
non da meri interessi pragmatico-economici; mentre,
per altri ancora, essa
rappresenta il dipanarsi progressivo di un cammino
ascendente verso forme
di vite sempre più sviluppate e perfette.
Non vogliamo in questa sede dimostrare l’inconsistenza
di tali posizioni, basterebbe uno sguardo appena disinteressato
alla realtà , quanto invece dedicarci al senso
nascosto, e palese a un tempo, dei fatti, essi stessi
espressione formale di un progetto
provvidenziale la cui origine e il cui fine trascendono
ogni esperienza/esistenza umana.
Abbiamo tempo fa’ fatto notare, durante la
guerra in Iraq, una singolare
coincidenza: le truppe anglo-americane che dirigevano
l’attacco hanno preso
come loro obiettivo strategico la terra di Ur, senza
risparmiarsi nel conflitto
a fuoco. Sarebbe questo un fatto di cronaca come tanti
altri, se non fosse
per la valenza simbolica che assume questa terra in
ben altro contesto: la terra di Ur, infatti, secondo
l’antica tradizione biblica, è la terra
dove visse Abramo, padre della fede, da cui discendono
le tre religioni, dette perciò anche ‘abramiche’,
ebraica, cristiana e musulmana. Questo deve subito
indurre ad una precisa constatazione: perché
il conflitto si è svolto proprio su questo
territorio? Non può forse essere quella irachena
una guerra, certo più velata, contro le tre
religioni, in luogo di una guerra tra
religioni o di pretese conquiste economiche?
Perché, se si riflette un attimo, le bombe
che cadono come pioggia incandescente sui luoghi ove
è nata la fede di tre popoli possono proprio
rivelarsi immagine di serie minacce a ciò che
più fonda una nazione e, ancor più,
l’identità di interi popoli, ovvero il
proprio credo ortodosso. Minacce che non sono certo
da rintracciarsi esclusivamente tra gli eventi bellici,
ma che possono invece provenire da ambienti
culturali, politici o economici, miranti a destabilizzare
le basi dall’interno. E i
fatti stanno tutti lì a dare conferma a quanto
or ora accennato.
Basti pensare al discredito che gettano sulla religione
islamica quei furiosi kamikaze
che spacciano le loro presunte missioni come adempimento
di una guerra santa
contro il ‘Grande Satana’. Agli occhi
miopi delle menti d’occidente non può
che apparire facilmente l’impressione di una
religione rigida, aggressiva e autoritaristica. Se
poi aggiungiamo le campagne che sono iniziate dalle
nostre parti per abolire delle usanze antiche presso
le popolazioni islamiche come fossero anacronistiche
e ‘anti-democratiche’, ecco che il gioco
di oscurare il messaggio divino è fatto.
Non può che balzare innanzi l’ultimo
tragico attentato alle sinagoghe ebraiche in un quartiere
di Istanbul: senza voler qui considerare l’importanza
storica di quella che era la grande Costantinopoli,
e che conferirebbe maggior spessore alle considerazioni
esposte, ci basti sottolineare la deplorevole scelta
da parte degli attentatori del giorno
del sabato, giorno santo per gli ebrei, esattamente
come per noi cristiani è, o dovrebbe quantomeno
essere, la domenica. Che non ci sia anche qui, camuffato
dietro un simbolo, un attacco diretto contro il cuore
della liturgia?
Il consumismo profanante, per certi aspetti, sembra
proprio comprovare tale tesi: ogni festa pare sia
diventata occasione tanto di compere quanto di lauti
guadagni. Per non parlare di tutte le manomissioni
e gli stravolgimenti che in ambito cattolico stanno
riducendo la santa liturgia a qualcosa che la rende
più simile a un luogo di incontro sociale o
ad un concerto rock, piuttosto che ad un autentico
e vivo partecipare al mistero di un Dio che si fa
carne, rivelandosi all’uomo e redimendo l’universo
intero.
Ancora un’altra osservazione: riportando la
memoria ai discorsi dei
presidenti di Iraq e Stati Uniti in occasione della
guerra, si ricorderà l’invocazione
reciproca fatta da entrambe le parti a Dio come mandante
e protettore delle
truppe. Inutile domandarsi a quale Dio abbiano fatto
riferimento i due presidenti, e
i frutti amari di questa guerra sono lungi dall’esser
stati già raccolti.
Deve da ciò apparire chiara una cosa: non
esiste un nemico chiaramente
identificabile e da combattere, per quanto possa assumere
le sembianze di dittatore o di crudele tiranno. Non
è questione di andare a cercare errori in un
fantomatico ‘sistema’, o discutere se
gli Stati Uniti avessero fatto volentieri a meno
di attaccare il regime iracheno. Lasciamo a certi
giornalisti il compito
di riempire le testate dei giornali con le loro chiacchiere.
Di contro,
preferiamo constatare come, sia che si parli di destra,
sia che si parli
di sinistra, sia che ci si schieri da parte americana
o sia che si
sostengano le ragioni irachene, una soltanto sembra
la causa profonda di tanto male:
il dilagare di una cultura della morte che non sta
risparmiando alcun
popolo, né coscienza alcuna. Cultura il cui
virus serpeggia già da sette secoli
per tutto l’occidente, ben dissimulato da maschere
di potere sempre nuove
e sempre vecchie.
Sarebbe interessante interrogarsi sul perché
proprio i secoli successivi alla rivoluzione francese
siano stati i più sanguinari e violenti di
tutta la storia, alla faccia di ogni bandiera di progresso
e fratellanza; sul perché si siano scelti nomi
come ‘Riforma’, ‘Umanesimo’,
‘Rinascimento’, ‘Illuminismo’
o ‘Risorgimento’ che si sono quasi sempre
capovolti nel loro contrario. Diciamo ‘quasi’
perché non rientra nelle nostre intenzioni
giudicare in modo unilaterale la storia; riconosciamo,
al
contrario, la necessità di certi cambiamenti
epocali per il cui ultimo significato
ci rimettiamo nelle mani di Colui che sa meglio di
qualunque uomo.
Detto ciò, resta ancora da chiedersi quanto
efficaci siano le risposte che
si tenta dare al processo descritto, quando non si
limitino a mere e sterili
proteste. Il rischio è infatti quello di ostentare
proposte che in un modo
o in un altro non fanno che riportare dentro la perversa
spirale della
cultura della morte. Ponendo i propri valori su delle
basi esclusivamente
sentimentali o, peggio, istintive, quali appaiono
i valori propagandati da certi
movimenti di liberazione, di emancipazione, di libertà,
in faccia ad ogni senso del
pudore, se ancora esiste, e ad ogni legge di diritto
naturale, si pone
la seria possibilità di scambiare il male con
il bene e di farne addirittura
una bandiera. Quanti pacifisti marciano per le strade
delle nostre città,
gli stessi pronti a favorire ogni legge di promozione
dell’aborto o
dell’eutanasia in nome di una presunta libertà
dell’essere umano?
Neppure i progressi della genetica sono riusciti
a farli desistere dai loro intenti: già nella
prima cellula fecondata dell’embrione, cova
silenziosa la catena del Dna da cui
dovranno in seguito realizzarsi tutte le potenzialità
proprie della creatura.
Una grande donna, di recente proclamata beata, ha
dato la propria vita per gli ultimi del mondo. Tra
questi ultimi vi erano i milioni di feti che ogni
anno vengono trucidati da strutture ospedaliere legalizzate.
Peccato che nell’esaltare l’umanità
di questa umile serva, i media abbiano omesso l’ammonimento
che ella volgeva all’occidente intero: “Se
una madre può uccidere il suo stesso figlio
nel suo grembo, distruggere la carne della sua carne,
vita della sua vita e frutto del suo amore, perché
ci sorprendiamo della violenza e del terrorismo che
si sparge intorno a noi?
L’aborto è il più grande nemico
della pace, perché se una madre può
uccidere il figlio, ciò significa che gli esseri
umani hanno perso totalmente il rispetto per la vita
e più facilmente possono uccidersi a vicenda”.
Ecco perché occorre molta circospezione e
vigilanza: facile è cadere nella trappola di
fare il gioco dell’avversario.
Non si pensi, alla luce di queste considerazioni che
potranno persino apparire inattuali, che si nutre
da parte di chi scrive un atteggiamento pessimistico
nei confronti del mondo. È vero semmai il contrario.
La speranza non è mai venuta meno e tanti sono
i segni, per chi voglia davvero cercare e vivere la
Verità, che ci fanno presagire l’avvento
di grandi avvenimenti, volti a portare a compimento
le nozze così attese tra la Sposa pellegrina
per il mondo e lo Sposo celeste.
Il sigillo è costituito dalla croce, croce
che significa sofferenza, croce che è al contempo
gloria luminosa. Per il momento, preferiamo contemplare
tale luce in coloro che anticipano le nozze già
su questa terra, attraverso la testimonianza delle
loro opere e della loro stessa vita: sono i santi,
i profeti, i poveri, gli ultimi, i semplici,
i piccoli e i martiri di ogni latitudine e di ogni
longitudine, che dissetano in parte la nostra sete
di amore e conoscenza, donandoci un modello al quale,
con fatica, tentiamo di conformare le nostre sante
vite.
Giuseppe Di Mauro
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