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252 - 01.05.04


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Tra musica e fiori inizia la rivoluzione

Luca Sebastiani


Era il 25 aprile del 1974. Allora, esattamente trent’anni fa, da un giorno all’altro, il Portogallo cominciò a “fare” notizia in tutto il mondo. Quasi completamente sconosciuto, questo Paese, che gli inglesi conoscevano per il Porto e i francesi per gli emigrati, diventò improvvisamente il centro mediatico dell’epoca. Da quel momento e durante i mesi successivi, Lisbona diventò la città con il più alto numero di corrispondenti stranieri, inviati per raccontare quella strana rivoluzione pacifica passata alla storia come la Revolução dos Cravos, la Rivoluzione dei garofani.

Tanta attenzione era dovuta al contesto in cui avveniva e alle peculiari modalità di attuazione di quel processo. Che rivoluzione era quella guidata dai militari? Che strada avrebbe preso? Come era possibile destituire la dittatura più antica d’Europa senza spargimento di sangue? In quegli anni, inoltre, non si poteva certo prevedere il crollo del blocco comunista e molti erano quelli che speravano nella vittoria sovietica sull’Occidente capitalista. E allora: quale posizione avrebbe occupato il Portogallo nel contesto della Guerra fredda?

Gli occhi degli stranieri guardarono a quei mesi concitati della storia portoghese con sentimenti contrastanti. Da una parte c’era chi temeva una Cuba europea e dall’altra chi, invece, vedeva nel Paese lusitano un esempio da seguire.

Ultimo Stato coloniale d’occidente, il Portogallo era stato soggiogato, fino ai giorni di quella primavera del ’74, dall’anacronistica dittatura di stampo fascista di Antonio de Oliveira Salazar. Questi, diventato primo ministro nel 1932, aveva edificato il suo potere promulgando una Costituzione clerico-dittatoriale, antiparlamentare e corporativa che sanciva la nascita dell’Estado novo alla guida del quale rimase fino al 1968, anno in cui un infarto lo costringerà a lasciare il potere al suo delfino, Marcelo Caetano.

Partiti e movimenti politici vietati, carceri piene d’oppositori, leader politici esiliati, sindacati controllati, rigida censura, scioperi vietati, il Pide, la polizia politica salazariana, che torturava e diffondeva il terrore nella popolazione. Era questo l’Estado Novo di Salazar e Caetano.

Ma sarà la loro politica estera e la loro pretesa, anch’essa anacronistica, di bloccare il processo di decolonizzazione nelle colonie portoghesi in Africa e in Asia a corrodere il regime e a far crescere quell’opposizione dell’esercito che porterà al 25 aprile.

Sin dall’inizio degli anni Sessanta, da quando cioè cominciarono ad emergere i vari movimenti di liberazione nazionale nelle colonie, Salazar decise di rispondere con il pugno di ferro a chi tentava di smembrare l’impero, “il Portogallo unico e indivisibile”. In Africa vennero mandati a morire i giovani portoghesi e i propri superiori. Alla fine di 13 anni di guerra su tre fronti differenti, i morti furono 11.000 e 30.000 i feriti.

In questo contesto i militari democratici e di estrazione marxista si unirono nel Movimento das Forças Armadas e scelsero come capo il Generale Antonio de Spinola che all’inizio del 1974 aveva pubblicato un libro, Il futuro e il Portogallo, in cui sosteneva la necessità di una soluzione politica al conflitto nelle colonie. L’Mfa preparò il golpe in ogni suo dettaglio nel corso di riunioni segrete che si susseguirono nei mesi precedenti alla liberazione.

Quello storico giorno fu scandito dalle canzoni popolari. Poco prima della mezzanotte del 25 aprile, infatti, un’emittente musicale di Lisbona mandò in onda E depois do adeus una canzone d’amore di Paulo de Carvalho. Era il segnale di allerta per le Forze armate del Mfa.

Fu sulle note di un’altra canzone che prese il via la rivoluzione. Una ventina di minuti dopo la mezzanotte Radio Renascença trasmette Grândola vila morena di José Afonso. I militari si muovono e occupano in poche ore i centri nevralgici del Paese. Dentro di te, paese, è il popolo che più conta, recita la canzone di Afonso e il popolo non si fa attendere. Nonostante i comunicati delle Forze armate che invitano a rimanere dentro casa, le strade vengono invase da una popolazione festante e finalmente libera. Molti cominciano a donare garofani ai militari che li infilano nei fucili e li sublimano a simbolo della rivoluzione.

È stato un brutto sogno che è passato, un boccone amaro che è finito. Sono le parole di Eu vim de longe di José Mario Branco, cantata per le strade durante i giorni e i mesi seguenti.

Tra le nazionalizzazioni dei primi governi provvisori comunisti di Vasco Gonçalves, le lotte sociali e i tentativi di golpe dell’estrema sinistra, i primi due anni della transizione democratica furono alquanto febbrili. Dopo l’approvazione della Costituzione da parte dell’assemblea costituente eletta il 25 aprile del 1975 e le elezioni del ’76 che portarono alla guida del Paese il Partito socialista, toccò al primo ministro Mario Soares stabilizzare la democrazia e dare una nuova identità al popolo portoghese.

L’opção europeia e la nuova identità del Portogallo democratico

Chiuso il ciclo imperiale con il trasferimento dei poteri alle colonie (Guinea e Capo Verde nel ’74, Timor, Mozambico, Angola e Macao nel ’75); chiuso il periodo rivoluzionario con la Costituzione nella quale si definisce la Repubblica portoghese come uno Stato democratico pluralista, in fase di transizione verso il socialismo – formula inserita nella Carta per raccogliere il massimo di consenso nella fase rivoluzionaria e abrogata nel 1995 – urgeva risolvere la crisi di identità generata dai profondi e rapidi rivolgimenti e, allo stesso tempo, creare le condizioni per recuperare il tempo perso dai due differenti statalismi: quello protezionista e coloniale antecedente il 25 aprile e quello collettivista e rivoluzionario che lo seguì.

La lotta alla proprietà privata e la seguente nazionalizzazione e burocratizzazione dell’economia, le lotte sociali e la fuga dei capitali che caratterizzarono il biennio ‘74-’75, determinarono un peggioramento della congiuntura economica tra l’altro già in crisi dal 1973.

La richiesta di adesione alla Cee, inoltrata formalmente nel marzo 1977 da Soares, primo ministro del primo Governo costituzionale, deve essere considerata in questo contesto sia come una risposta ai problemi della congiuntura economica sia come una scelta strategica in grado di consolidare la democrazia, assicurare lo sviluppo e la modernizzazione e di dare una nuova identità europea e Occidentale al Portogallo e alla sua popolazione.

Paese europeo, quello lusitano è anche, simultaneamente, un Paese atlantico, ma Salazar non fu mai un grande entusiasta della costruzione europea. Tuttavia, da uomo pragmatico, seguì da vicino le tappe di questo processo e cercò di mantenere relazioni economiche con l’Europa entrando nel 1959 nell’Efta. Dopo la Seconda guerra mondiale Salazar considerava l’Europa come un continente esausto e senza possibilità di manovra, schiacciato tra Usa e Urss. Il Mercato comune e il movimento di integrazione europeo gli apparivano come miti letterari, senza prospettiva. L’Estado Novo, che comunque non possedeva nessuno dei requisiti politici per aderire al processo di integrazione con i paesi democratici europei, doveva voltare le spalle al continente e guardare invece all’Atlantico. Era il miraggio euro-africano.

L’arrivo al potere di Marcelo Caetano nel 1968, aprì nuove prospettive ai settori della società portoghese che vedevano di buon occhio un avvicinamento all’Europa. Nel ’72, infatti, venne firmato un accordo commerciale con il Mercato comune. Tuttavia, tanto il problema coloniale come le caratteristiche antidemocratiche del regime erano incompatibili con i principi del Trattato di Roma.

Anche dopo la Rivoluzione dei garofani in pochi videro nell’avvicinamento all’Europa un’opzione valida, preferendo, in maggioranza, privilegiare le relazioni con i paesi nati dal processo di decolonizzazione portoghese. Per i partiti di destra e di centro-sinistra l’Europa era un orizzonte privilegiato sia per l’affinità con il modello politico economico che per l’appoggio materiale che questa concesse loro durante tutto il periodo rivoluzionario. Per i comunisti e i partiti di estrema sinistra, invece, la prospettiva era quella di un avvicinamento ai paesi del Terzo mondo e a quelli del “socialismo reale”.

Dopo otto anni dalla richiesta, il 12 giugno del 1985, nel corso della cerimonia al monastero dos Jerònimos a Lisbona per la firma dell’Atto finale di adesione del Portogallo (e Spagna) alla Cee, il primo ministro Mario Soares affermò che l’integrazione europea rappresentava per il suo Paese “un’opzione fondamentale per un futuro di progresso e modernità” e “una conseguenza “naturale del processi di decolonizzazione e di democratizzazione avviati il 25 aprile”.

L’integrazione comunitaria ha contribuito negli anni in maniera determinante allo sviluppo portoghese, al mutamento della mentalità, all’apertura della società, al miglioramento delle strutture e alla stabilizzazione macroeconomica, all’apertura del sistema finanziario, alla modernizzazione dell’apparato industriale e del tessuto imprenditoriale, alla riforma del sistema educativo e amministrativo. Il miracolo economico portoghese a cavallo tra anni Ottanta e Novanta, difficilmente si sarebbe realizzato senza i flussi finanziari di Bruxelles.

Dalla Rivoluzione dei garofani all’Unione europea il processo si chiude oggi che i portoghesi hanno interiorizzato la opção europeia come imprescindibile per il proprio futuro in un mondo globalizzato.



 

 

 

 

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