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252 - 01.05.04


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Tre o quattro cose che gli studenti devono sapere di Scalfari

Giancarlo Bosetti


Da una lezione per gli studenti del Dams dell'Universitö di Roma Tre, aprile 2004.

Voglio approfittare di questo compleanno per fare una lezione, non senza confessare nelle prime righe, come si deve fare in questi casi, che collaboro con il giornale da lui inventato e del quale Eugenio Scalfari ² ancora influente editorialista. Dunque i miei argomenti siano valutati per quello che sono, e guardati in trasparenza di fronte a un sospetto conflitto di interesse. Il fatto ² che, come ancora ² accaduto in questi giorni, se uno studente all'esame di "Nozioni generali di linguaggio giornalistico" in una universitö italiana non sa rispondere alla domanda "chi ² stato a fondare Repubblica?" capita che venga bocciato. E direi giustamente. Non vi pare? Non c'² appello al conflitto di interesse che tenga. Vale anche se l'esame glielo fa qualcuno del Corriere. La bocciatura non dipende dalla mia confessata simpatia per Scalfari. E non si tratta neppure di eccessiva pretesa "nozionistica", come un tempo si diceva. Con questa lezione vorrei spiegare perch³.

Quelli che non c'erano nei primi anni Settanta, e non hanno dunque mai letto un giornale, mettiamo un editoriale del Corriere della Sera o una qualsiasi pagina di cronaca, della Stampa o del Messaggero, del 1968 o del '71 forse non capiscono immediatamente perch³ Scalfari abbia un posto cosÒ significativo nella storia dell'opinione pubblica italiana. Il fatto che compia ottant'anni e goda di eccellente salute (e mi capiti dunque talvolta di incontrarlo) ² un handicap e crea qualche imbarazzo nell'emettere giudizi encomiastici, ma questo non mi impedisce di tentare una descrizione realistica della parte che Scalfari ha avuto nel fare dell'Italia un paese piğ moderno.

Stiamo ai fatti, in funzione di quel che serve sapere agli studenti. Quando mi sono messo a fare la lista delle imprese di Scalfari, delle ragioni per cui gli studenti che vogliono passare un esame di storia del giornalismo sono, in un certo senso, costretti, e giustamente, a conoscere i suoi "meriti", a sapere chi ², e come quando e con chi ha fondato un giornale, con quali risultati, mi sono trovato rapidamente davanti un elenco di tutto riguardo. Potete sperimentare la soliditö di questa lista anche per contrario, nel senso che ci troverete giudizi sui quali anche gli avversari di Scalfari, e tutti gli eventuali antipatizzanti, dovranno convenire. Ai nemici di Scalfari che proprio non fossero d'accordo, l'onere di falsificare le mie tesi. Potranno giudicare dannose le conseguenze del signor Scalfari, ma non la loro effettivitö.

Una prima parte del ragionamento ² fondamentale. Per capire quel che Scalfari ha fatto al giornalismo italiano, e piğ in generale al discorso pubblico nazionale, bisogna sapere come stavano le cose qualche decennio fa. E non ² facile immaginarselo se non si vanno a sfogliare giornali dell'epoca pre-scalfariana. Gli italiani hanno sepolto da poco Indro Montanelli celebrandolo non solo, meritatamente, come uno strepitoso giornalista capace di stabilire un immediato "contratto di simpatia" con qualunque lettore che cominciasse a leggere un suo articolo o un suo libro, ma anche come un "oppositore del regime" e quindi incensandolo con un fumus di progressismo che Montanelli non aveva fatto niente, invece, per meritare. Lui conservatore, lui monarchico, lui adamantino anticomunista, se n'² andato lasciando in molti seguaci di Forza Italia (di quali letture nutriti non ² in questo momento il nostro tema) la convinzione che con lui scomparisse un fastidioso amico dei comunisti. Il Montanelli che attacca Berlusconi, che fonda La Voce e poi torna al Corriere che aveva lasciato nel 1972, ² l'ultimo di diversi strati di una storia che ha le sue radici nel giornalismo italiano degli anni piğ duri della guerra fredda.

Quel giornalismo "indipendente" continua a meritare le virgolette perch³ era un giornalismo a libertö vigilata. Negli anni Cinquanta si and÷ davvero vicini all'approvazione di un disegno di legge che imponeva addirittura la censura preventiva e in quello stesso periodo non era difficile finire in carcere per "vilipendio" delle forze armate. L'esercizio del voto era libero e la democrazia italiana non fu insidiata nelle sue basi, ma la dialettica politica era fortemente limitata. Una parte politica, la sinistra (e con lei i sindacati), era confinata rigorosamente nei limiti della stampa di opposizione che era poi soltanto quella di partito (L'Unitö e l'Avanti!) con qualche rara eccezione (Paese Sera, L'Ora, propaggini peraltro della stampa del Pci).

La linea politica era costantemente dominata dalla preoccupazione principale: contenere i comunisti ed ogni possibile presa da parte loro, e dei loro alleati, sulla societö. Dei comunisti si parlava quasi esclusivamente per denunciare le complicitö del Pci con i crimini del comunismo mondiale. Sui giornali una discussione dentro gli steccati della sinistra non esisteva. I contrasti sociali, le proteste, gli scioperi, di qualsiasi genere, erano trattati essenzialmente come temi di ordine pubblico; per le redazioni, nei titoli, nei pezzi, diventavano esclusivamente preoccupazioni per la viabilitö, per l'incolumitö dei passanti. Nessuno immaginava che il segretario generale della Cgil potesse essere intervistato per spiegare, mettiamo, gli obiettivi della sua organizzazione. Questo lo faceva soltanto l'Unitö. Ai giornalisti e agli editorialisti, anche i piğ bravi, della generazione di Montanelli (ai vari Zappulli, Cervi, Sterpa, Alfio Russo, Bettiza) questa situazione stava bene. Quando arrivarono il '68 studentesco e l'autunno caldo operaio del '69, la stampa italiana continu÷ su quel registro: ordine pubblico e resoconti del genere cronaca "nera". Il distacco tra la stampa e la societö italiana era molto serio. Era come se il Corriere della Sera di Alfio Russo e di Giovanni Spadolini appartenessero a un altro secolo, non solo rispetto ovviamente a Mario Capanna, ma a qualsiasi studente della Statale di Milano.

La modernizzazione della societö italiana avanzava per molte vie, ed era sospinta in primo luogo dal tasso di crescita, mentre la stampa non riusciva a stare al passo, continuando a ripetere uno schema tanto paludato quanto la categoria dei giornalisti era corporativa, fuori dal tempo come gli elzeviri di terza sul Corriere. La stampa non cresceva, a causa della sua cronica debolezza e dipendenza, da altri poteri che quello editoriale.
E sarebbe andata avanti chissö quanto senza gente come Scalfari che aveva tenuto acceso il cerino di una possibile svolta negli anni gloriosi delle battaglie prima del Mondo e poi dell'Espresso per la libertö di stampa, per la libertö del costume, per la denuncia degli scandali del potere democristiano. La nascita del Giorno, nel 1956, due anni dopo quella dell'Espresso, aveva giö smosso le acque, aveva anch'essa aiutato a far sbocciare il primo governo di centrosinistra nel 1963, ma l'onda sospinta da Enrico Mattei e cavalcata da giornalisti come Tumiati, Forcella, Pietra, Murialdi, Bocca, Arbasino, Brera non era bastata, si era adagiata. Ci voleva il '68 a provocare un'altra ondata, molto piğ forte. Le durissime, e meritate, contestazioni del Corriere non ebbero effetto subito ma poco dopo, nel '72, con la nomina di Piero Ottone. Il suo giornale fu il primo innesco di una rivoluzione del giornalismo italiano, che si sarebbe per÷ compiuta solo con la nascita della Repubblica nel 1976.

Ed ecco, finita la parte preliminare, di sfondo, i meriti di Eugenio Scalfari, come tento di schematizzarli ad uso degli studenti.
a) La nascita di Repubblica nel '76 ² un fattore di modernizzazione della societö italiana. Scalfari ha colto nell'esperienza di Ottone al Corriere, breve ma in certo senso irreversibile, la lezione di un passaggio che non pu÷ piğ essere rinviato. E intravede quella che pu÷ diventare una opportunitö editoriale. Modernizzare non vuol dire solo imprimere un carattere laico - libero dai vincoli clericali e democristiani - alla guida di un grande giornale (il che significa moltissimo sul piano della libertö di linguaggio, della mentalitö, del costume), ma anche rivolgere le attenzioni di un giornale indipendente, senza virgolette, a quella parte della opinione italiana che era confinata dentro i recinti della stampa di sinistra o che era semplicemente trascurata: gli studenti, gli operai, i ceti professionali in ascesa, la scena politica nel suo intero. Il cammino verso il superamento della conventio ad excludendum del Pci ² in certo senso iscritto nell'atto di nascita della Repubblica. La fine dei condizionamenti della guerra fredda e la meta della normalizzazione democratica riguardano per÷ anche la destra. Sarö Scalfari, non per caso, ad applicare, molti anni dopo, l'idea dello "sdoganamento" dei postfascisti alla alleanza di Berlusconi con Fini, riconoscendolo come un merito (forse l'unico?) del primo.

b) Con Scalfari arriva un'ondata di giornalismo femminile, piğ precisamente di giornaliste donne in funzioni non tradizionalmente femminili, quindi anche nella politica, nello sport, in tutti i settori della cronaca, della cultura, dello spettacolo. (Qualche nome: Miriam Mafai, Roselina Balbi, Irene Bignardi, Natalia Aspesi, Emanuela Audisio, Alessandra Longo). Anche le cronache cittadine segnalano una scelta, quella delle giovani professioniste, che le rende capaci di portare lo sguardo sulla societö e la vita cittadina in un modo che agli altri giornali non riesce (notevole la battaglia della prima agile cronaca milanese della Repubblica con Giampiero Dell'Acqua e una squadra di giovani contro i giganti del Corriere). Ž un'opera di riequilibrio rispetto ad un mondo maschilista che non riusciva a tener conto dell'accesso delle donne al lavoro. E le vendite ripagheranno questo coraggio.

c) Scalfari inventa l'unico giornale indipendente dai caratteri veramente nazionali, distribuito cio² in modo relativamente uniforme e senza una unica base regionale come avveniva per tutti i grandi giornali italiani, a cominciare dal piğ importante, il Corriere, per due terzi venduto in Lombardia.

d) Sdogana, non solo in termini politici, ma anche in termini editoriali, il lettore di sinistra, il progressista, l'innovatore, quello che fa scandalo della oppressione degli omosessuali o delle minoranze, del razzismo, dell'antisemitismo, della xenofobia.

e) Rinnova il giornalismo politico ed economico, sviluppando sul quotidiano l'esperienza avviata sui settimanali (Panorama ed Espresso) negli anni precedenti: scrittura piğ divertente, libera e disinibita, angolatura piğ curiosa delle notizie, scorci diversi sullo stesso fatto, una spesso dichiarata presa di posizione, che manifesta scanzonate simpatie o antipatie per i personaggi politici e dell'economia.

f)
Inaugura un uso delle pagine culturali che rompe non solo il vecchio timone, con le sue tradizionali terze pagine, ma anche lo schema elzeviro-spalla-fogliettone e che vivacizza il dibattito aprendosi fin dall'inizio a un orizzonte internazionale.

g) Facendo un giornale tendenzialmente di opposizione e rompendo lo schema di giornali istituzionalmente vocati a una linea filogovernativa (per via delle proprietö per lo piğ tributarie degli interessi confindustriali, diocesani e democristiani) l'affermazione di Repubblica dö all'opinione pubblica italiana una vitalitö che prima non aveva. Ž difficile oggi (non per me che ci lavoravo negli anni Settanta, quanto per tutti voi studenti) immaginare come l'Unitö, unico grande giornale ampiamente diffuso tra quelli di partito, godesse di un sostanziale monopolio dell'opposizione e del dissenso. Fino ad allora dunque la critica sociale anche dura non era mancata, ma avveniva per lo piğ sotto le insegne del Pci (il che ne spiega anche i successi elettorali). Ma ² solo con Repubblica che la societö italiana vede affermarsi la fisiologia del contraddittorio nella sfera pubblica e non solo quello della militanza politica.

h) E' sicuramente un fatto importante - con quanto merito e con quanta colpa resta da vedere - la creazione di un giornale di tendenza (l'espressione "giornale partito" ² a mio avviso fuorviante per le ragioni di cui sopra), un giornale apertamente schierato. In questo modo Scalfari ci sottopone a uno degli enigmi italiani, quello di una evoluzione anomala della stampa italiana: l'unico giornale del paese a diffusione realmente nazionale, non a base regionale, non ha il suo punto di consistenza nell'identitö nazionale (come ² il caso, analogo, di Usa-Today negli Stati Uniti, non centrato su uno stato) ma in un orientamento culturale e politico, modernizzante e progressista. L'evoluzione della specie "cotidianus italicus" supera gli scogli della debole identitö nazionale attraverso una tendenza culturale e politica. Ed in questo apre una strada nuova (diversissima da quella di tutti gli altri paesi sviluppati).

h bis) non ² il Giornale (nuovo) di Montanelli ad aprire questa strada, come talvolta si afferma. Oggi questa testata ² diventata un giornale militante della destra berlusconiana e tende verso una diffusione piğ omogenea sul piano nazionale, ma non ² stato cosÒ per lungo tempo. In origine Montanelli ne fece quel che avrebbe voluto fosse il Corriere, (e quel che il Corriere era stato fino alla direzione di Ottone) un giornale conservatore, vigorosamente antimodernista, schierato con il governo e la Dc, anche se "con il naso turato" (slogan del 1976), severo e tradizionalista anche nell'aspetto grafico, ma diffuso essenzialmente solo in Lombardia, da antagonista speculare al suo avversario in edicola, il Corriere.

i) Scalfari "settimanalizza" il quotidiano, ovvero introduce negli anni della televisione galoppante (la neotelevisione su cui si costruiranno il potere di Berlusconi, il duopolio Rai-Mediaset, la presa dei partiti sulla tv pubblica, il drenaggio abnorme di risorse pubblicitarie a beneficio della tv e a danno dei giornali) gli ingredienti dai quali nascerö l'"omnibus", cio² la formula generalista, di un giornale che a partire da una diffusione presso le fasce piğ alte e istruite di lettori andrö alla conquista di un mercato piğ popolare con un linguaggio piğ accessibile, e con molti ingredienti che erano tipici dei settimanali: l'approfondimento, la scelta di nuovi punti e piğ numerosi punti di vista sulla stessa notizia (il retroscena, la polemica, le interviste contrapposte, il caso, i repertori narrativi connessi), il corredo di immagini, il lavoro infografico che semplifica la comprensione e la sintesi, fino a un intervento sulla struttura del giornale che porterö alla tecnica attuale "di timone" del "primo sfoglio", che rivoluziona la rubricazione tradizionale. Ž indubbiamente Repubblica, con il suo formato piğ maneggevole a guidare questa rivoluzione e a trascinare via via tutte le altre testate nazionali.

l) Per finire dobbiamo dire anche quello che Scalfari non riesce a fare, anche se un po' ci si avvicina: creare un giornale indipendente anche nella sua proprietö da interessi diversi da quelli del gruppo dirigente che lo guida. A un certo punto, per tenere in piedi finanziariamente l'impresa, lui e Carlo Caracciolo, giö editore dell'Espresso, hanno bisogno di un imprenditore industrial-finanziario e lo trovano in Carlo De Benedetti. Ž vero che quando quest'ultimo viene sconfitto (in un modo che ancora dö da lavorare alla giustizia) da un lodo che attribuisce il controllo del gruppo Mondadori a Berlusconi, si manifesta una evidenza: il carattere della testata di Repubblica ² incompatibile con il passaggio ad una gestione cosÒ politicamente contraddittoria. Il giornale viene sottratto al destino che tocca invece a Panorama (rovesciare la tendenza culturale e politica che aveva nella sua storia), ma non si crea una condizione proprietaria, n³ di genere puramente editoriale (modello New York Times) n³ di tipo cooperativo che possa essere affidata allo stesso gruppo dirigente del giornale (modello Frankfurter Allgemeine Zeitung o Le Monde) e alla sua capacitö di produrre dal proprio interno una linea "ereditaria".

Ma Scalfari non ² il tipo di intellettuale che solleva unanimi apprezzamenti, raccoglie anche critiche e antipatie, molte e spesso molto forti. Per tante ragioni. In certi casi le stesse. La prima che viene in mente ² la sua lunga battaglia sulla "questione morale", cara a Berlinguer e avversa al Psi di Bettino Craxi. La seconda ² la posizione della "fermezza" all'epoca del sequestro Moro e che l'ha contrapposto, ancora una volta a Craxi, e ai "trattativisti" di Lotta Continua. Ma molte altre ragioni le trovano i suoi critici, del genere piğ vario, a destra e a sinistra. Il gruppo storico di intellettuali dei Quaderni piacentini ha serbato per lui una sfolgorante antipatia, una "antipatia di culto" in Marco Bellocchio e Goffredo Fofi. Chissö se questa antipatia regge al tempo o si ² ormai estenuata e dissolta?
Forse qualche studente, con le sue ricerche e nuove tesi di laurea ci aiuterö a far luce anche su questo. O forse lo faranno i lettori di questo sito con i loro contributi?
Auguri di cuore al fondatore della Repubblica, per i suoi bellissimi ottant'anni.

 

 

 

 

 

 

 

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