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Quanto conta il mio voto?



James S. Fishkin




La nostra voce. Opinione pubblica & democrazia, una proposta (Marsilio, I libri di Reset, euro 9.90) è il titolo del libro scritto dal politologo americano James S. Fishkin con cui approda in Italia, dopo gli Usa la Gran Bretagna la Danimarca, l'Australia e la Bulgaria, la proposta dei deliberative poll, una innovativa forma di sondaggio tesa a realizzare una migliore comprensione delle questioni di pubblico interesse tra l'opinione pubblica. Il libro è stato presentato ad un convegno svolto il 26 maggio a Roma, presso i locali della Camera dei deputati, che ha visto impegnati, oltre all'autore di cui proponiamo l'intervento, il vicepresidente della Convenzione europea Giuliano Amato, il direttore di Reset e Caffè Europa Giancarlo Bosetti, il vicepresidente del Senato Domenico Fisichella, il presidente di Ispo Renato Mannheimer e il politologo Giovanni Sartori.


Possiamo definire il deliberative polling come un esperimento di scienze sociali, un nuovo metodo di rilevamento statistico e un modo per coinvolgere i media nella vita politica di una nazione che, pur basandosi sul successo già ottenuto dai sondaggi d'opinione, rappresenta un tentativo di superarne i limiti tradizionali e di migliorarne la qualità.

Nel 1938 George Gallup parlava dei sondaggi d'opinione come di qualcosa che avrebbe potuto migliorare i meccanismi della democrazia soprattutto nel mondo anglosassone e notava come questo facesse della discussione e dell'opinione pubblica la base del sistema democratico. Già allora c'era l'idea che i mezzi di comunicazione, in particolare la radio e i giornali visto che non esisteva ancora la tv, potessero riflettere i risultati dei sondaggi per poi discuterne in modo che l'intera nazione potesse trasformarsi in un'enorme stanza in cui avvenisse una discussione e quindi un processo deliberativo.

Anche la mia proposta intende trasformare l'intero paese in un enorme luogo di discussione, ma in maniera diversa da quella prospettata da Gallup. Questi infatti sosteneva l'idea che una stanza immaginata per accogliere una discussione su base nazionale fosse troppo grande e avrebbe finito col determinare una confusione di nessuna utilità per l'accrescimento della democrazia. Ignoranza razionale è il termine coniato dagli scienziati sociali per definire l'atteggiamento delle persone che vanno a votare o che si sottopongono semplicemente a un sondaggio d'opinione; si tratta di un atteggiamento che si potrebbe riassumere in poche parole: "Se il mio voto conta solamente uno in mezzo a milioni di voti, perché mai dovrei spendere energie e tempo per comprendere i dettagli delle questioni che mi vengono proposte e sulle quali io devo decidere?"

Ma la democrazia necessita di un coinvolgimento e di un impegno da parte dei cittadini che vada oltre simili posizioni, che li porti ad essere ben informati e coinvolti nella discussione e nel tentativo di decidere. I cittadini devono voler decidere.

Un altro problema connesso con i tradizionali sondaggi d'opinione riguarda il fatto che molte delle opinioni che vengono riportate come risultati dei sondaggi, in realtà non esistono. Come è stato dimostrato da studi sull'argomento, ai cittadini non piace rispondere ai sondaggi d'opinione con la voce "non lo so", preferiscono piuttosto scegliere a caso una delle alternative che vengono proposte. Qualche anno fa il Washington Post organizzò un sondaggio in cui si chiedeva ai cittadini se fossero favorevoli o meno al mantenimento del "Public Foreign Affair Act", un legge di cui il giornale dichiarava di voler celebrare il ventennale, ma che invece non era mai esistita. Le persone interrogate risposero manifestandosi contrari o favorevoli alla legge in questione, ignorando del tutto che si trattava di una norma del tutto inventata dagli organizzatori del sondaggio.
Ovviamente questo non vuol dire che le persone non abbiano delle opinioni, ma dimostra che spesso possono rispondere sulla base di un'informazione scarsa o superficiale sugli argomenti posti alla loro attenzione.

Da queste considerazioni ho iniziato a chiedermi che cosa succederebbe se il pubblico fosse realmente motivato ad informarsi e potesse ottenere tutte le informazioni e le conoscenze necessarie per poter prendere delle decisioni consapevoli in merito a una determinata questione. Inizialmente i miei collaboratori ed io abbiamo somministrato un sondaggio d'opinione a un campione casuale della popolazione; terminato il sondaggio, abbiamo chiesto ai partecipanti se erano disposti a partecipare a un esperimento, a essere radunati a nostre spese in un posto per la durata di un week-end di discussione sull'argomento del sondaggio a cui avevano appena risposto; abbiamo consentito loro di viaggiare gratis, pagato tutte le spese, detto loro che sarebbero stati ripresi dalla tv e soprattutto che la loro voce finalmente avrebbe contato.

Nel 1994 abbiamo organizzato il primo sondaggio deliberativo in Gran Bretagna con la partecipazione di Channel 4. Da molte parti venivano critiche al nostro progetto, i sostenitori dei sondaggi tradizionali ritenevano impossibile che un esperimento del genere avesse successo, quotidiani come il Guardian e l'Herald Tribune dicevano che il campione non sarebbe stato rappresentativo e che in particolare le donne si sarebbero rifiutate di partecipare.
Noi non ce ne siamo interessati e abbiamo organizzato due esperimenti, uno sul tema della criminalità e uno sulla partecipazione politica, radunando più di trecento persone negli studi della Granata Television a Manchester. Per provare a entrare nell'atmosfera della novità e della peculiarità della proposta che avevamo avanzato, è forse significativa la frase pronunciata da un collega che in quell'occasione mi ha confessato di aver lavorato a più di mille sondaggi nel corso della sua carriera, ma mai era riuscito a vedere un solo campione rappresentativo tra quelli da lui sondati, mentre ora aveva trecento persone radunate per un sondaggio proprio lì davanti ai suoi occhi. Questo episodio ci aiuta a capire in che modo il sondaggio deliberativo funzioni con princìpi opposti al sondaggio tradizionale: in quest'ultimo non si fa mai riunire la gente insieme proprio per evitare quello che invece è lo scopo del sondaggio deliberativo, cioè creare una situazione in cui la gente possa parlare, scambiarsi opinioni e quindi modificare il proprio orientamento. Era questo il nostro obiettivo, che la gente parlasse e potesse stare nelle condizioni migliori per scambiarsi opinioni per un intero week-end in modo da poter raggiungere un'opinione più consapevole.

Il nostro lavoro è consistito nel preparare materiale per le informazioni preliminari, dividere il campione in gruppi di una decina di persone ciascuno organizzato da un moderatore e fare in modo che in ogni piccolo raggruppamento si rivolgessero, riguardo agli argomenti in discussione, domande a esperti o rappresentanti politici di diverse fazioni.
Durante primo sondaggio deliberativo la moglie di uno dei partecipanti mi ha detto che in trentacinque anni di matrimonio non aveva mai visto il marito comprare o leggere il giornale, ma dopo aver partecipato all'esperimento si era detto intenzionato a leggere anche più di un quotidiano ogni giorno per essere più informato e quindi affinché la sua voce potesse valere.

Nel gennaio 2003 abbiamo realizzato negli Usa un altro sondaggio deliberativo, trasmesso dalla Pbs, su temi della politica estera degli Stati Uniti, e in particolare sulla spesa che il governo destinava agli aiuti dei paesi poveri. Alla fine dell'esperimento è emerso che solamente una piccolissima parte del campione sapeva che il denaro statunitense speso per aiutare i paesi poveri corrisponde all'1% del Pil, mentre alcuni pensavano che ammontasse addirittura al 25-30% e che fosse uguale al budget riservato alle politiche di pubblica sicurezza o alle forze militari.
Alla fine del sondaggio la percentuale delle persone che avevano acquisito questa nuova informazione era passata dal 19 al 60 per cento, e molti di loro avevano cambiato opinione sulla somma di denaro che il proprio governo dovesse dedicare agli aiuti per i paesi del Terzo Mondo, un risultato evidente dell'effetto prodotto dai processi di deliberazione innescati dal nostro esperimento.

Abbiamo fatto ventuno sondaggi deliberativi in Australia, negli Usa, in Gran Bretagna, in Danimarca, Bulgaria e abbiamo imparato dal nostro lavoro che le persone sono molto intelligenti se si riesce a dare loro un'opportunità di dimostrarlo, e dispongono di una grandissima capacità di riflessione, di discussione e di deliberazione, che sono in grado di rivedere le proprie posizioni e cambiare intenzione di voto quando vengono poste di fronte a questioni di grande importanza e viene fatto capire loro il valore che quegli argomenti hanno per il futuro della nazione. E' così che si supera l'ignoranza razionale: invece di avere un voto tra un milione di simili, ciascuno deve avere la netta sensazione che la propria opinione non è semplicemente diluita tra il vasto numero degli elettori, ma è un'opinione che conta, perché ascoltata e dibattuta tra pochi, rafforzata dalla discussione di un gruppo, informata dai processi deliberativi.

 


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