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242 - 13.12.03


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In rotta verso la Babele elettronica

Bruno Somalvico con Mauro Buonocore


Avere la possibilità di guardare un numero grandissimo di canali. Riuscire a costruire un palinsesto che sappia soddisfare i gusti e le preferenze di ciascuno. Immaginare un pubblico non più massificato e indifferenziato, ma segmentato, addensato in piccoli gruppi di interessi intorno a canali tematici. E poi, ancora, avere la reale possibilità di guardare canali provenienti da tutti i paesi del mondo, poter guardare la tv non solo dallo schermo del televisore ma anche sul computer, sul telefonino. Tutte scene, queste, che dipingono una specie di Babele elettronica, un mondo nuovo che sta dietro l’angolo del futuro o che forse sta già dando alcune sue anticipazioni nello sviluppo delle tecnologie digitali applicate alla tv. A Bruno Somalvico, autore con Bino Olivi del libro La nuova Babele elettronica. La Tv dalla globalizzazione delle comunicazioni alla società dell’informazione (Il Mulino, 2003), storico esperto di media e di tecnologie della televisione e coordinatore, dal 2000 al 2001, del gruppo di lavoro «digitale terrestre» del Forum Permanente presso il Ministero delle comunicazioni, abbiamo chiesto di spiegarci come cambia la televisione con le tecnologie digitali.

Professor Somalvico, parliamo di tv digitale e ci vengono in mente molte possibilità, da una nuova e ricca offerta di canali tematici alla possibilità di aprire il mercato a nuovi operatori, a nuovi editori televisivi. Quale sarà il futuro italiano per la tv?

Se si cerca di descrivere uno scenario futuro si rischia di giocare il ruolo di una fata Morgana. Il ritratto della tv degli anni che verranno è legato a una serie di variabili che non consentono facili previsioni. Il digitale terrestre, la tecnologia scelta in Italia per la diffusione di segnali digitali, va inquadrato nel processo storico dello sviluppo della tv del nostro paese. Potremmo dire che oggi ci troviamo a vivere la quarta fase della storia televisiva italiana.

Come e quando è iniziata questa storia?

La prima fase è stata caratterizzata dai monopoli. Agli albori della tv, le frequenze erano considerate un bene dello stato e una risorsa scarsa, e così veniva assegnato a un soggetto pubblico, o para-pubblico, il compito di avviare i segnali televisivi e di adempiere a una serie di compiti. Tra questi ad esempio c’era quello di costruire una rete di impianti di trasmissione in grado di svolgere un servizio universale, cioè raggiungere tutti i cittadini, senza discriminanti, su tutto il territorio nazionale. Altri compiti miravano poi a garantire il pluralismo dell’informazione, l’accesso a soggetti diversi, in una realtà nazionale in cui l’analfabetismo era abbastanza diffuso, i giornali erano poco letti e la radio, prima, e la televisione, poi, erano l’unica fonte di accesso all’informazione per gran parte della popolazione. La tv si presentava al pubblico con una forte funzione educativa, su di essa ricadeva la possibilità di svolgere un vero e proprio ruolo di alfabetizzazione, visto che il linguaggio della tv diffuso dai programmi della Rai ha in qualche modo unificato un paese in cui si parlavano ancora molte lingue diverse legate alle realtà regionali e locali.
Il panorama televisivo nato negli anni Cinquanta si fondava sulla centralità, sul monopolio, della Rai, concessionaria di un servizio radiotelevisivo pubblico che inizialmente era monocanale e poi si è ingrandito fino al secondo e al terzo canale, e diffondeva ai telespettatori trasmissioni finanziate dal canone e, in una piccola parte, dalla pubblicità.

Ma dopo qualche decennio il panorama è cambiato, alle reti Rai se ne sono aggiunte altre che hanno spezzato il monopolio del servizio pubblico.

Negli anni Ottanta i servizi televisivi europei sono usciti dalla fase dei monopoli percorrendo vie diverse. Nel nord del continente nuove soluzioni tecniche come la diffusione via cavo e via satellite hanno aperto le porte a nuovi soggetti. Nell’Europa mediterranea, come in Spagna e Francia, il legislatore ha concesso a privati l’opportunità di utilizzare un numero molto ristretto di frequenze nazionali.
In Italia il sistema radiotelevisivo si è evoluto verso la coesistenza di servizio pubblico e di tante televisioni locali ed un ristretto numero di televisioni commerciali in una realtà che possiamo definire un oligopolio in cui i protagonisti sono due grandi soggetti. Si è aperta così la seconda fase della storia della tv, una fase in cui la pubblicità diventa il grande motore di sviluppo del sistema televisivo.

Quando cerco di spiegare e raccontare la televisione italiana di questa seconda fase, utilizzo l’immagine della clessidra. Immaginiamo che in cima alla clessidra, nel largo spazio che sta nella parte superiore, ci siano tanti produttori di contenuto. Soggetti disposti a trasformare dei contenuti in programmi televisivi (come ad esempio la Lega calcio per le partite, un produttore cinematografico per i film, una società di produzione di talk-show, quiz o fiction) devono scendere verso la metà della clessidra e andare là dove il vetro si stringe. Qua ci sono le reti dell’oligopolio, le concessionarie delle frequenze cui i produttori devono proporre i propri contenuti per farli poi irradiare a tutto il pubblico televisivo nazionale.

Questa della clessidra è una fase che dura fino alla seconda metà degli anni Novanta, quando si affacciano sulla scena italiana le prime piattaforme digitali che porteranno nuovi cambiamenti. Di fatto però, è una situazione che in parte vive ancora, e che continua a essere l’elemento centrale dello scenario televisivo che abbiamo sotto gli occhi. Se infatti andiamo a guardare i dati degli ascolti televisivi possiamo riscontrare che quasi il 90% di ascolti è appannaggio della tv generalista terrestre. Le risorse economiche dell’epoca della clessidra sono il canone, per la televisione pubblica, e le inserzioni pubblicitarie. L’accesso ai programmi è libero e le risorse economiche sono esterne al sistema, con la conseguenza che lo scopo primario della realizzazione di programmi da parte delle televisioni commerciali è quello di costruire platee per gli inserzionisti pubblicitari. Una realtà, ripeto, che non è ancora finita, ma che possiamo ritrovare, anche se con alcune differenze, anche oggi.

E poi vennero i canali tv a pagamento.

Le prime pay-tv iniziarono a svilupparsi in Francia già nella prima metà degli anni Ottanta, ma in Italia solo nei primi anni Novanta iniziano a fiorire i primi canali a pagamento che decolleranno solo negli ultimi cinque anni in seguito all’avvio delle piattaforme digitali via satellite.
Inizia così una realtà diversa per la quale non funziona più il modello descrittivo della clessidra ma che richiede un’immagine diversa, anzi opposta, cioè il rombo, una figura che ci disegna due processi di concentrazione, uno in alto, l’altro all’estremo inferiore del processo di produzione, distribuzione e fruizione della programmazione televisiva.

Mi spiego meglio. All’estremità superiore il rombo si restringe: è qui che abbiamo il service provider, cioè colui che gestisce le piattaforme, il soggetto che ha le strutture e le possibilità per irradiare programmi attraverso la tecnologia digitale.
Il service provider decide quali prodotti acquisire, quali ritiene più appetibili ed adatti alla messa in onda e per i quali vale la pena spendere denaro e risorse per i diritti di sfruttamento. All’estremità inferiore del rombo abbiamo un’altra strozzatura, ancora una volta le linee si stringono. Qui è raffigurato il momento in cui i programmi, dopo aver incontrato il parere favorevole del service provider, arrivano al pubblico che però adesso non è più vasto e indifferenziato, ma è un pubblico di nicchia che ha deciso di pagare del denaro per avere sul proprio televisore programmi che ritiene più interessanti.

Quindi il service provider gestisce, nel vertice superiore del rombo, l’acquisizione dei diritti di sfruttamento; nella parte inferiore, invece, controlla la gestione degli abbonati che avviene attraverso l’accesso condizionato per mezzo del decoder. Nella parte centrale del rombo ci sono le centinaia di canali potenziali, sempre più segmentati e specializzati, resi possibili dalla tecnologia digitale, come ad esempio le tv tematiche e i servizi interattivi.

In questa nuova fase le risorse del sistema tendono a non essere più caratterizzate dalla centralità del canone e della pubblicità, che pure mantengono un ruolo predominante nel periodo transitorio, ma ora l’elemento nuovo è il finanziamento diretto proveniente dall’utente finale, che si concretizza nell’abbonamento a un pacchetto di canali o l’acquisto diretto di un prodotto nel caso della pay per view.

Così ci ha descritto tre momenti che si sono susseguiti dando forma alla storia televisiva italiana. Ne manca ancora uno.

La quarta fase può essere definita come quella che crea un ambiente multipiattaforma. In un prossimo futuro, il possibile sviluppo del cavo, la realizzazione e la diffusione effettiva delle tecnologie a banda larga ci offriranno la possibilità di mandare segnali televisivi destinati a nuovi terminali mobili come ad esempio tv da polso o micro portatili e piattaforme wireless, così che l’esperienza televisiva non sarà necessariamente legata al televisore.
Questo è il quadro estremamente variegato e complesso che stiamo iniziando a vivere, questa è la Babele che dà il titolo al libro scritto dal prof. Bino Olivi e da me: la complessità in cui la moltiplicazione e la segmentazione dei canali si presenta ad un pubblico che sta mostrando di rendersi sempre più internazionale, accomunato dagli interessi su determinati contenuti.

Che ruolo resta, allora, al servizio pubblico in una realtà così frammentata e, al tempo stesso, così vasta?

Il professor Olivi e io abbiamo in passato pubblicato un libro dal titolo La fine della comunicazione di massa (Il Mulino). Era il 1995, ci trovavamo alla vigilia di quell’epoca che abbiamo descritto con la figura del rombo, e noi invitavamo ad uscire dall’eccesso di tv generalista che non riusciva a liberarsi della dittatura dell’Auditel. Queste erano idee e previsioni legate alla nascita di televisioni tematiche e della diffusione di tecnologie digitali. Negli anni che da allora ci portano fino ad oggi è sorto un nuovo problema, cioè il digital divide. All’interno delle società occidentali esistono profonde differenze tra chi ha diete mediatiche molto ricche, condite dalle più innovative tecnologie, e chi invece non ha confidenza con i nuovi dispositivi digitali. In tutta questa complessità, nella Babele di cui si parlava prima, al servizio pubblico resta allora la necessità di svolgere il ruolo di una bussola che sappia essere per i telespettatori uno strumento di orientamento in un ambiente di informazione che ha dimensioni globali e locali allo stesso tempo. Da qui poi è necessario riprendere le redini di una produzione di qualità e valorizzare le realtà locali.

Nell’universo multicanale, la vecchia tv generalista è destinata a trovare una sua posizione nella dimensione del tempo reale, cioè a tenere al centro della sua attenzione l’informazione e l’approfondimento al ritmo della comunità locale, nazionale o globale. In altre parole rimane il compito fondamentale di saper guardare verso il mondo e allo stesso tempo di rappresentare il sistema paese nella sua complessità. Vincere la sfida della cosiddetta “glocalità”, significa saper comunicare e rendere interessante all’Italia, all’Europa e al mondo quanto avviene oggi in un paesino della Basilicata ostile allo stoccaggio delle scorie radioattive e capirne le effettive ripercussioni nel dibattito mondiale sull’approvvigionamento energetico.

 

 

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