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La paura cresce più del crimine

 

Ernesto U. Savona intervistato da Giancarlo Bosetti

 

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La miscela da dare al paziente deve contenere una dose di Polizia, una di Giustizia e un’altra di Welfare. Il primo ingrediente può fare effetto subito, ma senza gli altri due non si mette in piedi, nel lungo periodo, quel circolo virtuoso che tiene insieme le società libere e bene ordinate e che si regge su tre gambe: cultura della legalità, sviluppo economico equilibrato e sicurezza dei cittadini. Ernesto Savona, di mestiere criminologo (è ordinario all’Università di Trento), ha del problema una visione sistematica e non condizionata dalle tensioni politiche del momento. Al convegno di Napoli, organizzato dalla fondazione Società libera, proporrà il suo dosaggio ideale della pozione anticrimine di cui hanno bisogno l’Italia, il Mezzogiorno, ma anche Milano e il Nord. Il professore spiega che è difficile rimettere la discussione sui piedi, dal momento che "la paura aumenta anche se la criminalità diminuisce". Questo non è un campo dove valgano solo ragioni aritmetiche, come ora vedremo. E poi il dibattito sulla sicurezza è, secondo Savona, "povero di idee, si muove alla ricerca di soluzioni prêt a porter da spendere subito nel mercato politico. Si bada agli effetti che possono avere segnali rassicuratori per l’opinione pubblica, ma si rischia di produrre solo confusione ed un crescente allarme sociale. Al vuoto di conoscenze su cosa funziona e cosa non funziona si aggiunge la rigidità organizzativa degli apparati di sicurezza e giustizia." E si illude chi pensa che la "tolleranza zero" possa avere effetti miracolosi. Vediamo perchè.

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Professor Savona, c’è davvero una differenza tra le tendenze oggettive della criminalità in Italia e la percezione che gli Italiani ne hanno?

È incontrovertibile, sulla base dei dati, che ci sia una diminuzione del fenomeno criminale ma che la paura aumenti. Lo confermano i dati sulla vittimizzazione. Le ragioni sono diverse. Prima i media riportavano solo fatti accaduti in un circondario piú delimitato, oggi un omicidio di Milano può turbare qualcuno a Palermo, un evento di cronaca in America può produrre impressione fin qua. C’è poi una componente di pregiudizio razziale, si veda Milano. I nove omicidi dell’inizio dell’anno sono dun fatto casuale perchè il numero degli omicidi a Milano è diminuito.

 

Anche il rapporto 98 del Censis documenta che c’è un maggiore allarme generale anche se questo allarme si riduce quando ciascuno guarda al territorio in cui effettivamente vive.

Il fatto è che se un tabaccaio viene ammazzato a Milano tutti i tabaccai in Italia entrano in fibrillazione perchè ciascuno di loro avverte quel rischio come suo. Statisticamente l’ammontare di criminalità diminuisce, e con essa anche il rischio, ma questo non fa diminuire la paura delle categorie piú esposte. Quello della paura è un meccanismo non sempre razionale. Ricerche americane dimostrano che i settori sociali piu’ impauriti sono quelli che hanno minore probabibilità di essere vittima di atti criminali.

 

Dal punto di vista dell’informazione sui crimini il mondo sviluppato è tutto uguale? O ci sono paesi a temperatura piú alta?

La cronaca ha sempre avuto un grande effetto. Oggi l’elemento nuovo è che i fatti della criminalità sono passati dalle pagine di cronaca a quelle della politica. Sia in Europa che in America questo è diventato un tema politico importante sul quale presidenti, capi di governo o ministri della giustizia si giocano il posto.

 

In America non è una novità la politicizzazione della giustizia e delle responsabilità di polizia, lo è probabilmente in Italia, se circoscriviamo il discorso alla criminalità comune (diverso il discorso per quella politica, per mafia e terrorismo).

La criminalità urbana è finalmente diventato un punto dell’agenda politica come, da tempo, lo è in Francia, in Inghilterra e nel Nord Europa a causa di una lunga parentesi in cui l’attenzione dei media era occupata da un altro genere di preoccupazioni: mafia, terrorismo, tangentopoli.

 

Veniamo alle sue proposte.

Si tratta di una miscela di welfare e politiche repressive. Le prime producono effetti sui tempi lunghi, le altre possono funzionare anche subito, ma non ci si può affidare soltanto a queste seconde; infatti l’esperienza di "tolleranza zero" dimostra che se si agisce solo sulla leva repressiva ritornano nei tempi piú lunghi gli stessi livelli di criminalità che si credeva di avere eliminato.

 

Che cosa non funziona nel modo in cui l’Italia affronta la lotta alla criminalità?

Le risorse che abbiamo a disposizione non sono distribuite bene. C’è uno squilibrio a danno delle grandi città. Il rapporto tra numero di poliziotti e abitanti è tra i migliori di Europa, ma non si produce una quantità di sicurezza proporzionata. Ed ancora piú grave è l’inconveniente che spesso giustamente lamentano i poliziotti: "Se i giudici non condannano i criminali, noi che cosa ci possiamo fare?". È una grande verità, dal momento che gli apparati di sicurezza funzionano solo se funzionano quelli della giustizia.

 

Ecco i grandi guai italiani allora: squilibri territoriali e guasti della giustizia.

Manca la effettività della punizione. Io arresto il criminale ma se tu non lo condanni non c’è piú il deterrente della pena.

 

Si può quantificare il malfunzionamento della giustizia?

È dimostrato da risultati di ricerca che l’efficacia della sanzione non dipende dalla sua quantità, ma dalla velocità della sua applicazione. Un anno solo di pena per un furto? Benissimo ma che lo si sconti veramente e a breve distanza dal furto. È inutile comminare cinque anni dopo sei anni che il furto è stato commesso. Ampliare la sanzione penale non serve a niente, se il processo penale dura quattro anni con tre gradi di giudizio; e con il rischio della prescrizione.

 

In quale tipo di crimine abbiamo il bilancio peggiore: rapine, omicidi, furti d’auto, d’appartamenti?

La piccola criminalità ha oggi un trattamento che rasenta la impunità perchè di fatto la pena comminata non viene applicata. Diamogli trenta giorni di carcere, se dobbiamo dargli il carcere, ma che sia carcere. Gli arresti domiciliari e cose del genere funzionano molto poco come deterrenti.

 

Ci sono reati di diversa gravità, dal piccolo furto alla rapina a mano armata, magari con il morto. Come vanno le cose nei diversi campi?

Questa criminalità piú pericolosa è statica, non è in aumento, ha un andamento ciclico in rapporto alla ricchezza del paese e ai livelli di disoccupazione. I dati americani per esempio dicono che la diminuzione della criminalità dipende da ragioni non imputabili alla "tolleranza zero", che non c’è dovunque, ma da alcune variabili concomitanti: la diminuzione della disoccupazione e soprattutto dal fatto che i giovani tra i 15 e 25 anni sono diminuiti a causa dello sboom demografico.

 

Ma la "tolleranza zero" è stata veramente applicata da qualche parte?

Ci sono tanti diversi programmi da molto tempo che portano il nome di "tolleranza zero", che significa fondamentalmente partire dalla piccola criminalità e applicare un metodo rigido mettendo in carcere i borseggiatori della metropolitana. La tesi e’ che facendo cosi’ si riesce a diminuire l’ammontare della criminalità violenta. È stato misurato l’impatto di questi programmi ed i risultati sono semplici: funziona nel breve periodo, nel lungo ritorna tutto come prima.

 

E perchè?

Perchè scatta una tensione che riduce le possibilità di occupazione per i giovani a rischio, perchè si delegittima la polizia sia tra le persone arrestate che nella rete dei rapporti famigliari, perchè si accresce la propensione degli arrestati ad una maggiore violenza. Los Angeles non ha tolleranza zero, New York l’ha applicata: e si è visto che la criminalità a Los Angeles è diminuita nella stessa percentuale di New York.

 

Quindi non è neppure la soluzione per noi?

Noi l’abbiamo importata nella nostra discussione in modo talmente schematico che non fa giustizia neanche a quelli che l’hanno applicata effettivamente. Alcune cose andrebbero anche bene, ma mescolate con altri elementi di terapia sociale. Se vogliamo effetti nel lungo periodo, non funziona.

 

Una politica della sicurezza deve affrontare anche la questione immigrati?

Certo. Ed il mix tra politiche di welfare e controllo penale funziona anche per l’immigrazione. Ne è una prova la Svezia, l’unico paese in Europa dove la seconda generazione di immigrati commette meno reati della prima, perchè è il paese che ha pianificato politiche di integrazione sociale degli immigrati molto piú di altri come la Germania o l’Inghilterra. Il che vuol dire che il welfare paga se bene orientato. Integriamo gli immigrati, usiamoli come forza lavoro e avremo anche una riduzione dei loro comportamenti illegali.


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