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Come i giornali trattano la criminalità/Intervista a Alessandro Curzi, direttore di "Liberazione"

 

Isabella Angius, Ilaria Marchetti*

 

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Si parla molto in questi giorni di cronaca nera e criminalità, della facilità con cui queste notizie si conquistano la prima pagina. Probabilmente vent’anni fa la notizia del tabaccaio morto ammazzato a Milano, all'inizio dell'anno, sarebbe apparsa solo nelle pagine di cronaca locali e non avrebbe avuto spazio nelle nazionali. Il potere dei media di decidere quali sono le notizie importanti, secondo lei, è stato tanto forte da creare un allarmismo contro gli immigrati per ciò che riguarda la criminalità e la microcriminalità?

E’ necessario dire che oggi l'informazione in Italia vive un momento molto difficile. E’ un'informazione omogenea tutta più o meno uguale. Se si guarda il pacco dei quotidiani, escludendone non più di due o tre, si nota senza difficoltà che, a partire dai titoli, e ancora con l'intera impostazione della prima pagina, la scelta delle notizie è quasi sempre simile. Lo stesso vale per la televisione, dove è difficilissimo ormai capire quale è un Tg della Rai e quale quello di Mediaset e all'interno di queste la differenza tra uno e l'altro. E’ un grigiore che corrisponde alla situazione politica generale, dove non ci sono chiare distinzioni, dove non ci sono scelte precise. Questo lo considero pericoloso perché porta un'omogeneità del pensiero, quello che qualcuno ha chiamato il pensiero unico, pericolosissimo per una democrazia che deve vivere con pensieri diversi, anche con contrasti e differenziazioni. Se andiamo verso un'omogeneità di questo tipo la democrazia è malata e molto pericolosa.

Anche le vicende della cosiddetta criminalità collegata all'immigrazione hanno risentito chiaramente di questo clima. Per il fatto del tabaccaio, un fatto gravissimo, in passato si sarebbe fatto un bel pezzo di cronaca ma era comunque un fatto circoscritto. Invece si è subito giocata la carta dell’allarmismo, e si sono messi insieme, in modo che l'opinione pubblica non capisse bene la differenza, il problema della criminalità e quello dell’immigrazione che sono due problemi differenti. Naturalmente nell'immigrazione c'è una fortissima pressione della criminalità organizzata e soprattutto della grande criminalità organizzata come quella mafiosa, della camorra e della 'ndrangheta e così via. Ma i mezzi di comunicazione si sono mossi senza approfondire e studiare questi problemi. Quale giornale, anche tra i grandissimi, con mezzi potenti a disposizione, ha fatto una vera inchiesta per scoprire alle radici il problema? Non voglio fare la parte dell’anziano che rivendica il passato come momento magico, ma credo che anni fa, anche se con tanti difetti, ci sarebbe stato da parte della carta stampata uno sforzo maggiore con grandi inchieste, per scoprire e vedere.

 

Lei ha molti anni d'esperienza. Come giudica la situazione attuale dei giornali italiani rispetto al passato?

Nel '60 ero caporedattore centrale all'Unità, dunque decidevo se una notizia sarebbe andata in prima oppure no. Ricordo che nel mese di luglio feci una battaglia per portare in prima pagina dalle cronache locali gli avvenimenti di quell’estate terribile, la cronaca dei primi incidenti e delle prime proteste contro il governo Tambroni. E’ un esempio di quella che può essere la forza del giornalismo. Portare dei fatti in prima pagina e gridarli forte può costituire anche un movimento di protesta, questa è la forza del vero giornalismo. Oggi esiste qualcosa che io considero terribile e antigiornalistico, il fatto di consultarsi in continuazione che è proprio dei direttori di questa generazione, assolutamente dipendenti dalla televisione. Ho sentito io stesso un direttore rimproverare un proprio redattore per una notizia data che non era passata sull'Ansa, mentre il poverino tentava di difendersi dicendo che la notizia era comunque vera e affidabile.

 

Ma questo non è il contrario del lavoro giornalistico?

Certo, è esattamente il contrario. Invece di chiamarlo per premiarlo, si condanna quel redattore che aveva una notizia che gli altri non avevano. In passato era diverso. All'Unità, quando ero capocronista e la cronaca di Roma chiudeva alle 5 di mattina, si cercava di dare buchi al "Messaggero" e al "Tempo", che erano i due potenti giornali romani. Noi prima di chiudere le pagine cercavamo fino all'ultimo notizie, c'era sempre il fattorino che ci portava le prime copie degli altri giornali per poter confrontare quello che gli altri avevano e noi no e viceversa. Conservavamo sempre qualcosa per averla solo noi. Oggi tutto questo non esiste più.

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Si può parlare di subalternità alla presentazione delle notizie da parte della televisione che spettacolarizza tutto ad ogni costo. Ma non c'è una via d'uscita? Anche un giornale importante e di sinistra come "La Repubblica", intitolava "Far west all'italiana", utilizzava metafore da film western …

Ho dei dubbi sul fatto che "Repubblica" sia un giornale di sinistra! Scusate, ma a parte qualche notizia di economia, quali sono tutte queste diversità? Non c'è un contrasto vero in questo senso. Insomma, anche il fatto che i giornali vendono poco, ormai il distacco tra l'Italia e il resto d'Europa è troppo significativo. Pensate che 15-20 anni fa la Spagna stava di tanti punti sotto a noi nella vendita dei giornali, oggi ci ha abbondantemente superato e siamo ormai il fanalino di coda nella vendita di carta stampata in Europa. Non è vero che dipende dalla televisione, quella c'è dappertutto. Gli analfabeti stanno scomparendo, anche se ci sono tanti che sanno leggere che io considero analfabeti. La tv sollecita interessi e questioni che dovrebbero facilitare l'acquisto del giornale, solo però se quest'ultimo fosse capace di approfondire, di scoprire e analizzare, svolgere quel ruolo di inchiesta che, appunto, non c'è più. Se si è sollecitati da qualcosa, l'indomani si dovrebbero trovare cento cose diverse che ti permettono di avere risposte agli interrogativi. In realtà la mattina si legge un giornale che è la copia del Tg della sera.

 

Negli ultimi mesi ed anni la criminalità è entrata come problema di primo piano nell'agenda politica, mentre in passato tra destra e sinistra non c'è stato un conflitto politico sulla gestione di questo problema.

C'è stato qualcosa subito dopo la liberazione, nei primi anni cinquanta, quando c'è stato il movimento separatista in Sicilia. Il fatto che in gran parte lo sbarco degli alleati fu organizzato dalla mafia italiana pesò politicamente e furono organizzati diversi convegni a proposito. La questione "mafia", ha sempre diviso destra e sinistra, ma non la criminalità comune. Il tentativo di collegare oggi criminalità e ancora immigrazione è stato propagandistico .

 

Negli anni '60 la criminalità veniva messa in prima pagina soprattutto dai giornali del nord

Sì, è vero. Ricordo "La Stampa" di Torino, già allora un grande giornale per la politica estera, che quando si parlava delle cose di casa metteva sempre tipo: "Calabrese uccide..", quando era un torinese ad uccidere allora la provenienza era poco rilevante, diveniva importante quando proveniva da Roma in giù. All'Unità seguivamo questo fenomeno con grande attenzione; una volta Fortebraccio che era allora il corsivista, fece un corsivo delizioso proprio su questo atteggiamento della Stampa. Questa vena etnica, comunque, non prese mai la forma di una linea politica.

 

Indipendentemente dal ruolo dell'informazione e il fatto che spesso questa viene gonfiata, è un fatto che il cosiddetto uomo comune sente come problema da risolvere con forza il dilagare della microcriminalità. Il problema è anche politico: una sinistra da sempre dalla parte dei più disagiati si trova al governo, con nuovi doveri e la necessità di dare risposte plausibili ad un elettorato medio che manifesta segnali di intolleranza.

C'è in realtà un uso distorto del problema criminalità, ma nello stesso tempo c'è un'incapacità e un ritardo enorme nel saper fare, ammodernare la magistratura, le leggi e il coordinamento delle forze dell'ordine. Si è esagerato: su Milano si è arrivati a cose ridicole. Vedendo i dati ci si rende conto che quest'anno ci sono stati meno delitti dell'anno passato, dunque la strumentalità delle vicende di gennaio è stata forte. Rimane il fatto che quello dell'ordine pubblico rimane un problema da porre come una grande questione di questo paese, come di tutti i paese sviluppati, e delle grandi città a partire dalle periferie abbandonate, dove non esiste più nulla e qui il discorso si allargherebbe. Dovremmo allora parlare dell'isolamento e dell'abbandono delle persone. In passato le grande forze politiche e sociali avevano svolto un ruolo comunque, pensiamo alla parrocchia e alla sede del PCI, il sindacato e poi la casa del popolo, svolgeva una funzione di tessuto, teneva insieme la società. Questo oggi non esiste. Spesso nelle periferie questo ruolo è svolto solo dove c'è un parroco bravo e intorno alla parrocchia c'è un minimo di tentativo di socialità, ma per questo non servono solo le leggi. Con le leggi, servono il coordinamento delle forze dell'ordine, che non hanno mai modo di incontrarsi, la necessità di superare le differenze, e naturalmente l'avere una strategia comune. Troppe sono le forze inutilizzate che invece potrebbero essere presenti sul territorio come la figura del poliziotto di quartiere, i vigili urbani che non si coordinano ma che hanno posizioni completamente diverse.

Siamo ancora a differenze sostanziali con carabinieri e guardia di finanzia che sono considerati ancora militari e poliziotti che sono considerati civili: sono cose che bisogna affrontare con coraggio e con grande rapidità, altrimenti c'è il rischio di una società che tende sempre di più alla disgregazione. Pensiamo al mondo delle carceri, sarebbe una bell'inchiesta da fare, stare almeno in giorno intero come ho fatto io a Rebibbia. Parlando con questi carcerati emerge che sono tutti poveri, non è possibile che non ci siano carcerati abbienti, sono tutti disgraziati, perché? Pure se sei un malandrino qualsiasi, ma sei collegato alle grandi organizzazioni criminali, riesci sempre ad uscire aiutato da avvocati e i cavilli delle leggi che permettono comunque di sviare, invece chi non è protetto come i piccoli ladruncoli, i drogati vengono dimenticati e rimangono in carcere. Le stesse forze dell'ordine si lamentano del fatto che anche se prendono qualcuno, dopo un niente è già fuori.

 

La televisione ha incrementato la visibilità della criminalità?

Penso che ciò che è accaduto a Milano sia effetto della televisione. In quei giorni ho sentito persone che mi guardavano seriamente preoccupate quando dicevo che sarei andato a Milano dove abita mia sorella di 86 anni (tra l'altro indignata perche' lei continua a girare con la metropolitana e non le succede nulla). Si crea un clima di paura i cui responsabili assoluti sono i Tg, avveniva anche in passato, anche se bisogna fare i dovuti distinguo. Oggi tutti fomentano questo clima che poi favorisce la criminalità.

 

In conclusione le mostriamo questo titolo d'apertura del Messaggero del 11 gennaio, "Rabbia a Milano, paura a Roma": in quei giorni in realtà nella capitale non era accaduto nulla che potesse giustificare quel titolo. Come commenta il direttore di Liberazione?

Questo titolo lo metterei nelle scuole di giornalismo, è un linguaggio tipico dei giornali popolari, tipico anche della propaganda politica. Tra un secolo o fra cinquant'anni chi guarderà questa pagina si sentirà in dovere di andare a cercare cosa è accaduto in quei giorni. Quel titolo anni fa non sarebbe stato pensabile. E' stupendo, dovete conservarlo!


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*Studenti del corso Teoria e tecnica del giornalismo dell'Universita' Roma 3


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