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Kubrick, terzo incomodo fra Schnitzler e Freud



Raffaele Oriani




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Arthur Schnitzler è un grande scrittore di inizio secolo, la ‘Traumnovelle’ (‘Doppio sogno’) è decisamente più piccola del suo autore, ‘Eyes wide shut’ ci fa capire quanto. C’è molta Vienna nel film di Kubrick, molto Schnitzler, molta alta borghesia di buone letture, modi garbati e nervi tesi; ma del racconto cui si ispira c’è quasi solo la trama, i personaggi, qualche dialogo, lo splendido inizio in cui Schnitzler trova il passo dei suoi racconti migliori e si sofferma con voluttà a spiare i gesti dei suoi personaggi: ‘poichè anche Albertine si era accostata alla bambina - leggiamo proprio nella prima pagina del racconto - le mani dei genitori si incontrarono sulla fronte amata mentre i loro sguardi si scambiavano un tenero sorriso, che non era piu’ rivolto solo alla bambina.’. Affetto, amore, erotismo: la novella di Schnitzler voleva essere un racconto sulle relazioni pericolose tra questi tre stati dell’anima, a distanza di settant’anni il film di Kubrick permette di dire che quello spunto non è andato perduto.

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Ma perché Schnitzler fallisce? E perché Kubrick ne sceglie un’operina minore? Prima di azzardare qualche illazione, due parole su questo austero libertino di inizio secolo, nato nel 1862 morto nel 1931, medico, narratore, drammaturgo, intellettuale che conosce e racconta la dolcezza e il tramonto del mondo di ieri. Schnitzler nasce in un’agiata famiglia ebraica, suo padre e’ direttore del policlinico viennese, e lui stesso e’ avviato ad una brillante carriera psichiatrica quando molla tutto per seguire il proprio genio letterario. Genio inquieto e ribelle, che lo porta ormai in eta’ matura a comporre lo scandaloso Girotondo (1900) che verra’ bandito per vent’anni dalle scene viennesi a causa della presunta (e realissima) oscenita’ del testo; ma genio innamorato del proprio mondo: degli ufficiali vecchia scuola capaci di morire perche’ incapaci di risolvere un conflitto d’onore; dei giovani che si credono maturi e per questo perdono il futuro al gioco; delle figlie di buona famiglia dalle spalle troppo esili per reggere il fallimento dei loro rispettabilissimi padri.

Pare che nei sogni di Schnitzler ricorresse spesso il volto austero di Francesco Giuseppe, icona del perbenismo che lo opprimeva e allo stesso tempo dell’integrita’ che lo animava alla sfida. E’ sicuro invece che Schnitzler fu un ribelle posato: uno che diceva pane al pane e sesso al sesso, ma che non tollero’ mai le sgrammaticature dell’avanguardia. Perche’ non tollerava che con quattro urla liquidassero il suo mondo.

Come Freud, Schnitzler indago’ il disagio cercando di tenersene alla larga: Freud con la pedanteria dei suoi sillogismi, Schnitzler con la perfezione dei suoi intrecci narrativi. D’altronde i paralleli col padre della psicanalisi sono un riconosciuto topos della critica schnitzleriana: Freud che non frequenta Schnitzler perche’ ha paura del suo doppio, Schnitzler che dopo aver letto Freud sogna di interpretare i sogni che sta sognando in sogno; Freud che stende il grandioso affresco della Traumdeutung, Schnitzler che compone l’agile ballata della Traumnovelle. Kubrick che ci casca come un pero e si inserisce da terzo incomodo in questo gioco di specchi tra arte e scienza.

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E’ un gioco delicato, complesso come il labirinto di certi monologhi interiori o semplice e quasi scontato come la struttura della novella cui Kubrick si e’ ispirato. Arthur Schnitzler, il narratore delle minime sfumature sentimentali, lo scrittore che attraverso la piega di un colletto inamidato sapeva raccontare lo stato d’animo dei suoi personaggi, qui infatti appare esplicito, macchinoso, tutto dedito ad una trama sovrabbondante che rende quasi superflua la presenza dei protagonisti. Perche’? Prima illazione: perche’ in questo caso Schnitzler e’ andato troppo vicino alla sua verita’, a quella miscela ricorrente di sogno e azione, buio della psiche e luce della maschera sociale. Ma e’ qui che Kubrick decide di incontrarlo. Perche’? Seconda illazione: perche’ in realta’ la Traumnovelle non era stata ancora raccontata, era poco piu’ di una trama di misterioso fascino; diciamo un libretto attorno cui costruire l’opera. E Kubrick decide di metterla in musica.

Da Vienna a New York, dalla belle-epoque a questa fine-millennio il passo davvero non e’ breve. E forse proprio per questo a Kubrick riesce cosi’ di slancio. E’ infatti lontano e vicino al mondo che descrive, puo’ scegliere liberamente cosa trattenere e cosa abbandonare. Scarta quindi il tema dell’onore, ma inventa una protagonista che in Schnitzler e’ praticamente assente; accetta la pericolosa ricchezza di ambienti, temi, personaggi, ma con l’uso ossessivo della steady-cam li mette in fila come in un’unica frase; riprende la psicanalitica scissione tra notte e giorno, ma fa capire che crescere e’ stare con gli occhi aperti e che, superate le traversie del film, Bill-Tom Cruise perdera’ quella sua aria da eterno ragazzino. E soprattutto: s’inventa una scrittura, un’accuratezza narrativa che il racconto di Schnitzler stranamente non aveva. Così, dando corpo cinematografico alla Traumnovelle, Kubrick rilancia uno dei grandi miti del secolo che si chiude: Vienna, il mondo che sapeva essere profondo in superficie, attraversare la notte ‘senza subire alcun danno’, tenere la vita in mano senza stringere troppo il pugno. Non per niente dopo l’ultima, fulminante battuta di Nicole Kidman (made in Kubrick) ad accompagnare i titoli di coda e’ un candido valzer da operetta.

 

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