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Le relazioni al tempo della guerra



Vera Slepoj e Silvia Vegetti Finzi con Olga Zorzi



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“I bambini si facevano anche sotto le bombe”, diceva mia nonna. E in effetti almeno 3 dei suoi 6 figli vennero concepiti sotto le incursioni aeree della seconda guerra mondiale. Povertà, paura e insicurezza non impedivano alle coppie di fare quello che avevano sempre fatto. Anzi. Vi ricordate il baby boom? Ufficialmente scoppiò quando le truppe Usa entrarono a Roma nel 1946, ma qualcuno è pronto a giurare che sia iniziato già sotto le bombe.

Ok, non c’era la televisione con la quale passare le serate (in realtà c’era, ma stava al bar e bisognava vestirsi, uscire eccetera eccetera). Ok, i contraccettivi non erano proprio a portata di mano. Ma è tutto qui? Dall’11 settembre le bombe ci sono (anche se non cadono sopra le nostre teste sentiamo che potrebbe accadere) e anche le relazioni umane, si sente dire in giro, sono cambiate. A New York, ha scritto il Corriere della Sera riprendendo la rivista online Usa Salon, l’amore è più episodico, più disperato, più assoluto. In Europa non si sa. Ancora non esistono statistiche in merito. Il tema è delicato, e parlare di relazioni d’amore, di fronte a seimila persone schiacciate da due grattacieli, può sembrare fuori luogo.

Ma la sensazione è che anche da noi la percezione delle cose sia mutata. Single che si sentono ancora più single (“a chi scrive le lettere al fronte un single?”), coppie che non volevano assolutamente figli ora pronte a tutto pur di riprodursi (“per lasciare qualcosa di noi”), coppie appena formate che si buttano a capofitto in relazioni sulle quali prima non avrebbero scommesso una lira (“in tempo di guerra non si butta via niente”), coppie sull’orlo di una crisi di nervi che si ricompattano inaspettatamente (“l’unione fa la forza”), ex fidanzati che improvvisamente si rifanno sentire (come sopra: “in tempo di guerra non si butta via niente”).

Scriveva Salon il 21 settembre: “Se prima una relazione poteva sembrare irrilevante, la guerra ha cambiato completamente la nostra prospettiva. Ha unito anche le coppie più sconclusionate”. E ancora (cinque giorni dopo): “Dopo l’11 settembre l’intero processo di corteggiamento sembra un’assurda follia. A che pro sforzarsi di conoscere meglio una persona nuova se non siamo sicuri di esserci domani? Il lusso di perdere ore con uno sconosciuto non ce lo possiamo più concedere. Se prima il futuro sembrava remoto, pieno di opzioni e possibilità, tanto da poter indugiare ancora e ancora nell’attesa di incontrare e innamorarsi della persona giusta, ora sembra che non ci sia più tempo da perdere. In fretta, con la paura che tutto finisca presto, dobbiamo assemblare un matrimonio e fare dei figli” Pragmatici gli americani lo sono sempre stati, ma mai come ora.

Ma anche il sesso non è più lo stesso. Pepper Schwartz, docente a capo del dipartimento di psicologia alla Yale University, intervistata da Salon, sottolinea il fatto che “il sesso diventa in queste situazioni importante perché è un modo per riaffermare il fatto che si è vivi, che il nostro corpo funziona. Il sesso è alla base dei nostri sensi biologici dunque davanti alla morte spesso si assiste a un trionfo della sessualità in chi resta. Ma il trauma e la tragedia fanno vivere la sessualità più come una forma consolatoria che passionale”.

Una sensazione simile si ricava leggendo il 30 settembre il Sunday Times: “Molti [in America] si imbarcano in nuove relazioni o fanno il ‘passo in più’ in quelle che già hanno. Gente che non si conosce indulge nel cosiddetto ‘sesso del terrore’. Il senso della morte arriva quasi a sembrare un grande afrodisiaco. Il disastro, pare, ha fatto apprezzare anche ai logorati newyorkesi il valore della compagnia umana”.

In attesa che succeda anche ai logorati italiani, molti continuano a rimanere increduli. Il buon senso in effetti farebbe pensare che, se siamo sull’orlo di una terza guerra mondiale (ci siamo già?), allora questo dovrebbe essere il momento peggiore per pensare al futuro: a formare una coppia, a fare un figlio (e qui viene buono il refrain: “perché mettere al mondo un bambino in questo brutto mondo?”).

Ma non funziona così. Come per i mercati finanziari, più della realtà, per la coppia funziona la psicologia. Se la gente si sente sicura, satolla e tranquilla la giungla dei single (un universo in cui se non sei uno stratega di fino ti sbranano, come insegna Bridget Jones) può essere affrontata. Ma se ci si sente insicuri, precari, in pericolo?

“E’ un istinto connaturato all’uomo - spiega la psicologa Vera Slepoj - quello di rifugiarsi nella coppia, nella famiglia, quando ci si sente in pericolo. E’ proprio per questo che storicamente sono nate la coppia e la famiglia. Non tanto come esigenza sociale, ma come forma difensiva”. Che meccanismi scattano dunque nell’uomo di fronte a un grande pericolo come quello degli attentati terroristici, l’incombere di una guerra? “Non è una riposta consapevole, naturalmente - continua la psicologa - ma la morte, la morte collettiva, accentua il bisogno della gente di riprodursi. E’ un istinto connaturato in noi, che, non bisogna dimenticarcelo, siamo pure sempre anche animali”.

Anche per Silvia Vegetti Finzi, psicologa e docente di Psicologia dinamica all'Università di Pavia, “la trama delle relazioni personali dopo l’11 settembre anche in Europa si è fatta più fitta”. Per la dottoressa, che ha scritto alcuni importanti testi sulla coppia e sull’affettività, “c’è ora un forte bisogno di consolare, comunicare, stare vicini”. Alla notizia del disastro di New York le persone, dice ancora la psicologa, “hanno reagito telefonando, cercando un contatto umano”.

Di più. Silvia Vegetti Finzi sottolinea come, invece che deprimere la società, gli attacchi terroristici abbiano fatto riaccendere collettivamente “la voglia si distrarsi, di spendere per oggetti frivoli. Le vetrine - continua la psicologa - sono ora piene di acquisti sfiziosi. E’ come se ci si volesse consolare e assieme assaporare le gioie della vita, anche quelle futili, per riaffermare il concetto che la vita prevale sulla morte”.

Ma Vera Slepoj sottolinea anche come questo “recupero del bisogno di stare in coppia” fosse già presente nella nostra società. In particolare fra gli adolescenti “che sono estremamente ossessionati dalla paura dell’abbandono, che hanno una forte insicurezza di fondo. E non sono aiutati in questo da genitori distratti, spesso adolescenti protratti che non sono in grado di sostenere il loro ruolo parentale”.

Ventenni o giù di lì che si rifugiano nella coppia e quaranta-cinquantenni che non riescono ad sostenere il ruolo di genitori (vedi articolo Figli maturi, genitori inquieti ). E i trentenni di Muccino, eterni adolescenti? “I trentenni - spiega Vera Slepoj - dopo gli avvenimenti dell’11 settembre potrebbero accellerare il bisogno di coppia e di famiglia. Ma senza raggiungere una vera maturazione dei ruoli. E’ questo il pericolo anche per i giovani americani: che sia verifichi un’accellerazione artificiale, data dalla situazione psicologica di più acuta incertezza, di questi bisogni, senza però che ad essa corrisponda una cultura della coppia e della famiglia”.



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