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Con Karl R. Popper: così distanti, così vicini



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Al di là delle differenti interpretazioni che Popper e Gadamer hanno dato di Platone - e prescindendo da altri interessi e direzioni di ricerca che ne fanno due filosofi ben "distinti" - prendo l'occasione dall'intervista di Bosetti a Gadamer per tornare su di una questione antica e controversa: il metodo della ricerca scientifica è unico, ovvero si hanno più metodi? O, per essere più esatti, il metodo delle scienze fisico-naturalistiche vale anche nelle discipline umanistiche o no? Regge ancora la nota distinzione tra "erklären" e “verstehen"?

Ebbene, come si sa, per Popper tutto il metodo della scienza razionale si risolve in tre parole: problemi-congetture-tentativi di confutazione. In ogni angolo della scienza, ovunque ci siano problemi da risolvere (in fisica, in linguistica, in biologia e in economia, in sociologia e in chimica, nell'interpretazione e nella traduzione di un testo e in astrofisica eccetera) non possiamo fare altro che inventare congetture per poi metterle alla prova. Karl Popper: "Elaborare la differenza fra scienza e discipline umanistiche è stato a lungo una moda ed è diventato noioso. Il metodo di risoluzione dei problemi, il metodo delle congetture e confutazioni sono praticati da entrambe. E' praticato nella ricostruzione di un testo danneggiato, come nella costruzione di una teoria della radioattività". Parlando di Gadamer, sempre Popper ha sostenuto: "Io ho mostrato che l'interpretazione di testi (ermeneutica) lavora con metodi schiettamente scientifici".

E veniamo a una delle idee fondamentali della teoria gadameriana dell'ermeneutica: quella di "circolo ermeneutico". L'interprete, afferma Gadamer in Verità e metodo, si accosta al testo con il suo Vorverständnis, con le sue pre-supposizioni, i suoi pregiudizi. E in base a questi elabora un preliminare abbozzo di interpretazione. Ma siffatto abbozzo può essere adeguato o meno. Ed è la successiva analisi del testo (del testo e del contesto) a dirci se questo primo abbozzo di interpretazione è corretto o meno, se corrisponde a quel che il testo dice o no. E se questa prima interpretazione si mostra in contrasto con il testo, se urta contro di esso, allora l'interprete elaborerà un secondo progetto di senso, vale a dire un'ulteriore interpretazione, che metterà al vaglio sul testo (e sul contesto) per vedere se essa possa risultare adeguata o meno. E così via. E così via all'infinito, giacché il compito dell'ermeneuta è un compito infinito e tuttavia possibile.

Ma che cosa è mai un progetto di senso, un abbozzo di interpretazione - o, più semplicemente, una interpretazione, se non una congettura o una ipotesi o teoria asserente che "il testo dice questo o quest'altro"? Che cosa è mai, appunto, una interpretazione se non una teoria su oggetti del mondo 3, sul contenuto di oggetti del mondo 3? In effetti: le interpretazioni sono congetture o ipotesi sul significato dei testi, vale a dire congetture su quello che tali testi dicono (sul loro contenuto). Come un ricercatore nell'ambito delle scienze fisico-naturalistiche propone e prova teorie su pezzi (o aspetti) del mondo 1; così l'ermeneuta propone e prova teorie su pezzi di mondo 3, sul mondo di carta. E come fatti del mondo 1 (o meglio: asserti presumibilmente descrittivi di questi fatti) possono mandare in frantumi teorie proposte sul mondo 1; così, parimenti, fatti del mondo 3 (o meglio: asserti presumibilmente descrittivi del contenuto di questi fatti linguistici) possono demolire teorie (o interpretazioni) proposte sul mondo 3, o più esattamente, sui testi, cioè su pezzi del mondo di carta.

Non ogni teoria fisica o biologica vale l'altra: il processo della prova è un processo che sottopone le teorie ad una severa lotta per la sopravvivenza; è un procedimento che può dimostrare false le teorie a suon di fatti contrari; ed è per mezzo della prova che scartiamo le teorie più deboli e dichiariamo vera (e non certo per l'eternità) quella teoria che ha resistito agli attacchi più severi, adoperandoci con fantasia e logica a reperire smentite anche di questa teoria al fine di avanzare verso teorie migliori, più ricche di contenuto informativo, maggiormente esplicative e previsive. E, analogamente, non ogni interpretazione vale l'altra: le proposte di abbozzi di senso non sono tutte uguali, giacché il testo (e il contesto) non è (o non sono) indifferente (o indifferenti) a tutte le interpretazioni; e il testo, retroagendo sull'interpretazione, può demolirla, dimostrarla cioè inadeguata (noi diremmo: falsificarla) oppure può confermarla (e anche qui: non certamente per l'eternità; e, anche se ciò fosse , non potremmo mai saperlo con certezza). Questo, dunque, è il circolo ermeneutico: la descrizione di ciò che accade nel processo interpretativo (e simultaneamente la prescrizione di ciò che deve accadere, se vogliamo interpretare adeguatamente un testo).

E, qua giunti, chiedo: il circolo ermeneutico descrive (e prescrive) un procedimento diverso da quello descritto (e prescritto) dal metodo risolventesi nei tre passaggi problemi - teorie - critiche? Ebbene, la mia tesi è che il circolo ermeneutico di Gadamer e il metodo per "trial and error" di Popper configurano lo stesso procedimento metodologico delineandolo in due "linguaggi" in parte differenti. (Per una adeguata analisi di questa tesi si possono consultare i miei lavori: Teoria unificata del metodo, UTET Libreria, Torino, 2001, capp. 3, 4, 5; Trattato di metodologia delle scienze sociali, UTET Libreria, 1996, cap. 20; e H. Albert - D. Antiseri, Epistemologia, ermeneutica e scienze sociali, Luiss Edizioni, Roma, 2002).

Vent'anni fa questa tesi fece "scandalo" e vene attaccata con incredibile e ingiustificata acrimonia. Eppure sarebbe stato sufficiente lo studio di scritti metodologici di autori come Paul Maas, Hermann Fränkel, Giorgio Pasquali o anche di Georges Mounin per rendersi conto della sua validità. Ai nostri giorni l'idea di una teoria unificata del metodo trova un solido sostegno in lavori, tra altri, di W. Wieland, H. F. Fulda, G. Böhm e J. Grondin. In breve, Karl R. Popper e Hans Gadamer: così distanti, così vicini. Una stessa idea sul metodo della ricerca - una posizione tanto più preziosa in quanto davvero "inintenzionale".

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