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"Restate fedeli alla terra"



Massimo Rosati



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Questo articolo è apparso sul numero di marzo-aprile 2001 di Reset 

Dio è di nuovo in marcia nella storia degli uomini. Nazionalismi religiosi, movimenti fondamentalisti - cristiani e islamici - nelle stesse democrazie occidentali, arrogante presenza delle gerarchie ecclesiastiche, cattoliche in particolare, nei dibattiti legislativi: tutto sembra smentire l’autocelebrativa convinzione dello stato laico e neutrale secondo cui la religione sarebbe stata oramai “privatizzata”, ri(con)dotta a fatto delle coscienze, respinta nei suoi limiti. Forse è stata proprio la trasformazione della religione in una sorta di “represso” - secondo l’espressione di Vattimo - della coscienza moderna a causarne, oggi, il riemergere spesso violento.

Fatto sta che, sempre più spesso, il discorso pubblico, tanto più con riferimento alle cruciali questioni oggi in agenda - dalle conseguenze della rivoluzione biotecnologica alla morale sessuale, dalla reinvenzione dell’idea di famiglia alla scuola privata-confessionale - si trova a dover fare i conti con il peso di argomenti che vengono avanzati “in nome di Dio”, di una verità rivelata, di una morale sicura di sé perché garantita dal Cielo o da una natura che continua ad essere pensata, ingenuamente o ideologicamente, come norma. Argomenti che, perciò stesso, non ammettono replica, chiudono la discussione e costringono scorrettamente l’interlocutore ad alzare le mani.


A fronte di queste minacce portate alle istituzioni democratiche, è comprensibile che il pensiero laico - quella parte che non avalla o subisce, come lamenta Rostagno con specifico riguardo all’Italia, i metodi (e perché non gli obiettivi?) delle gerarchie cattoliche - reagisca con durezza. Ciò a cui ci si deve opporre con fermezza, scrive ancora Rostagno, è la pretesa del cristianesimo, cattolico o protestante (ma lo stesso vale per ogni credo religioso), di “rinunciare alla secolarizzazione”, il tentativo di “mandare in frantumi” il patto con la laicità.

L’autonomia del pensiero laico deve essere esercitata contro la tendenza “costantiniana” delle chiese, contro la pretesa di esercitare una “funzione di governo politico” (Vattimo), quale antidoto critico ad una “dialettica del cristianesimo” istituzionale che porta la religione di chiesa a trasformarsi in un “vero e proprio Anticristo deciso a occupare tutti gli spazi di libertà che Dio ha creato e ama”, come afferma senza mezzi termini Vattimo.

Eppure, alle volte il pensiero laico cade vittima di un ottocentesco anticlericalismo, che in un mondo post-ideologico appare non solo come una specie di malattia infantile, ma soprattutto si dimostra miope e sterile come argomento pubblico. La religione è questione troppo seria per essere regalata alla “verità” delle gerarchie ecclesiastiche e al loro “magistero”, o anche per essere “sistemata”, una volta per tutte, con intransigenti manifesti laici: evitare di ghettizzarne i potenziali non dovrebbe essere solo compito dei movimenti di dissenso interni alle chiese, ma interesse degli stessi laici. Ecco perché il libro di Rusconi (Come se Dio non ci fosse: i laici, i cattolici e la democrazia) è importante, così come lo è il dialogo che si spera da esso stia prendendo avvio e che si spera altresì non ricada “troppo velocemente in una mal dissimulata contrapposizione di monologhi”.

Con il solito polso della situazione, Rusconi discute il significato della laicità della democrazia assumendo quest’ultima non come sfida intransigente alla religione, ma come spazio libero da pretese d’autorità in cui le stesse visioni religiose del mondo dovrebbero calarsi per confrontarsi paritariamente con le altre posizioni in campo. La formula etsi Deus non daretur viene interpretata come un atteggiamento tramite il quale sospendere il peso autoritativo delle pretese di validità religiose, delimitando uno spazio di discussione paritario e “libero dal dominio”, per dirla à la Habermas (così spesso chiamato intelligentemente in causa da Rusconi, anche con riferimento alle venature “religiose” del suo pensiero).

Ma perché un credente dovrebbe fare “come se Dio non ci fosse”? Su questo punto la risposta di Rusconi mi sembra ambigua. Alle volte, la sua interpretazione del bonhoefferiano etsi Deus non daretur pare non discostarsi molto dalla tradizionale richiesta liberale di mettere tra parentesi le “visioni comprensive” della vita buona in nome di un realistico e prudenziale compromesso. Una strategia, questa, giustamente criticata nei dibattiti intorno al liberalismo e, sempre più spesso, costretta a rincorrere una realtà che le scappa di mano. Altre volte, invece, etsi Deus non daretur sembra essere la risposta più “coerente e radicale al motivo teologico della piena assunzione di responsabilità morale della donna e dell’uomo”, come si legge alla fine dell’intervista che segue su queste stesse pagine.


Questa seconda interpretazione chiede al cristiano, cattolico o protestante - ma anche, e forse molto più, all’ebreo - di essere laico e secolare per coerenza con quel potenziale di secolarizzazione e laicità che è intrinseco alla tradizione ebraico-cristiana. Ed è qui che il “Grazie a Dio sono ateo” richiamato provocatoriamente con forza da Vattimo diventa un tutt’uno con l’invito di Rostagno a “scoprire le radici di un pensiero europeo che si muove nei meandri della comunicazione tra laico e religioso, tra filosofia e teologia”, e si incontra con il monito di Gadamer a “capire il bisogno di trascendenza insito in tutto il nostro modo di pensare europeo”, segretamente ovunque presente e riformulabile in modo tale che possa raggiungere tutti, “i cinesi come gli americani e gli europei” (H. G. Gadamer, L’ultimo Dio.

La lezione filosofica del XX secolo, con R. Dottori,” i libri di Reset”). Indipendentemente dai contenuti di fede della religione, quest’ultima è un po’ il gioco linguistico in cui noi moderni, laici e secolari, siamo calati, e dal quale non possiamo prescindere, né da un punto di vista di storia della cultura né da un punto di vista sociologico. Restare fedeli alla terra, come invocava Zarathustra, significa in realtà per i laici aprire un dialogo con i credenti sulla radice “religiosa” del nostro e del loro laicismo, ringraziare Dio per il nostro essere atei, laici o agnostici, e difendere a partire da qui, senza sconti, la distanza faticosamente posta nei secoli tra cielo e terra.


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