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Virus e patologie neurologiche



Daniel Carleton Gajdusek con Bernardino Fantini



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Questa intervista fa parte dell’Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche, un’opera realizzata da Rai-educational in collaborazione con l’Istituto italiano per gli studi filosofici e con il patrocinio dell’Unesco, del Presidente della Repubblica Italiana, del Segretario Generale del Consiglio d’Europa.

L'obbiettivo è quello di diffondere nel mondo, tramite le nuove forme d’espressione e comunicazione sociale consentite oggi dalla tecnica, la conoscenza della filosofia nel suo svolgimento storico e nei termini vivi della cultura contemporanea.

Per ulteriori informazioni potete visitare il sito Internet: www.emsf.rai.it 

Professor Gajdusek, ci può parlare delle malattie di degenerazione cerebrale di natura virale?

Il mio laboratorio si è dedicato per più di un terzo di secolo al tentativo di reperire le cause delle malattie di degenerazione cerebrale la cui eziologia ci è del tutto ignota, o, almeno, lo era quando abbiamo iniziato. In alcuni casi ora conosciamo la causa, siamo stati fortunati nella ricerca, sia noi che altri colleghi. In altri casi abbiamo un' idea più chiara di cosa accade e nella maggioranza dei casi siamo ancora completamente ignoranti, convinti, però di aver centrato il vero problema. Con malattie idiopatiche di degenerazione cronica cerebrale, si intende semplicemente quel complesso di condizioni croniche, sempre fatali, del cervello umano, che in mesi ed anni - con andamento costante e talvolta con esacerbazione o recrudescenza e con remissione - accumulano danni al cervello sufficienti, alla fine, ad uccidere il paziente. Queste malattie sono molte e includono: la demenza senile e presenile, quella demenza che coglie tutti noi se viviamo abbastanza a lungo; una malattia molto comune, il «morbo di Alzheimer», di cui in Europa si hanno almeno due milioni di casi e negli Stati Uniti due milioni accertati.

Questa malattia in particolare costituisce uno degli obiettivi al quale stiamo lavorando più intensamente. Le altre malattie che vanno sotto questa definizione sono la «sclerosi multipla» e la «sclerosi laterale amiotrofica». Hanno tutte lunghi e strani nomi neurologici. In America viene chiamata il morbo di Lou Gehrig a causa dello sportivo che ne è morto. E' divenuta nota al pubblico in virtù del fatto che è la malattia che affligge Stephen Hawking, l'uomo che predisse i buchi neri apportando così correzioni alla teoria della relatività: uno dei più dotati matematici e fisici teorici esistenti. Stephen Hawking sta ora morendo proprio di questa malattia. E' comparso sulla copertina del Time e del Life Magazine e la sua è una storia conosciuta; Hawking è inoltre promotore della società per la «sclerosi amiotrofica laterale» o «malattia motoria neuronale». Quando parlo di malattie idiopatiche di degenerazione cronica mi riferisco anche alla demenza presenile rapidamente fatale come il «morbo Creutzfeld-Jakob» sul quale lavoriamo in maniera intensiva o alla variante del «morbo di Gerstmann-Streusser», o al «morbo di Parkinson» o alla «paralisi progressiva supernucleare», la malattia che uccide adolescenti, bambini, giovani adulti, detta «SSP progressiva» o «panencefalite subacuta sclerosante».

Come vede, queste malattie hanno tutte dei nomi terribili. Prese in gruppo esse sono così comuni che in quasi ogni famiglia c'è un membro che ha sofferto d'un tipo o dell'altro. Tra le persone che superano gli 85 anni d'età, un buon 25% viene colto dal «morbo di Alzheimer»; non vi sono quindi molte famiglie indenni da queste malattie, ma non diamo loro in genere questi nomi scioglilingua. Sono per lo più raggruppate insieme perchè non sappiamo quale sia la loro causa. Quando invece l'eziologia è chiara, come nel caso dell'avvelenamento cronico da piombo, della malattia del minatore da manganese, o della «malattia di Minamata», dalla località del Giappone - è una degenerazione cronica cerebrale causata dalla contaminazione di mercurio organico nell'acqua - allora il problema medico è chiuso: abbiamo capito che le malattie sono causate a volte da una sostanza tossica presente ogni tanto nei rifiuti industriali e a volte derivano da un agente tossico ben più antico. Secondo alcune teorie, abbastanza convincenti, una delle probabili concause del declinio di Roma risiede nell'impiego, allora esteso, di tubature in piombo che, combinate con acque acide, potevano facilmente indurre intossicazione da piombo e relative lesioni cerebrali.

Che questo possa essere stato uno dei problemi dei primi secoli della nostra era cristiana, come di fatto è diventato nelle piccole abitazioni in alcune città del mondo, va da sé. E’ una tesi azzardata, e come tale va letta. Questo genere di casi sono stati già risolti negli ultimi 30 o 40 anni: conosciamo l'avvelenamento cronico da piombo e quello acuto, l'avvelenamento cerebrale da mercurio - è il caso dei minatori di mercurio organico che hanno per loro sfortuna subito avvelenamento cerebrale - così come ci sono noti i disordini neurologici dovuti al manganese. Ma le grandi malattie, quelle per le quali sono state create società di sostegno alle vittime ed ai loro familiari, a livello sia nazionale che internazionale, sono tuttora la sclerosi multipla, la «sclerosi laterale amiotrofica», il «morbo di Parkinson», il «morbo di Alzheimer» e altre forme di demenza. Queste sono tra le malattie più letali, e infatti, se supponiamo che il numero dei casi di demenza senile e presenile raggiunge il numero della nostra popolazione di anziani, soglia che si sta già varcando, nell'arco di un secolo o due il peso economico della malattia nell'intera nazione sarà ingente e forse il maggiore in tutto il mondo sviluppato.

Può illustrarci l'utilità degli studi biochimici per l'avanzare della ricerca medica ed in particolare della ricerca scientifica sulle malattie virali? E' possibile attuare una strategia preventiva nei confronti di queste malattie?

Fondamentalmente sono un biologo molecolare, microbiologo delle malattie infettive da microbi e virologo. Ho esercitato parecchio in questi campi, e, da un punto di vista clinico, sono pediatra con uno spiccato interesse in neurologia e neurologia pediatrica. Così può apparire strano che io lavori molto sia sull'età senile e sulla fine della vita che sulle malattie infantili. Anche nel costruire il nostro primo istituto di pediatria nel National Institutes of Health, eravamo consapevoli dei particolari collegamenti tra le branche, tanto è vero che l'Istituto nazionale di salute dell'infanzia, dell'età dello sviluppo e dell'età senile erano tutti raggruppati. Nello spettro dei cambiamenti dell'organismo umano questi sono i due estremi ed hanno delle coincidenze sul piano biofisico e biochimico anche se preferirei non entrare nel merito di questa questione che è un po' complessa. Dicevo che c'è un grande interesse per questo tipo di malattie, per ciascuna di esse, anche perché non ne sappiamo oggi molto più di quanto ne sapessero Galeno, Ippocrate o Rudolf Virchow.

Per un pubblico di non esperti vale la pena sottolineare che oggi, sulle cause del diabete e sul modo di prevenirlo, sappiamo poco più di quanto sapevamo cento o mille anni fa. Ciò di cui siamo esperti si riduce all'insulina e ai modi di trattarla. Non siamo però stati in grado di prevenire un solo caso noto di diabete, né abbiamo mai veramente compreso le cause di questa malattia: non abbiamo ancora la minima idea dei fattori tossici, infettivi o genetici e cinquant'anni fa se ne parlava tranquillamente negli stessi termini di oggi. Parimenti, esiste un disordine non neurologico che, benché siamo riusciti a trattare, ci rimane oscuro allo stesso modo del diabete. Siamo riusciti, attraverso studi fisiologici e biochimici, a determinare le cellule cerebrali e le aree interessate dal morbo di Parkinson, e grazie a questo siamo riusciti a sostituire una sostanza, un trasmettitore mancante o insufficiente. Con trattamenti di dopamina siamo in grado di alleviare i sintomi nella maggioranza dei casi della malattia e quasi tutti i malati colpiti dal morbo di Parkinson in tutto il mondo sono sotto Dopamina e derivati: un trattamento chemioterapico. Questa non cura affatto la malattia, non la previene in nessun caso e non ci ha insegnato nulla sulla malattia, la sua origine e causa. E' solo questione di alleviarne i sintomi, ed è pertanto di enorme importanza per lenire la sofferenza del paziente ma, insisto, non la si arresta, non la si previene nei futuri pazienti e non ci offre informazioni sulle sue cause. Bene, il nostro obiettivo è sempre stato quello di cercare di capire da cosa sia causata.

A tale scopo ho scelto di svolgere le mie ricerche in zone lontanissime del mondo. Infatti, sapendo che questi problemi hanno tormentato l'umanità per secoli o millenni, e che migliaia di predecessori e colleghi vi hanno lavorato e vi lavorano tuttora, non siamo così ingenui da credere che un approccio di ricerca moderno possa risolverli istantaneamente o rapidamente. Pertanto l'approccio mio e dei miei colleghi consiste nello studio di quelle comunità isolate, quei gruppi di popolazione in cui l'incidenza dell'una o l'altra di queste malattie è molto alta. Luoghi in cui queste malattie gravano sulla popolazione in maniera doppia, tripla ed anche cento volte superiore alle città cosmopolite dell'Europa, dell'Africa o dell’Asia. Stranamente casi di questo genere esistono. Nel Pacifico occidentale, tra la popolazione Muariana nell'isola Guam della Micronesia, vi è un'incidenza pro capite in età giovane del «morbo di Charcot» o «ALS» cento volte superiore alla media europea dove è una malattia frequente: eppure si dovrebbero osservare 100.000 individui anziché 1.000 per reperire altrettanti casi. I dottori che vengono nel nostro centro studi di Guam hanno quindi la possibilità di osservare più pazienti con queste malattie di quanti ne vedrebbero in una vita intera a Roma o New York. Il tutto, concentrato nel raggio di poche miglia dal luogo del nostro lavoro, comprende i loro villaggi, la loro dieta, i loro familiari e le loro fattorie.

Tutto questo su un'isola piccola, lunga 30 miglia, grande meno di Ischia. Corland, Arnold e Mulder, ricercando dopo la seconda guerra mondiale, il mio laboratorio e altri ancora, hanno studiato a fondo il problema. Abbiamo scoperto che oltre alla malattia motoria neuronale, in questa popolazione c'è un'altissima incidenza di demenza di Parkinson, che è per loro la seconda causa di morte. Quella li rende vulnerabili in maniera tipica ed unica a malattie tra noi rare in forma epidemica o endemica. Anche nell'isola dei loro cugini, un po' più a nord, un'isola non più grande di Capri, chiamata Tinian, l'incidenza è molto alta, ma nell'isola ancora più a nord, dove ugualmente sono tutti cugini, l'incidenza è nulla: si tratta dell'isola di Saipàn. Abbiamo motivo di credere che ci sia molto da imparare in un posto come quello. Guardando più in là, alcuni nostri colleghi hanno scoperto un caso esattamente parallelo nella popolazione remota della penisola Key dell'isola Honshu, in Giappone: Hobada e Kasagauwa, aree rurali più primitive dei più sperduti paesini sui Pirenei o sulle Alpi, hanno un'incidenza di queste due malattie cento volte superiore a quella del resto del Giappone.

Abbiamo trovato poi, che popolazioni di indigeni, abitanti la giungla, nudi e allo stadio pre-letterato, sulla costa australiana della Nuova Guinea, hanno esattamente gli stessi due problemi nei loro villaggi ma con frequenza mille volte maggiore così da rendere queste patologie la preoccupazione medica principale per la vita di tutti gli adulti. Come prima cosa, le popolazioni hanno ben accettato le nostre ricerche, giacché sono pesantemente colpite da queste tragedie che sono sempre fatali, cento o mille volte più che da noi; in secondo luogo, avevamo la possibilità di procedere ad autopsie, fare campioni di sangue, rintracciare differenze nella dieta e nell'esposizione all'ambiente secondo tassi enormemente più efficaci che non in città europee, americane o giapponesi. Dunque non è un caso che, negli ultimi trent'anni, i progressi maggiori nella conoscenza di queste malattie giunga proprio da questi studi. Non ho alcuna intenzione di entrare nei dettagli del modo in cui l'ipocalcemia conduca a depositi di alluminio con silicio nei loro cervelli: è una questione biochimica molto complicata non pienamente risolta ma che ha occupato il primo posto nelle ricerche sulle malattie motorie neuronali nei passati trent'anni. Eppure rappresenta solo un elemento isolatore pertinente ad una popolazione primitiva e molto esotica.

Come hanno accolto la sua iniziativa di ricerca le popolazioni che lei ha visitato per le sue indagini scientifiche? In tale contesto, qual è stato in particolare l'impatto dello studio da lei svolto sui cosiddetti «virus lenti» nella Nuova Guinea?

Oggi sono individui sofisticati, acculturati, e, grazie a cambiamenti nella loro stessa cultura, accolgono volentieri lo sforzo della ricerca perché queste malattie costituiscono per loro, come ho già detto, un problema infinitamente maggiore di quanto lo sia per me e per noi. Nell'area Kuru della Nuova Guinea si trova una popolazione mesolitica, dell'età della pietra. Immaginate dieci lingue diverse, differenti tanto quanto l'italiano dal basco, il basco dal celtico e dall'irlandese, l'irlandese dall'ebraico. Questi gruppi diversi - ben dieci diverse lingue - questi gruppi di famiglie linguistiche e di cultura radicalmente differenti, posti però in stretto isolamento, stavano scomparendo per effetto della morìa dovuta ad una nuova malattia chiamata «Kuru». Essa presentava un quadro clinico assolutamente inedito per il modo in cui uccideva i bambini, particolarmente le donne, nonché per la patologia mostrata dal cervello.

Non v'è dubbio che tale malattia fosse prima d'allora sconosciuta al mondo intero, ma era tale da raggiungere uno dei più alti tassi di mortalità a livello epidemico nel mondo. Essa devastava la popolazione femminile adulta fino a causare un rapporto di tre uomini e una donna - questo in una popolazione primitiva precristiana e preebraica che preferiva la poligamia, come forse accade in qualsiasi popolazione, almeno dal punto di vista maschile, s'intende. Per tornare alle nostre neuropatologie, esse esibivano mutamenti cerebrali senza quell'infiammazione che segue qualsiasi tipo di infezione: il tipo di mutamenti che tutti noi subiamo nell'invecchiamento. Nel cervello si deposita amiloide e ciò avviene in qualsiasi individuo che raggiungeva i 90 anni, e in una metà dell'intera popolazione all'avvicinarsi dei 70 anni. Si presentavano anche mutamenti a livello cerebrale che, se maligni, potevano uccidere un uomo nel giro di un anno o anche meno, insieme a quei rari tipi di demenza che chiamiamo «morbo Creutzfeld-Jakob».

Tornando al virus «Kuru», abbiamo concentrato un enorme quantità di sforzi di ricerca su questa malattia e abbiamo dimostrato che era il primo caso provato di infezione da virus lenti nell'uomo (in gergo: infezione da slow virus ) Ora, l'infezione davirus lenti nell'uomo modifica l'infezione, non il virus. Si tratta di un'infezione lenta. Abbiamo che l'una era l'altra, cioè che il virus era penetrato nel corpo da anni, decenni, metà di una vita: si era riprodotto quarant'anni prima e cresceva senza danneggiare l'organismo ospite. I bambini crescevano allevando al tempo stesso il virus all'interno dei tessuti e del cervello. Erano normali, imparavano l'arte di diventare adulti, e poi, 40 o 30 anni dopo l'infezione, essi morivano rapidamente a causa dei problemi cerebrali ad essi connessi. Non avevamo mai incontrato quel tipo di situazione in virologia. Non è vero che le infezioni lente costituivano una novità, perché la «TB» e la sifilide si comportano a questa maniera. Anche i protozoi fanno così.

Un uomo può avere la cisticercosi nel corpo, e questa può replicare cisti nel cervello per trent'anni, prima che, improvvisamente, egli inizi a soffrire di epilessia e muoia pochi anni dopo con epilessia intrattabile e danni cerebrali. Si può avere la «TB» per 40 anni prima che essa inizi improvvisamente a produrre sintomi cerebrali ingenti come il melanoma sia miliare che tubercolare. Si può avere la sifilide per 10, 20 o 30 anni, prima che si riveli paralisi o tabe dorsale, tipica della pazzia come quella di Nietzsche. Così, erano ben noti gli effetti ritardati nelle malattie infettive che si manifestano anni o decenni dopo l'infezione. Ma negli anni cinquanta non era noto questo comportamento per le malattie virali: credevamo che esse fossero infezioni ed eravamo convinti della scomparsa del virus , attaccato dal sistema immunitario, come accade qualche volta nel vaiolo o nella encefalite, letale per il paziente. In nessun caso ci aspettavamo che il virus del vaiolo rimanesse in circolo nel corpo del paziente per 10 o 5 anni; neanche per 5 giorni! E tutto questo risultò come una novità.

Non era in realtà una novità assoluta in biologia. In Islanda, alcuni veterinari avevano tentato di mostrare che ben quattro malattie diverse, negli ovini, si comportavano in questa maniera. Il virus poteva riprodursi nascostamente per 2, 3 o 4 anni nella pecora e poi, improvvisamente, uccidere l'animale con la forma più estesa della malattia specifica. Una volta mostrato che questo meccanismo valeva per il morbo chiamato «Kuru», tutti si chiesero se questo stesso non potesse sottostare anche ad altre malattie, la sclerosi multipla e tutte le altre che ho nominato. Migliaia di ricercatori cominciarono a pensare secondo questo modello. Il vero motivo di interesse, comunque, non risiedeva solo nel fatto che questa malattia virale cronica avesse una lunga latenza prima di manifestarsi ma anche nel fatto che non mostrava alcun indizio tra quelli che avevamo imparato a fare associazioni con i processi infettivi nel cervello, non solo negli uomini ma anche negli animali. Intendo dire che i vasi sanguigni mostrano i segni dell'infezione in quanto i globuli bianchi formano una guaina intorno ad essi: ciò avviene in tutte le infezioni cerebrali.


Nella rabbia, nella malaria cerebrale, nella poliomelite, e in quel gruppo di malattie non v'era nulla di tutto ciò. Questa scoperta mostrò ai patologi di tutto il mondo che era possibile avere un'infezione virale in assenza di stimoli immunitari o di infiammazione. Ciò spinse a credere che questo concetto potesse fornire la spiegazione causale di tutto quel complesso di malattie di origine ignota, dall'artrite della vecchiaia, l'«osteoartrite», al diabete, dalla sclerosi multipla, al morbo di Parkinson. E' un modo di pensare poco rigoroso, impreciso e non molto produttivo: avevamo offerto la dimostrazione soltanto per una malattia e v'erano ben pochi indizi che valesse per le altre. Di fatto abbiamo iniziato a chiederci in quale altro caso potesse occorrere e, con nostra sorpresa, riuscimmo in poco tempo a mostrare che esso riguardava una malattia rara, il «morbo di Creutzfeld-Jakob», presente in tutto il mondo, dai tropici all'artico, dall'Asia e dall'Africa, all'Europa e all'America. Questo uccide le persone solitamente in meno di un anno con ingente demenza globale di norma a 30, a 40, a 50 anni o a 60; qualche volta colpisce i più giovani e qualche volta i più anziani. Ma questo è proprio il decorso del «morbo Kuru», causato da uno strano virus, trasmettibile alle scimmie che cresceva in colture di tessuti. Fin qui non avevamo fatto che suggerire al mondo questa possibilità per un gruppo di malattie strane ed esotiche. Più tardi divenne evidente come altre rare malattie celebrali fossero anch'esse infezioni da virus lenti.

Quali sono queste altre malattie?

Una delle prime fu la «encefalopatia» da morbillo nella variante lenta e ritardata alla quale nel nostro laboratorio abbiamo dato il nuovo nome di «SSP» («subacute sclerosing panencephalitis»), «panencefalite subacuta sclerosante», attualmente uno dei maggiori problemi medici in nord Africa, nell'Africa sub-sahariana e nelle Seychelles. Alcuni decenni fa, questa malattia era un enorme problema a New York. Si tratta di una malattia che uccide bambini e giovani adulti sempre anni dopo che hanno contratto il morbillo. La grande scoperta di 3 differenti laboratori, uno a Belfast, in Irlanda con O'Connor, il Nets Laboratory in California ed il mio laboratorio, che lavoravano quasi simultaneamente sul problema, fu che il virus del morbillo comune può rimanere latente nel corpo di un bambino, e nel corpo di un bambino più frequentemente che in quello di un adulto infetto da morbillo. Poi, in un caso su centomila o su un milione, esso causa, dai 5 ai 20 anni più tardi, una malattia cerebrale inesorabilmente fatale. Ciò ha avuto un enorme impatto sulla medicina in tutto il mondo, e il programma di immunizzazione dal morbillo lo ha fortunatamente ridotto quasi a zero per la Germania, la Svezia, l'Inghilterra e gli USA.

Nei Paesi che non hanno provveduto all'immunizzazione si registrano ancora molti casi ed alcuni Paesi in particolare ne sono colpiti in forma quasi epidemica perché la loro urbanizzazione ha abbassato l'età del morbillo infantile: la gente si sposta in grandi comunità piene di bambini, con conseguente moltiplicazione delle infezioni di morbillo e poi, nell'ordine di un caso su 5.000 o su 10.000, si manifesta più tardi l' «SSP». Abbiamo persino scoperto che la maggioranza di noi - lei ed io compresi - sta probabilmente ospitando un nuovo virus, un “pop over” virus, che chiamiamo virus «J.C.». Si tratta di un virus collegato alle verruche, il virus delle verruche, quel virus «SV 40» che ha dominato 30 anni di ricerca sul cancro; quel virus che è stato scoperto, appena dopo la nostra scoperta di infezioni virali lente, da Touraine per primo nel Midwestern, USA, e più tardi lì isolato. Esso causa una rara malattia cerebrale chiamata «PML», oppure «progresso L» che sta per «Progressive Multiple Linking Encephalopaty». Questa è una malattia che i pazienti sofferenti di AIDS ora contraggono spesso nella fase terminale della loro malattia.

Prima dell'avvento dell'AIDS sapevamo di questa malattia soltanto in individui il cui sistema immunitario era danneggiato dalla tubercolosi, da sarcomi o da linfomi: tutte malattie che danneggiano la capacità immunitaria generale. Già allora avevamo scoperto che, quando i dottori distruggevano di proposito il sistema immunitario per eseguire un trapianto osseo o di reni, o per trattare una metastasi per cancro, i pazienti contraevano «PML». Questo virus che avevamo al tempo appena isolato - ora ne sappiamo tutto e abbiamo imparato a prevenirlo - non era raro, come non lo era neppure il morbillo. Sono virus assolutamente tipici e normali appartenenti a diversi gruppi che crescono bene in vitro o in colture di tessuti. Non era però così per il «Kreutzfeld-Jacob», virus «Kuru» della Nuova Guinea; fin dall'inizio sono stati un mistero strano ed incredibile per i virologi. Abbiamo scoperto che resistevano ai raggi ultravioletti, a tutti gli antisettici e che non c'era modo di renderli completamente inattivi tramite bollitura o autoclave. Mai in tutta la storia della microbiologia era stato trovato qualcosa di così resistente e di così strano. Ciò ha consentito ai biofisici francesi e inglesi di dimostrare che questi virus avevano una suscettibilità all'inattivazione, a mezzo di lunghezze d'onda diverse dell'ultravioletto, atipiche rispetto qualsiasi altro microorganismo o essere vivente.

Lo studio dei virus lenti ha portato a scoperte importanti nella microbiologia, scoperte che potrebbero essere considerate eretiche. Vuole parlarcene?

In effetti, già trent'anni fa avevamo un gruppo di biofisici in gamba ed intelligenti come Laterge e Tiquealber che metteva in rilievo come questi agenti sarebbero potuti essere privi di DNA. Ora, nell'attuale metà secolo, o quarto di secolo, genetisti e microbiologi hanno imparato la vera religione: noi tutti conosciamo i fondamenti della microbiologia più a fondo di quanto molti gesuiti, con tanto di “ordini”, conoscessero i fondamenti del cristianesimo. Così la comunità dei microbiologi moderni trattò quelle scoperte eretiche come uno scherzo, un errore palese. Cosa che feci anch'io. Ma col passare del tempo divenne evidente che non potevamo più ignorarli: i dati erano chiari, questi agenti non contenevano DNA o RNA, e ci eravamo già convinti, e avevamo convinto il mondo intero con validi esperimenti, che avevamo adempiuto ai postulati di Cook per l'eziologia di una malattia e avevamo dimostrato la loro replicazione qualora fossero inseminati con una o più particelle dell'agente infettivo. Avevamo quindi un virus filtrabile, secondo la definizione pasteuriana di virus, che si replicava e mancava semplicemente di DNA o RNA; inoltre esso non produceva alcuna risposta immunitaria.

Abbiamo concentrato le nostre ricerche su questi elementi in tutti e quattro i continenti. Abbiamo dimostrato che non c'era alcuna risposta immunitaria, mentre le altre infezioni conosciute, incluso l' AIDS, sono tutte parimenti infettive e danno un'enorme risposta immunitaria. Riuscimmo persino a dimostrare che il materiale altamente infettivo era non antigenico e ciò non era stato provato per nessun altro microbo conosciuto. Un vasto gruppo di microbiologi, incluso quelli del mio laboratorio, riteneva questi dati pericolosamente eretici, probabilmente un risultato di esperimenti imprecisi. Quasi un quarto di secolo è stato speso nel tentativo di rendere più accurati e sensibili i relativi esperimenti, e tutto per giungere ora a dimostrare che i primissimi esperimenti erano corretti e l'interpretazione più semplice, quella giusta. Abbiamo a che fare con un processo di nucleazione che trasforma una normale nostra proteina, prodotta da un normale gene, che noi tutti abbiamo, come l'aragosta e tutti gli altri mammiferi, in una pericolosa proteina infettiva che ha, in altre parole, la proprietà di indurre nelle proteine sane, un mutamento della configurazione secondaria che rende queste stesse infettive.

Ecco che quindi si replica, un po' simile a stalattiti e stalagmiti di tipi diversi in un sistema di grotte dove l'ordine temporale è di secondi anziché millenni. Questo fenomeno non sorprenderebbe alcun cristallografo, abituato alla polimerizzazione per nucleazione e accrescimento di fibre, e, se adoperiamo quel linguaggio scopriamo di parlare, sul piano fenomenologico, in maniera possibile con un chimico delle proteine o un chimico delle fibre polimeriche, sia organico che inorganico. Ma per gran parte dei microbiologi non pronunciamo che delle eresie. Mai prima di allora ci saremmo aspettati di incontrare un simile fenomeno in microbiologia. Risale agli ultimi due o tre anni la dimostrazione che l'agente può essere generato de novo in famiglie aventi un gene che ne determini la nascita - questo essenzialmente dimostra che Spallanzani e Pasteur avevano torto nel negare l'esistenza della generazione spontanea - ulteriore ridicola eresia. Il problema qui riguarda un cambiamento nella configurazione di una proteina normale in una particella in grado di iniziare una cristallizzazione nucleante, senza combiamento alcuno nella biosintesi.

Siamo convinti che l'intero processo, in termini di microbiologia moderna, sia post-traduzionale. Questo è stato sufficiente a far sì che il meglio dei laboratori di biologia molecolare sia ora attratto in questo campo, in più di una dozzina di Paesi: dalla Svizzera, col laboratorio di Weismann a Zurigo e a Cambridge, in Inghilterra, da Heidelberg al NIH di Boston, fino a Kioto e a Tokio. Ci sono centinaia di laboratori nel mondo che stanno attualmente lavorando sul problema: non è più possibile, infatti, ignorarlo, e le scoperte già previste ed indicate trent'anni fa non sono ancora state tutte dimostrate. A volte siamo così vicini ad una dimostrazione che esistono fenomeni evidenti ma che non possono venire spiegati da tutti i paradigmi normali. E precisamente sappiamo che la mutazione puntiforme in queste proteine infettive, non si replica all'interno del nuovo ospite. Mai avevamo osservato una mutazione nella sequenza degli aminoacidi in un antigene microbico che non copiasse se stessa mentre si replicava in un qualche ospite. Questo indica immediatamente che non avviene alcuna trascrizione o traduzione di DNA. Abbiamo anche dimostrato che si può stabilizzare l'agente usando formaldeide.

L'aldeide formica è in grado di distruggere quasi tutti gli agenti esistenti e in questo caso abbiamo usato una dose infettiva più alta di quella che raggiungiamo con virus convenzionali, fino ad un decimo di un decimo di unità infettive per grammo o millilitro. Possiamo stabilizzare al 10% o 20% il titolo della folmaldeide così ch'esso rimanga a temperatura ambiente senza decadimento. Anche in questo caso lo possiamo scaldare fino a 280° senza perdita di titolo, e quella è la temperatura di fusione degli acidi nucleici. Anche questo fattore ci indica che non stiamo trattando con acidi nucleici come pensavano Laterge e Teralbert 30 e 20 anni fa attraverso lo spettro dei raggi ultravioletti. Questa è una nuova era della microbiologia. Io sono troppo anziano per sfruttarla appieno, ma c'è una grande competizione in questo campo fra molti giovani provenienti dal mio laboratorio e da nazioni di tutto il mondo. Siamo convinti di seguire la strada giusta da 25 anni.

Che implicazioni hanno queste ricerche per la salute pubblica e quali implicazioni negative ci possono essere, invece, nell'uso di alte tecnologie nutritive da parte delle società di allevamenti di animali per la salute degli stessi animali ed anche per il benessere delle società umane?

Le implicazioni di queste ricerche per la salute pubblica sono relativamente minori se si pensa che l'unica malattia conosciuta riguardante l'uomo, peraltro molto rara, è la demenza trasmettibile del tipo «Gerstmann-Streusler». Ne muore un solo paziente l'anno su una popolazione di un milione: in una città come New York, soltanto sei-dodici pazienti l'anno. Ci sono migliaia di cause di morte più frequenti di questa ma tra la popolazione Fore questa è diventata una vera e propria epidemia che può causare il 98% di tutte le morti femminili, metà di quelle infantili e ha triplicato in genere il tasso di morte. E' esattamente la stessa cosa che accade negli allevamenti di visone quando per sbaglio, grazie al neo-cannibalismo ad alta tecnologia, questi animali vengono nutriti delle loro stesse carcasse: interi allevamenti sono morti, spazzati via dal virus.

La stessa cosa è accaduta in allevamenti ovini e caprini. Ora abbiamo anche la pazzia bovina o «encefalopatia spongiforme», che è causata da questo tipo di cannibalismo ad alta tecnologia. Un modello «Kuru», come quello di cui ho già parlato. Più precisamente, le carcasse delle mucche e delle pecore vengono ridotte a prodotti e le porzioni idrofilizzate che vengono date come nutrimento ai vitelli contengono le proteine di mucche e vitelli morti. E' una circolazione di neocannibalismo ad alta tecnologia, ripeto, e proprio come in Nuova Guinea, le mucche recitano con tragica fedeltà, quasi fossero state addestrate alla Scala, la malattia «Kuru». Ogni aspetto clinico del morbo «Kuru» viene riprodotto con tutta la fedeltà possibile in un quadrupede bovino. L'espressione facciale, la bassa temperatura, l'atassia cerebellare, sussulti motori anormali e contorsioni: il decorso è di almeno 4 anni e mezzo, come nell'uomo.

Ecco quindi una malattia che ha distrutto l'allevamento del bestiame, la produzione di manzo, l'industria del latte della Gran Bretagna e dell'Irlanda. Si teme un costo di centinaia di migliaia di sterline. Ha messo in allarme già da tempo gran parte dell'Europa fino a produrre esiti legislativi a volte razionali, a volte no. Non siamo in grado di dire alla gente tutto ciò che vorrebbe sapere. E non c'è modo di avere una risposta veloce. Non possiamo al momento immaginare neanche l'ombra di un esperimento che dia la risposta alla domanda se l'uomo ne sia contagiato o meno. Quanta parte dell'agente sia presente nel manzo e nel latte, non lo sappiamo, benché crediamo che non ve ne sia alcuna. Sappiamo che è nel cervello, nelle interiora, nel timo, nell'intestino, nei nodi linfatici. Non sappiamo se sia contagiosa per via orale nell'uomo: certo è che l'assenza del contagio non è stata dimostrata. E' il tipo di dati, prodotto dal mio laboratorio, che ha indotto questa isteria di tipo Andromeda nella popolazione.

La malattia umana può produrre il «Creutzfeld -Jakob» negli scimpanzè e nelle scimmie, ma qualora inoculato in pecore e capre, produce la «Scrapie» («malattia del trotto della pecora»). Nessun veterinario è in grado di distinguerlo dalla «Scrapie», naturalmente, e ora sappiamo che a livello molecolare sono uguali anche se ciò che avevamo inoculato erano agenti umani e gli agenti della capra passano poi alla pecora producendo la «Scrapie» della pecora. Ciò aveva indotto già 15 anni fa alcuni veterinari, inclini ad un amaro umorismo, a proporre seri provvedimenti affinché gli anziani colpiti da demenza venissero tenuti lontani dalle fattorie e dalle greggi ovine. Il provvedimento simmetrico non aveva ragion d'essere perché non avevamo modo di dimostrare se tessuti ovini potessero causare queste malattie qualora inoculati nell'uomo.

Vede, non potevamo disporre di molti volontari per inoculazioni intracerebrali di queste sostanze! Eravamo in grado di mostrare, d'altro canto, che decine di migliaia di pecore affette da «Scrapie» - in francese «coblah», in tedesco «Kaelberkrankheit», in slovacco «cousalka», - vengono immesse sul mercato entrando così nella catena nutritiva umana e, nonostante questo accada da centinaia di anni in Slovacchia, in gran parte dell'Europa, con certezza in Francia e Inghilterra, il «Creutzfeld-Jakob» è rimasta una malattia rarissima, un caso su un milione, e in nessuna maniera è possibile collegarla alla «Scrapie» del pastore. Possiamo dire che dal punto di vista epidemiologico, sia in Francia che in Inghilterra abbiamo conseguito un fallimento.

Ora, gli ebrei sefarditi che, come tutte le popolazioni orientali si cibano, forse da millenni, di occhi e cervello di pecora arrostiti, così come noi mangeremmo un hamburgher al MacDonald dietro l'angolo, hanno un'alta incidenza del «Creutzfeld-Jakob». Quelli che vengono da Tripoli, un'incidenza trenta volte maggiore degli ebrei ashkenazi che, in genere, non includono il cervello, i testicoli e gli occhi della pecora tra le loro prelibatezze alimentari: semplicemente non li comprano. I mediorientali adorano questo cibo e molti ricercatori, me incluso, hanno cconsiderato questo elemento come possibilmente collegato con il morbo di «Creutzfeld-Jakob». Ma uno studio approfondito degli ebrei sefarditi ha mostrato che essi hanno un tipo di «CJ» familiare, probabilmente generato geneticamente. Siamo ancora nel mezzo del problema: non ne abbiamo ancora una comprensione adeguata dal punto di vista molecolare.

Dubitiamo che possa considerarsi un caso dimostrato di «Scrapie» trasmessa all'uomo. Ora, posti di fronte a milioni di persone che hanno mangiato la carne e il latte di animali sotto inchiesta e tra cui nessuno sta incubando «Scrapie», sapendo che il latte e la carne della pecora non hanno mai mostrato di contenere il virus ma che i linfonodi ne erano carichi, l'establishment veterinario britannico e gli ispettori alimentari hanno vietato, un paio di anni fa circa, le interiora, precisamente l'intestino, il timo e i linfonodi come alimento umano. Prima si mangiava tutto, si mangiavano per intero persino animali sotto incubazione, poi, più o meno due anni fa, si è smesso. Ma le bistecche e il latte non sono stati vietati. Quando qualcuno dei più scettici ci chiede: «siete sicuri?», la risposta è che non siamo sicuri. Come possiamo esserlo? Non sono nemmeno sicuro di poter fornire un programma di esperimenti che ci permetterebbe di scoprirlo tra dieci anni. Sicuramente non potremmo farcela in cinque.

Gli studi che lei, insieme al suo gruppo, conduce ormai da circa un trentennio hanno comportato una modificazione nel concetto di malattia, filosoficamente considerata?

Lei mi chiede come simili questioni influenzino la filosofia. Mi chiede se questo lavoro durato trent'anni modifica concetti filosofici di base riguardo la malattia. Non particolarmente. Ad un livello più tecnico, sì. Come risultato della patologia cerebrale dai tempi di Rudolf Virchow fino a tutti gli anni cinquanta, potevamo riconoscere nella patologia cerebrale processi infettivi che si contrapponevano a malattie tossiche, genetiche, di carenza enzimatica. Ed in questo avevamo ragione. Anche col virus HIV, tale da produrre malattie cerebrali croniche, o con il virus HTLV I, virus di cui sono infettati più di 10 milioni di giapponesi e che causa mielite cronica, abbiamo esattamente la patologia che indica infezione. Questo, insomma, è un dogma incrollabile della conoscenza neuropatologica moderna. Ecco che ad un tratto «Kuru» che è il primo esempio di un'infezione che infrange il dogma. Non produce alcuna di quelle condizioni sine qua non delle infezioni cerebrali: sia che si tratti di «sifilide cronica», di «malaria», di infezioni virali o batteriche di qualsiasi altro tipo al mondo, l'infiammazione è presente. Non lo è con il morbo «Kuru», nè con il «Creutzfeld-Jakob».

Questo elemento ci costringe ad ammettere la possibilità remota di infezioni in ampi gruppi di malattie degenerative che pensavamo di avere sconfitte. Naturalmente, essendo questo un processo misterioso, persone dotate di poco spirito critico sono portate a proporre questa eziologia per ogni tipo di malattia misteriosa. Come ho già detto all'inizio, è un modo di pensare sciatto; non lo accettiamo incondizionatamente ma aspettiamo di vedere se sia almeno ragionevole. Ora, non c'è nulla di male nel crollo di un dogma centrale, se si dispone di ampie prove. Dopo tutto a cedere è stata soltanto la nostra ingenua convinzione di sapere già tutto sulla natura dei virus. Pasteur, Metchnikov, Robert Koch, Paul Ehrlich, costoro avrebbero accettato di buon grado un nuovo genere di virus. I botanici sconvolsero l'immagine da manuale del virus , l'immagine che ci si apprestava ovunque allora ad inserire nei libri di testo: una configurazione di DNA filamentosa ripiegata su se stessa “singola” o “doppia”, coperta da proteine sia interne che esterne. Tutto ciò è errato nel caso di malattie virali causate da viroidi.

Qui non ci sono proteine, nè esterne nè interne. Non sono a filamento doppio nè singolo. Sono un circolo chiuso, ripiegato al proprio interno come una forcina con alcune basi in comune. Questo modello offre una congiunzione tra la configurazione singola e quella doppia cosicchè ogni fatto, ogni requisito di quella definizione inaccettabile di virus, definizione che esiste ancora in molti libri di testo, fu ridicolizzata dalle molte, moltissime infezioni da viroidi nelle piante scoperte negli anni '60. Questo è solo un esempio. Ci sono alcuni che affermano che io non voglio modificare il mio concetto di virus, anche se con esso il concetto pasteuriano di virus non risulta per nulla modificato. E' invece soltanto la concezione recente di costoro che viene modificata, concezione che nessuno aveva realmente accettato se non loro stessi in quanto autori di manuali. Dunque, questi agenti infettivi si replicano per nucleazione.

Per descrivere meglio la Sua concezione del virus, vuole illustrarci cosa intende con il termine “nucleazione”?

«Nucleazione» è un termine cristallografico che non si riferisce al nucleo di una cellula, bensì al processo che ha luogo nella formazione di nuvole temporalesche, di cristalli di ghiaccio e precipitazioni. Quel processo di nucleazione cristallografica responsabile della crescita dei cristalli, è il processo che crediamo contraddistingua i nostri microbi. Grazie ad esso viene prodotto un microbo che cresce senza modificazione genetica o introduzione di un nuovo gene. Questo microbo fa uso del normale gene ospite senza cambiare la sua funzione. Prende il prodotto di quel gene ospite e lo cristallizza in una forma particolare, e precisamente una fibra abaloide piegata e appiattita che autocataliticamente fa avanzare il processo. E' ovvio, dicono tutti, ma questo cosa vuol dire? Non lo sappiamo. E non possiamo tradurlo in termini di meccanica quantistica finché non cristalliziamo queste proteine e produciamo la trasformazione nello stato solido, cristallografico; o, almeno, finché riusciamo a confrontare le due forme tramite la distanza e l'angolo atomico cristallografici.

Ciò è stato possibile soltanto per l'1, il 2 o il 3% di tutte le proteine. Non è mai stato fatto neanche per una proteina recettore di tutti i trasmettitori cerebrali. Per noi riuscire a farlo varrebbe miliardi. E ciò è dovuto semplicemente al fatto che non riusciamo a cristallizzare ed isolare quelle proteine di membrana o idrofobiche trasmembrane. Questo è il punto in cui stiamo, abbiamo una proteina trasmembrana che rimane espulsa e ancorata alla parete esterna della cellula. E' altamente idrofobica e oggi sappiamo che l'uomo la produce col gene sul cromosoma che abbiamo mappato come numero 20 e il topo la produce col cromosoma 2. In modo simile al topo, ne produciamo il quantitativo maggiore nelle cellule del cervello: non ci è nota, però, la sua funzione. Non possiamo cristallizzarla. Siamo dunque ancora lontani dal poter fornire una risposta allo scettico: non possiamo dire come funziona.

Ci troviamo nella stessa situazione del trasporto assonale, nel dover spiegare come funziona retroattivamente. Trenta anni fa, ci trovavamo nella stessa situazione quando uno scettico affermava di non credere nella mappa genetica studiata da Asafala e Korn, da Sturdivant e Morgan, da Mueller, da Kurt Stern, da Barbara McClintock. Non avevano la minima idea di come funzionassero questi geni, ma li avevano misurati e localizzati con precisione. Noi siamo proprio nella stessa situazione: cominciamo ora a localizzare, misurare e studiare con precisione la loro funzione e crediamo anche di sapere quali sono gli elementi necessari per fornire un resoconto “meccanicistico” del fenomeno. Ma non avremo una risposta conclusiva fino a quando non potremo esibire delle vere e proprie ricette per queste proteine che ci permettano di “cristallizzarle” quando vogliamo, così da fornire al cristallografo un cristallo adeguato.

Questo per l'uomo è una ridefinizione del virus o un ritorno alla versione originale, astratta. Io preferisco quest'ultima. Gli informatici, trovando virus senza struttura molecolare ma ponendo il requisito che, oltre a quello energetico, anche il sistema informativo dell'ospite dovesse essere una replica del nuovo sistema informativo dell'agente, possono definirli tranquillamente virus. Di fatto questo è il termine adottato nell'ambiente, ed io sono convinto che Paul Ehrlich, Pasteur, e Koch condividerebbero quest'uso della parola. Non ci si deve chiedere qual'è la struttura molecolare di questo tipo divirus, perchè una tale struttura non esiste. Se accettiamo dunque che si parli di “virus informatici”, credo si debba parlare di virus anche nel caso di proteine che si replicano. Ma qui si tratta di modificazioni puramente semantiche delle parole, non di osservazioni della natura: in realtà, quando insistiamo nel parlare di virus, abbiamo semplicemente trovato un modo scherzoso per rendere “datata” la concezione dei nostri avversari.

Sappiamo bene che, secondo la loro definizione, non si tratta di virus; rifiutiamo però di accettare la loro ingenua definizione di virus. Non ci sarebbero comunque problemi nell'introdurre per essi un nuovo termine, come hanno fatto Stan Prusner Asney e Pat Wordson chiamandoli rispettivamente «preons», e «Scrapie associated proteins». Io preferisco chiamarli semplicemente «Scrapie virus». E se mi si chiede di cosa si tratta, rispondo semplicemente che è una proteina infettiva che agisce per nucleazione. Da dove proviene? Dal gene ospite. Che cos'è, all'interno del gene ospite? E' una normale proteina prodotta nelle cellule del cervello, la cui causa ci è ignota e che ha un alto tasso di ricambio. E come ha luogo l'infezione? Essa induce una mutazione nella configurazione terziaria nella proteina ospite che a sua volta nuclea questo cambiamento nel nuovo ospite e questo è tutto. Ammetto che questa descrizione nasconde molta ignoranza, ma credo anche che sappiamo dove continuare il lavoro di ricerca. Spiacente di essere così tecnico, ma il tema è tutt’altro che facile.

(traduzione di Lorenzo Dauria)

Chi è Daniel Carleton Gajdusek

Daniel Carleton Gajdusek è nato a Yonkers (New York) nel 1923. Laureatosi in Biofisica, ha successivamente studiato medicina all'Università di Harvard, specializzandosi in Pediatria. Dopo aver lavorato presso l'Istituto Pasteur di Teheran, dal 1958 svolge attività di ricerca presso il Laboratorio per gli studi sul sistema nervoso centrale del National Institute of Health, di Bethesda (Maryland). Con B. S. Blumberg ha avuto il Premio Nobel per la fisiologia e la medicina nel 1976.

Gajdusek è stato fra i primi a studiare una forma di encefalopatia cronica e degenerativa nota come “Kuru”, diffusa fra le popolazioni primitive della Nuova Guinea. Gajdusek ha notato come questa malattia venga trasmessa a causa dei rituali cannibalici e la sua manifestazione avvenga a distanza di numerosi anni dal momento dell’infezione. La sua ricerca ha condotto all’idea che il Kuru sia causato da una classe particolare di agente infettivo: un “virus lento”. Questo agente infettivo è stato successivamente classificato come “prione” da Stanley Prusiner. Attualmente si ritiene che i prioni siano responsabili di numerose malattie, fra le quali la Sindrome di Cruetzfeld-Jacob (il cosiddetto “morbo della mucca pazza”). Insieme a Baruch Blumberg ha vinto il Premio Nobel per la fisiologia e la medicina, grazie a una ricerca che ha portato all’identificazione di una sequenza chiave del virus dell’epatite B e che ha consentito loro di sviluppare un test per l’individuazione dell’anticorpo che, attraverso l’individuazione di questa sequenza o antigene, consente di diagnosticare la presenza del virus nel sangue. Gajdusek ha studiato anche il morbo di Parkinson e altre malattie del sistema nervoso centrale, dimostrando l'origine virale di alcune di esse.

Gajdusek è autore di numerose pubblicazioni scientifiche. Ricordiamo della sua produzione: South Pacific expedition to the New Hebrides and to the Fore, Kukukuku, and Genatei peoples of New Guinea, January 26, 1967 to May 12, 1967, National Institute of Neurological Disease and Blindness, Bethesda, 1967; Annotated Anga (Kukukuku) bibliography, National Institute of Neurological Diseases and Stroke, Bethesda, 1972; Colombian expeditions to the Noanama Indians of the Rio Siguirisua and to the Cofan and Ingano Indians of the Putumayo, August 22, 1970 to September 14, 1970, National Institute of Neurological Diseases and Stroke, Bethesda, 1972; Correspondence on the discovery and original investigations on kuru: Smadel-Gajdusek correspondence, 1955-1958, National Institute of Neurological and Communicative Disorders and Stroke, Bethesda, 1976; A year in the Middle East: expeditions in Iran and Afghanistan, with travels in Europe and North Africa: February 4, 1954 to December 22, 1954 (Bahman 25, 1332 to Dey 1, 1333), National Institutes of Health, Bethesda, 1991.



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