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Da: Francesco Lena
Data: Sat, 27 Mar 2004 22:34:46 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it

Gentile Redazione le mando questa mia lettera Veda se ritiene utile pubblicarla, grazie.
No al decreto salva calcio.
Io dico un no secco al decreto salva calcio con i soldi della collettivitł, con i soldi pubblici, se mai il calcio a bisogno di, dimagrimento,di trasparenza, di moralizzazione.
Dico si a decreti mirati salva lavoro, salva stato sociale, salva vita per le persone piŁ deboli, salva sanitł ,previdenza, assistenza, scuola. Con tanti settori produttivi e aziende in crisi in Italia, il governo di centrodestra, pensa al decreto salva calcio, e secondo me fa molto poco per salvaguardare i posti di lavoro di tanti cittadini e per garantire uno stipendio dignitoso a chi il posto di lavoro c'Ć lł. Ancora meno viene fatto per dare un lavoro ai disoccupati, quando ci vorrebbe una politica di investimenti e di sviluppo per creare nuovi posti di lavoro, e che il diritto al lavoro sia garantito a tutti. Sullo stato sociale in Italia il governo di centrodestra a me sembra che continui con la politica dello smaltellamento, dei tagli, sulla sanitł pubblica, sulla previdenza, sull'assistenza, sulla scuola, sulla ricerca, tagli anche ai finanziamenti agli enti locali e di conseguenza sui servizi ai cittadini.
Quando invece secondo me ci sarebbe bisogno di decreti, normative, di provvedimenti, di una politica onesta seria e di grande impegno, perchÄ la sanitł pubblica sia migliorata, e il servizio sanitario nazionale mantenga, i suoi principi di unitł, principi universalistici, di solidarietł, e il diritto alla salute sia veramente garantito a tutti i cittadini in uguale misura.
Fra qualche mese arriverł l'estate 2004, mi chiedo quanti investimenti, quanti decreti, quante normative sono state fatte per mettere in atto una politica di attenzione alla persona debole, di prevenzione, di riabilitazione, di ricupero, per cercare di potenziare migliorare, qualificare, i servizi sociali sul territorio? Per salvare vite umane? Anziani, malati, disabili i piŁ deboli?
Ci siamo gił scordati la morte di 8 mila anziani del 2003, per caldo torrido, ma anche per la carenza e l'incuria dei servizi sociali sul territorio.
Io sono una persona onesta e sono fiero di esserlo, sento il dovere di pagare le tasse nella giusta misura, e vorrei che tutti i cittadini lo facessero, perś vorrei anzi voglio che le mie tasse vengano appunto adoperate per avere dei servizi sociali pubblici, ed efficienti, una rete di servizi sul territorio migliori, e per tutti i cittadini, in particolare e sopratutto per i piŁ deboli, per farli stare meglio, per salvare vite umane, perchÄ per me il valore della vita deve essere messo al primo posto nella scala dei valori. Perciś dico con forza che vorrei decreti salva vita, non salva calcio, decreti per avere una societł piŁ solidale,piŁ giusta, una societł che faccia stare meglio i piŁ deboli.
Lena Francesco


Da: Carl Wilhelm Macke
Data: Tue, 23 Mar 2004 18:54:11 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Proposta da Monaco

Cari amici di CaffÄ Europa,
sono un giornalista tedesco e giro spesso attrverso l'Italia, il mio paese secondo. Vivo a Monaco, ma anche con un piede a Ferrara. Il mio italiano non Ć al livello di Bassani o Bobbio ma insomma posso provare una lettera in italiano (Scusate gli errori).
Allora, per trovare un fondamento intelletuale d'Europa secondo me sarebbe utile di nominare uomini e donne 'di testa' per capire il pensiero attuale nei diversi paesi. P.e. parliamo di Italia e Germania: chi sono li attualmente gli intelletuali piu discussi? Faccio la proposta per Germania: mi vengono in mente nomi come Habermas, Beck, Honneth, La Scuola di Francoforte, il saggista Lepenis, gli scrittori Kluge ed Enzensberger il giurista Boeckenfoerde, lo storico Wehler. Un tedesco deve conoscere (secondo me) teste italiane come Vattimo, Agamben, Magris, Eco, Marco Revelli, Marramao, la "tradizione Bobbiana" ecc. ecc. La mia proposta: si deve costruire per ogni paese europeo un'agenda, una lista simile (per Francia Derrida o Levinłs ecc.). Quest'antologia puo servire per capire meglio gli altri paesi. Cosa ne pensate voi, amici di CaffÄ Europa? Un saluto carissimo da Monaco Carl Wilhelm Macke


Da: Paolo Galloni
Data: Tue, 23 Mar 2004 11:58:53 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: In merito al dialogo tra Clementi e Borghesi

In merito al dialogo tra Clementi e Borghesi aggiungerei una considerazione, che estrapolo da una pagina web che curo:
Guerra intestina contro l'avversario. Questo astruso concetto mi torna in mente spesso negli ultimi giorni. Mi chiedo se non stiamo vivendo una fase storica di guerre culturali intestine dislocate: l'Occidente che combatte in Iraq e "intorno" all'Iraq la parte migliore della cultura occidentale (vedi anche sopra per alcuni sviluppi trasversali) e i fanatici musulmani che, per mezzo del terrorismo, fanno lo stesso con l'Islam. Grazie dell'attenzione


Da: Nicolino Corrado
Data: Fri, 12 Mar 2004 23:00:29 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Riformismo

Bisognerebbe distinguere tra il riformismo dei politici e quello degli intellettuali. Il primo Ć un metodo di lotta politica, caratterizzato dalla moderazione; il secondo Ć una cultura, basata su conoscenze specialistiche, che fornisce ai politici i contenuti delle proposte elettorali e dei provvedimenti legislativi. Gli studi e le relazioni rimangono nei cassetti; i politici riformisti accettano ben poco di quanto gli viene consigliato dagli intellettuali dello stesso campo, anzi degradano la loro condotta a mera tattica parlamentare o televisiva.
La distanza dalla realtł concreta mi sembra comune agli intellettuali di formazione umanistica e a quelli di formazione economica, ai ponderati e agli intransigenti: le diverse posizioni, in questi anni, non hanno saputo cogliere il sentire profondo della gente, non hanno interpretato le esigenze di vasti strati popolari, regalati poi dai politici a Forza Italia e alla Lega. In fondo, si Ć astratti sia inneggiando alla pace ''senza se e senza ma'', sia rimanendo chiusi nell empireo delle persone competenti.
Per essere entusiasmante (e vincente), la sinistra riformista ha bisogno di buone idee. Ma le buone idee devono essere riconosciute come tali dall'elettorato!
Nicolino Corrado


Da: Massimo Negri
Data: Wed, 10 Mar 2004 12:59:40 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Dedicato a Caffe' Europa

Cari amici di Caffe' Europa,
coltivo da tempo l'hobby della lettura, compagna di viaggio e rifugio sicuro di ogni momento della mia vita. Uno sguardo ai quotidiani rappresenta pure per me la preghiera mattutina di cui parlava Hegel. Quanto ai libri - "granai del sapere" - come li definiva la Yourcenar vivo il rammarico gozzaniano delle "rose che non colsi". La biblioteca di famiglia Ć ricca di volumi perlopiŁ non letti. C' Ć la soddisfazione di averli collezionati ma Ć ormai tenue la speranza di conoscerli come meriterebbero.

Ricordo, a proposito, una piacevole conversazione che mia moglie ed io avemmo nel Giugno 1998 a Cagliari con una anziana professoressa. Ci trovavamo in un ristorante con poche persone nell'attesa del traghetto pomeridiano che ci avrebbe riportato "in continente". Parlavamo tra noi del libro di Jostein Gaarder "C' Ć nessuno?" (Salani Editore) che ci aveva accompagnato nella vacanza a Villasimius (CA) con Claudia, la nostra bimba di due anni, berretto azzurro, occhialini da sole ed un numero infinito di secchielli riempiti di acqua e di sabbia sul bagnasciuga, per la gioia dei nostri occhi.

In particolare, il filosofo norvegese, gił autore del best seller "Il mondo di Sofia" (Longanesi & C.), ci era piaciuto per il tono lieve della narrazione e per l' invito alla ricerca continua del senso delle cose. Mika, il protagonista in arrivo dal pianeta Eljo, spiegava a Joakin, un bambino del pianeta terra, l'usanza degli abitanti di Eljo di inchinarsi a una domanda ma non a una risposta perchĆ "chi si inchina si piega" e perchĆ "una risposta Ć il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda puś puntare oltre".

La gentile signora, seduta a fianco del nostro tavolo, con un modo assai garbato, si inserô nel nostro dialogo e dopo averci ricordato le sue origini comasche ci disse che si era trasferita a Cagliari perchĆ lô aveva ottenuto la cattedra di Lettere al Liceo Scientifico. Aggiunse che uno degli scopi della sua vita era stato quello di accumulare libri per la pensione, ovvero per l' etł in cui, libera dagli impegni di insegnamento e, nel caso suo, senza vincoli familiari, avrebbe potuto dedicarsi esclusivamente all' amata lettura.
Ma il destino, sovente baro, recś alla signora dei grossi guai alla vista inibendole la realizzazione del suo progetto. Le restava l'unico conforto di consigliare i libri alle amiche cosô da poter prestare almeno a loro i frutti delle sue buone intenzioni. La professoressa concluse la conversazione con un buffetto a Claudia e con la raccomandazione di continuare a viaggiare e, appena si puś, di leggere perchĆ, come dice il poeta, "del futur non c'Ć certezza".

Accolto con favore l'invito, resta la domanda : perchĆ leggiamo? Scriveva Cesare Pavese: "Leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri gił da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona gił nostra - che gił viviamo - e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi". Gli autori, si puś forse dire, sono un po' come specchi nei quali riflettersi, riconoscersi, capirsi meglio e dai quali ricevere emozioni ed energie utili al nostro cammino.
Eppure resto dell' opinione che, leggendo, cerchiamo anche idee nuove, pensieri da noi non ancora pensati, per migliorarci e per ricercare - in chi ha pathos civile - strumenti per decifrare la realtł e contribuire alla promozione del bene comune.

Oggi, con Internet, si sono ampliate le opportunitł di accesso alle fonti culturali e, di pari passo, sono cresciute le chance di partecipazione al dibattito delle idee.
La comunicazione virtuale Ć oramai uno dei canali attraverso cui si manifesta la democrazia effettiva. Personalmente, come navigante del Web, visito alcuni siti per documentarmi un po'. Fra essi, uno mi Ć particolarmente gradito: www.caffeeuropa.it.
E' una rivista "on line" diretta da Giancarlo Bosetti, un po' l' equivalente in rete di "Reset" che si trova in edicola e in libreria.

Frequentando Caffe' Europa ho come la sensazione di toccare con mano quanto descritto da Claudio Magris sul Corriere della Sera del 30 novembre 2001: "E' giusto che sia il caffe', luogo di liberalismo e di democrazia, a difendere la democrazia e un tono di vita accettabile: i grandi viennesi paragonavano il caffe' all'agorł, alla piazza dell'antica cittł-stato greca in cui si discutevano liberamente i problemi politici, culturali, filosofici. Da questo libero mercato delle idee, delle passioni, delle fedi e dei dubbi nasceva la democrazia occidentale".

E, per tornare ai libri e concludere, mi viene in mente una battuta di Marcello Mastroianni (nel ruolo di padre) a Sandrine Bonnaire (figlia irrequieta) nel film "Verso sera" di Francesca Archibugi: "Mica possiamo vivere tutto ciś che leggiamo".
I libri sono lô apposta per farci conoscere - per interposta persona - ciś che direttamente non proviamo.
Un modo di arricchire e cambiare la qualitł della nostra vita.
Cordiali saluti
Massimo Negri


Da: r.alfonsi
Data: Mon, 23 Feb 2004 16:54:36 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Pochi controlli ma chiari ed efficaci, di V. Olita.

Forte ed equilibrato come un buon caffe'.
Viene apprezzato dagli intenditori, ma tutti non hanno di che lamentarsi.
Certi spunti chiari e certe intuizioni andrebbero riprese, approfondite, divulgate.
Aggiungo che le idee vere andrebbero supportate per farle emergere sopra i grandi "rumor" politici.
Se si vuole realmente comunicare il cambiamento al di fuori e al di sopra di partiti di governo e di opposizione, tutti accomunati dalla mediocritł e dall'interesse, Ć indispensabile dare visibilitł a principi di fondo eticamente corretti e socialmente utili per uno stato sociale condivisibile al di sopra degli interessi singoli.
Ridiamo valore al principio della responsabilitł ed alla dignitł dello "spirito di servizio".
r. alfonsi


Da: Antonello Sciacchitano
Data: Tue, 10 Feb 2004 15:53:04 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Intervista a Sebastiano Maffettone.

Milano, 10 febbraio 2004

Ho trovato ricca di spunti di pensiero l'intervista a Maffettone. Abbiamo bisogno di idee nuove e possibilmente scientifiche - idee chiare e distinte, direbbe il signor Delle Carte, oggi poco apprezzato - per ripensare la nostra posizione all'interno della sinistra non comunista. (Precisazione necessaria, purtroppo. Non intendo "comunista" nel senso berlusconiano di mangiabambini, ma nel senso di degenerazione ideologica e partitica, a uso della gestione dittatoriale del potere, della componente scientifica del marxismo).
Mi piacerebbe porre a Maffettone la questione di quanto la nozione di sostenibilitł possa rientrare nel pensiero di Marx, sospettando che rientri molto poco in quello massimalista di Engels e dei suoi epigoni anche nostrani (leggi - anzi non leggere - Toni Negri). Sarei grato al filosofo se mi desse alcune indicazioni di risposta in questo senso, utili a orientare la nostra azione politica a breve termine (di fronte alle prossime elezioni) e a medio termine. Sul lungo termine, diceva Keynes...
Grazie molte
Antonello Sciacchitano.


Da: redazione Carlo Lucarelli - sito
Data: Tue, 10 Feb 2004 11:52:09 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: sito carlo lucarelli riconosciuto da lui medesimo

ciao a tutti
vi volevamo solo segnalare che il sito dedicato a Carlo Lucarelli e che pubblicate nella vostra intervista Ć datato e fermo a troppi anni fa. Vi proponiamo il nostro che oramai Ć pienamente riconosciuto da carlo stesso e dato in giro come sito ufficile .
grazie e a presto
i pinguini curatori del sito


Da: Aniello Saggese
Data:Fri, 30 Jan 2004 09:42:49
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Vito Volterra.

Salve, ho letto il vostro articolo "La mente al Dio dei numeri" e lo trovo bello ma sopratutto importante perche' non solo mette mostra, ancora una volta, le barbarie perpetrate dal regime fascista ma riporta in luce la figura di un grande matematico, a lungo dimenticato insieme a quella di tanti altri suoi illustri colleghi. Aniello Saggese


Da: Sergio Vessella
Data: Sun, 25 Jan 2004 19:36:09 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Tre intolleranze per un discorso che dura da secoli.

Caro Davide,
Forse non ho letto attentamente il tuo intervento, ma a me sembra che tu non abbia affrontato un aspetto importante del modo in cui si pone oggi il problema ebraico:
Come si puo' distinguere l'antisemitismo dall'opposizione alla politica dello Stato d'Israele? Oppure: fino a che punto si identificano lo Stato d'Israele con l'insieme degli ebrei?
Credo che sia importante chiarire davvero a fondo queste questioni per non confondere posizioni anti-israeliane con posizioni antisemite.
Inoltre, non credi che si debba riportare a livello di massa un discorso critico nei confronti delle religioni? A me sembra che sia diventato senso comune che la religione e altri vincoli comunitari siano dei dati pressoche' immutabili e che si debba partire da essi per capire dei fatti, mentre essi stessi non debbano essere sottoposti ad ulteriori critiche.
A volte mi sembra che la questione ebraica somigli un po' ai paradossi russelliani: se si cerca di capire la questione sembra di non trovare il bandolo della matassa, se si cerca di risolverla (pensando di aver trovato il bandolo della matassa) non la si capisce.
Cordiali Saluti. Sergio.

Risponde David Bidussa

Caro Sergio,
le domande che tu poni sono tre.
Prima: come distinguere antisemitismo da critica di Israele?
Secondo me criticare Israele e le scelte politiche dei suoi governi Ć possibile fino a che non si ritiene che queste disattendano - e dunque tradiscano - una supposta identitł ebraica. Questo tra l'altro presume che gli ebrei israeliani e gli ebrei della diaspora non siano lo stesso soggetto.
Seconda: Stato di Israele e insieme degli ebrei si identificano dentro una dimensione storica e culturale che vorrei riassumere come segue: gli ebrei nel corso del proprio periodo diasporico hanno espresso identitł in relazione a una produzione culturale che avveniva in un luogo e che si diffondeva a tutte le diaspore ebraiche. La storia delle diaspore ebraiche Ć cosô la storia nel tempo di prodotti culturali, di codici elaborati, di testi significativi che nel tempo danno luogo a un sapere ebraico ma che non nascono gił confezionati e che sono - significativamente - prodotti culturali che testimoniano, anche nella loro struttura, dei processi di ibridazione e assimilazione dei codici culturali del tempo e delle forme linguistiche in cui sono scritti, pensati, costruiti e prodotti. Non c'Ć un sapere ebraico extra storico, perchÄ gli ebrei non esistono malgrado la storia, ma per la storia. Un gruppo umano Ć nel tempo storico ciś che mangia, come si veste, le relazioni che stabilisce con la societł intorno a sÄ, ciś che prende dall'esterno e ciś che dona. Ma Ć anche, nel tempo, l'insieme di quelle "cose", che conserva , come pure delle strategie che mette in atto per mantenerle Con una precisazione: ciś che conserva e che mantiene non rimane inalterato nel tempo. Per mantenere le proprie "cose", quelle "cose" che parlano di sÄ, ogni gruppo umano deve adeguarle al tempo in cui vive, deve misurarle con le sfide cui le societł in cui sceglie di vivere lo obbligano per sopravvivere e per perpetuare la sua storia e la sua vita.
C'Ć un complesso di codici, di testi, di forme della scrittura - dalla letteratura normativista e apologetica a quella letteraria fantastica e musicale - che stanno in relazione e in sintonia con i codici culturali, le poetiche letterarie dei luoghi e del tempo in cui quei testi sono prodotti.
Testi che si sono costruiti in Babilonia, poi ad Alessandria d'Egitto, poi nella Spagna araba, poi nella Francia settentrionale, poi in parte nell'Italia rinascimentale e nella Polonia, poi nella Germania e nella Russia, infine nell'insediamento ebraico in Palestina, e poi in Israele e in parte nella diaspora americana e in quella francese. Ogni volta c'Ć un luogo centrale, ovvero un centro, o piŁ centri in concorrenza tra di loro, che esprime e produce cultura e identitł culturale simbolica per gli ebrei. In alcuni casi si produce anche identitł politica.
Israele oggi - a torto o a ragione - appare o Ć vissuto come il luogo che produce cultura, strumenti culturali, lingua, immaginario, stili di vita. In breve testi che permettono al popolo ebraico nell'insieme di avere una possibilitł di dialogare in forma costruttiva con le forme culturali di questo tempo, senza fossilizzarsi in una sorta di culto del passato come identitł funeraria di sÄ. Certo ci sono quelli che si identificano con lo Stato in quanto tale, con il governo in quanto tale, con Sharon, con i "coloni" e quelli che scelgono anche altro, che ritengono che la realtł di Israele sia una grande risorsa, che essa non debba misurarsi con il timore di scomparire ma che non condividono o non si identificano con le scelte politiche di un governo specifico, nella fattispecie con il governo attuale. Oggi questi sono una minoranza (forse non sarebbe improprio domandarsi perchÄ), magari significativa, ma sono una minoranza. Io sono fra questi.
Terza: sulla questione della religione sono d'accordo, anche se non mi pare di avere le competenze per poter dire molto di piŁ.
Cordialmente
David



Da: Naomi Napoli
Data: Mon, 26 Jan 2004 17:07:11 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Ulrich Beck

Complimenti, un articolo eccenzionale!mi Ć stato molto utile per comprendere Beck... e sono certa che sarł fondamentale per superare l'esame di mercoledi!
grazie!
Naomi Napoli


Da: Gaspare Impastato
Data: Wed, 14 Jan 2004 17:02:03 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Riflessioni sulla recensione de Dalla parte dgli Esclusi di Anna Maria Mori

Spett.le CaffĆEuropa,
Ć la prima volta che visito il Vostro sito e mi sono commosso ed entusiasmato nel leggere tutto quello che avete scritto sul lavoro flessibile e la frantumazione della vita sociale profittando della recensione del libro di Anna Maria Mori.
Non mi vergogno a dire che anche io sono un escluso: non ho mai avuto una lavoro a tempo indeterminato, ho fatto sempre lavori precari, in nero, in azzurro ed in rosa, insomma di qualsiasi colore; ora a 57 anni mi ritrovo a lavorare come facchino in un villaggio turistico come stagionale, ma la mia etł non Ć gradita per cui mi ritroverś con la moltitudine di persone troppo giovani per la pensioni e vecchi per un nuovo lavoro...
Vi faccio i complimenti per la completezza di argomenti e per avermi dato la possibilitł di acculturami sul tema che da sempre ha accompagnato la mia esistenza e cioĆ l'insicurezza del lavoro e quindi della mia economia: sono sposato ed ho tre figli (mia moglie non lavora).

Purtroppo debbo confessarvi che non conoscevo il libro di Anna Maria Mori, di cui mi sono innamorato a prima vista: galeotto fu lo sciopero di Rainews 24 di martedô 13 gennaio c.a. che ha dedicato tutto il palinsesto al "Lavoro in corso" ed Ć proprio durante questa trasmissione, verso le tre di notte, che ho seguito l'intervista ad Anna Maria Mori accompagnata dalla telefonata al Prof. Luciano Gallino sociologo del lavoro all'Universitł di Torino sulla precarietł.
Subito cerco su internet e trovo il Vostro bel sito che non finirś mai di lodare, avrei molte altre cose da dire ma non voglio tediarVi ancora, perś, lasciatemelo dire, Ć abbastanza squallido che un'intervista cosô interessante ed importante venga fatta alle tre di notte profittando dello sciopero, mentre durante gli orari normali e serali mandino in onda sempre lezioni di cucina, giochetti per arricchire e ballerine seminude etc...etc...una scrittrice- giornalista come Annamaria Mori la metterei al posto di Emilio Fede una sera sô ed un'altra sô perchĆ finalmente si parli dei veri problemi che affliggono tutti gli esclusi.


Da: Massimo Negri
Data: Wed, 14 Jan 2004 09:33:40 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Il valore dell' amicizia

Cari amici di CaffĆ Europa,
i mass-media hanno adeguatamente celebrato l'anniversario della scomparsa del regista Federico Fellini avvenuta a Roma il 31 ottobre 1993. In particolare e per quanto attiene allo scopo di questa mia comunicazione, Gaetano Afeltra ha ricordato, a dieci anni di distanza, la visita da lui compiuta all' ospedale "San Giorgio" di Ferrara dove il regista era ricoverato. Ad un certo punto Fellini gli chiese: "Ma tu hai la fede? Tu credi?". Ed Afeltra rispose: "Federico, io ho la religione dell'amicizia. E tu non sai in quanti pregano per te, per la tua guarigione, proprio nel nome di questa fede".

Mi pare che l'episodio descriva bene la forza di un sentimento nobile, antico come l'amicizia. Da un lato, l' incontro concreto, commovente, tra due vecchi amici. Dall'altro lato, la fraterna riconoscenza da molti provata verso l' artista.
Ci si sente meno soli quando si apprezza il lavoro di qualcun altro, anche se non si ha la fortuna di conoscerlo direttamente. E' la stessa ragione per la quale quando scegliamo di leggere un libro, vedere un film o visitare una mostra ci sentiamo, spesso, in buona compagnia. Pure ritrovarsi attorno ad una rivista, a un'associazione o a un partito puś trasmettere un senso di calore e di appartenenza ad una comunitł. Annoto, nel frangente, un pensiero di Massimo Cacciari: "Non sei solo in questo destino. Cos'Ć fare politica, se non dire al tuo prossimo che non Ć solo?".

E l' amicizia, quando c'Ć, supera le barriere generazionali, religiose, etniche e culturali. Ne fornisce un'ottima rappresentazione il recente film di Francois Dupeyron Monsieur Ibrahim e i fiori del corano dove in una Parigi anni '60 si incontrano un ragazzo di origini ebraiche abbandonato a se stesso ed un droghiere turco di fede mussulmana, interpretato in modo assai delicato da Omar Sharif. Il legame tra Ibrahim e il ragazzo diventa paterno-filiale : l' anziano trova nel giovane una ragione per ridare senso alla propria esistenza ed il giovane grazie all' anziano trova la sua strada nella vita.

Condivisa la tesi per cui l'amicizia Ć un dono da coltivare con cura, desidero chiudere questa lettera riportando un ampio passaggio dell'omaggio reso da Claudio Magris all'amico Paolo Bozzi (noto studioso di psicologia e poeta appartato) sulle colonne del Corriere della Sera del 12 ottobre 2003:

"E' giusto che ieri mattina, quando ero confuso, quasi un po' perso per la notizia della morte di Paolo Bozzi, avvenuta poche ore prima nella notte a Bolzano, qualcuno mi abbia fatto le condoglianze, come si fa invece di solito con i parenti.
L' amicizia non Ć un legame meno stretto della parentela e significa, altrettanto o ancor piŁ, vita condivisa, cammino percorso insieme, esperienza comune del mondo che non puś essere recisa senza implicare una reale mutilazione per chi sopravvive.
'Come fosse un pezzo di me', dice una poesia tedesca di Uhland parlando di un uomo che cade, colpito a morte, ai piedi di un amico fraterno.
Questo Ć il sentimento che provo io ora, come l' ho provato per quelle tre o quattro persone il cui congedo, in questi anni, ha amputato la mia esistenza [ ... ]
Con lui ho girato il mondo, in viaggi grandi e minimi, lungo il Danubio o tra una collina e l'altra del Friuli o del Piemonte; lui mi ha insegnato a vedere la realtł, a prestare attenzione non solo alle idee, ma pure alle cose. Senza di lui, come senza Alberto Cavallari, probabilmente non avrei scritto "Danubio" o "Microcosmi". Con Paolo abbiamo percorso insieme tante strade, intellettualmente e materialmente; abbiamo sostato in tante osterie, abbiamo tanto riso, in un legame che comprendeva le altre persone care ed essenziali della nostra vita, persone amate con cui abbiamo scoperto insieme incantevoli radure e costeggiato baratri oscuri, anche ogni tanto cadendovi.

Violinista e autore di premiate composizioni musicali, Paolo Bozzi tirava fuori ogni tanto, tra una frasca e l'altra, il "violinaccio da viaggio" che si portava sempre dietro e si metteva a suonare.
Poche ore fa Ć mancato, come si dice, ma Ć ora che la morte smetta di fare troppo il gradasso, perchĆ ha poco potere sulla presenza di chi continua a esserci vicino, a influire sulla nostra vita, anche se si Ć fermato un po' piŁ indietro a bere un bicchiere in un' osteria, come una di quelle della valle del Natisone in cui, pochi mesi fa, siamo andati beatamente a zonzo insieme".

Cordiali saluti
Massimo Negri - Casalmaggiore (CR)


Da: Orazio Niceforo
Data: Mon, 1 Dec 2003 11:50:33 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Quanto conta il mio voto?

Ho letto l'articolo di Fishkin con vivo interesse. Due brevi note:
1. Il linguaggio è semplice, lineare, comunicativo: speriamo che anche in Italia si cominci a scrivere così, abbandonando le complicate, anche se molto "accademiche", elucubrazioni di molti nostri politologi.
2. La proposta mi sembra interessante sia in sè, come modalità di implementazione del modello partecipativo liberaldemocratico, sia in rapporto allo scenario politico italiano, nel quale potrebbe favorire forme di aggregazione del consenso, su tempi specifici, che vadano al di là delle contrapposizioni tra gli schieramenti politici, spesso schematiche e ancora più spesso ipocrite (esempi: il voto che ha impedito la riduzione dei tempi del divorzio, la legge sulla fecondazione assistita ecc.). Un cordiale saluto, e auguri.
Orazio Niceforo


Da: Diego Retis
Data: Wed, 3 Dec 2003 11:49:55 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: In rotta verso la Babele elettronica

Salve,
ho letto con interesse l'articolo sulla evoluzione dei media provocato dalla pubblicazione del libro La Nuova Babele elettronica che mi fa porre una domanda alla luce della approvazione della legge Gasparri sulla telecomunicazione avvenuta il 2 dicembre.
Il professor Somalvico parla di tecnologie digitali utilizzando la figura del rombo descritto come "una figura che ci disegna due processi di concentrazione, uno in alto, l’altro all’estremo inferiore del processo di produzione, distribuzione e fruizione della programmazione televisiva".
Secondo Voi la nuova legge che concentra su pochi editori potenti e dinamici tutte le risorse mediatiche che vanno dall'editoria alla trasmissione di qualsivoglia segnale non porta anche alla concentrazione dei contenuti destinati a passare al pubblico in minima parte, e quello che filtra è solo quello che più interessa a chi gestisce gli apparati mentre rimangono invisibili altri?
Vi ringrazio dell'attenzione, cordiali saluti
Diego Retis

Da: Raffaele Facciolà
Data: Wed, 26 Nov 2003 19:13:24 -0800
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: L'Europa.

Mi pare che nella costruzione dell'Europa, la mancanza di una direttiva politica e cioe' di una strada che i popoli europei devono percorrere assieme, c'è il "fastidio" molto presente e molto reale della percezione di una sovrapposizione di regolamenti europei che in fin dei conti sono inutili ai, e nei, vari paesi. Credo che se si eliminasse questa sensazione del "rompiscatole" dietro la porta, ora per un motivo ora per l'altro, l'Europa viaggerebbe alla velocità giusta, senza perdersi dietro le virgole, come scherzosamente alcuni oppositori dicono.
Cordiali saluti,
Raffaele Facciolà


Da: Giuseppe Di Mauro
Data: Fri, 5 Dec 2003 14:14:39 +0100
A: caffeeuropa@caffeeuropa.it
Oggetto: Considerazioni inattuali

Troppi gli eventi che si stanno succedendo sullo scenario della storia da
non meritare un’attenzione particolare. Solo se si voglia un po’ affondare
lo sguardo dietro l’affannarsi delle notizie è possibile scorgere un filo
sottile la cui conoscenza potrebbe aiutare non poco alla comprensione del
destino del genere umano. Per far questo, prenderemo le mosse da una visione
della storia che purtroppo esula dalla cultura ufficiale così in voga nelle
accademie di tutto il mondo, dove si preferisce pensare alla stessa come
un susseguirsi di avvenimenti più o meno indipendenti tra loro come fossero
casuali o, secondo certe scuole, dettati da oscure volontà di potenza quando
non da meri interessi pragmatico-economici; mentre, per altri ancora, essa
rappresenta il dipanarsi progressivo di un cammino ascendente verso forme
di vite sempre più sviluppate e perfette.

Non vogliamo in questa sede dimostrare l’inconsistenza di tali posizioni, basterebbe uno sguardo appena disinteressato alla realtà , quanto invece dedicarci al senso nascosto, e palese a un tempo, dei fatti, essi stessi espressione formale di un progetto
provvidenziale la cui origine e il cui fine trascendono ogni esperienza/esistenza umana.

Abbiamo tempo fa’ fatto notare, durante la guerra in Iraq, una singolare
coincidenza: le truppe anglo-americane che dirigevano l’attacco hanno preso
come loro obiettivo strategico la terra di Ur, senza risparmiarsi nel conflitto
a fuoco. Sarebbe questo un fatto di cronaca come tanti altri, se non fosse
per la valenza simbolica che assume questa terra in ben altro contesto: la terra di Ur, infatti, secondo l’antica tradizione biblica, è la terra dove visse Abramo, padre della fede, da cui discendono le tre religioni, dette perciò anche ‘abramiche’, ebraica, cristiana e musulmana. Questo deve subito indurre ad una precisa constatazione: perché il conflitto si è svolto proprio su questo territorio? Non può forse essere quella irachena una guerra, certo più velata, contro le tre religioni, in luogo di una guerra tra
religioni o di pretese conquiste economiche?

Perché, se si riflette un attimo, le bombe che cadono come pioggia incandescente sui luoghi ove è nata la fede di tre popoli possono proprio rivelarsi immagine di serie minacce a ciò che più fonda una nazione e, ancor più, l’identità di interi popoli, ovvero il proprio credo ortodosso. Minacce che non sono certo da rintracciarsi esclusivamente tra gli eventi bellici, ma che possono invece provenire da ambienti
culturali, politici o economici, miranti a destabilizzare le basi dall’interno. E i
fatti stanno tutti lì a dare conferma a quanto or ora accennato.

Basti pensare al discredito che gettano sulla religione islamica quei furiosi kamikaze
che spacciano le loro presunte missioni come adempimento di una guerra santa
contro il ‘Grande Satana’. Agli occhi miopi delle menti d’occidente non può che apparire facilmente l’impressione di una religione rigida, aggressiva e autoritaristica. Se poi aggiungiamo le campagne che sono iniziate dalle nostre parti per abolire delle usanze antiche presso le popolazioni islamiche come fossero anacronistiche e ‘anti-democratiche’, ecco che il gioco di oscurare il messaggio divino è fatto.

Non può che balzare innanzi l’ultimo tragico attentato alle sinagoghe ebraiche in un quartiere di Istanbul: senza voler qui considerare l’importanza storica di quella che era la grande Costantinopoli, e che conferirebbe maggior spessore alle considerazioni esposte, ci basti sottolineare la deplorevole scelta da parte degli attentatori del giorno
del sabato, giorno santo per gli ebrei, esattamente come per noi cristiani è, o dovrebbe quantomeno essere, la domenica. Che non ci sia anche qui, camuffato dietro un simbolo, un attacco diretto contro il cuore della liturgia?

Il consumismo profanante, per certi aspetti, sembra proprio comprovare tale tesi: ogni festa pare sia diventata occasione tanto di compere quanto di lauti guadagni. Per non parlare di tutte le manomissioni e gli stravolgimenti che in ambito cattolico stanno riducendo la santa liturgia a qualcosa che la rende più simile a un luogo di incontro sociale o ad un concerto rock, piuttosto che ad un autentico e vivo partecipare al mistero di un Dio che si fa carne, rivelandosi all’uomo e redimendo l’universo intero.

Ancora un’altra osservazione: riportando la memoria ai discorsi dei
presidenti di Iraq e Stati Uniti in occasione della guerra, si ricorderà l’invocazione
reciproca fatta da entrambe le parti a Dio come mandante e protettore delle
truppe. Inutile domandarsi a quale Dio abbiano fatto riferimento i due presidenti, e
i frutti amari di questa guerra sono lungi dall’esser stati già raccolti.

Deve da ciò apparire chiara una cosa: non esiste un nemico chiaramente
identificabile e da combattere, per quanto possa assumere le sembianze di dittatore o di crudele tiranno. Non è questione di andare a cercare errori in un
fantomatico ‘sistema’, o discutere se gli Stati Uniti avessero fatto volentieri a meno
di attaccare il regime iracheno. Lasciamo a certi giornalisti il compito
di riempire le testate dei giornali con le loro chiacchiere. Di contro,
preferiamo constatare come, sia che si parli di destra, sia che si parli
di sinistra, sia che ci si schieri da parte americana o sia che si
sostengano le ragioni irachene, una soltanto sembra la causa profonda di tanto male:
il dilagare di una cultura della morte che non sta risparmiando alcun
popolo, né coscienza alcuna. Cultura il cui virus serpeggia già da sette secoli
per tutto l’occidente, ben dissimulato da maschere di potere sempre nuove
e sempre vecchie.

Sarebbe interessante interrogarsi sul perché proprio i secoli successivi alla rivoluzione francese siano stati i più sanguinari e violenti di tutta la storia, alla faccia di ogni bandiera di progresso e fratellanza; sul perché si siano scelti nomi come ‘Riforma’, ‘Umanesimo’, ‘Rinascimento’, ‘Illuminismo’ o ‘Risorgimento’ che si sono quasi sempre capovolti nel loro contrario. Diciamo ‘quasi’ perché non rientra nelle nostre intenzioni giudicare in modo unilaterale la storia; riconosciamo, al
contrario, la necessità di certi cambiamenti epocali per il cui ultimo significato
ci rimettiamo nelle mani di Colui che sa meglio di qualunque uomo.

Detto ciò, resta ancora da chiedersi quanto efficaci siano le risposte che
si tenta dare al processo descritto, quando non si limitino a mere e sterili
proteste. Il rischio è infatti quello di ostentare proposte che in un modo
o in un altro non fanno che riportare dentro la perversa spirale della
cultura della morte. Ponendo i propri valori su delle basi esclusivamente
sentimentali o, peggio, istintive, quali appaiono i valori propagandati da certi
movimenti di liberazione, di emancipazione, di libertà, in faccia ad ogni senso del
pudore, se ancora esiste, e ad ogni legge di diritto naturale, si pone
la seria possibilità di scambiare il male con il bene e di farne addirittura
una bandiera. Quanti pacifisti marciano per le strade delle nostre città,
gli stessi pronti a favorire ogni legge di promozione dell’aborto o
dell’eutanasia in nome di una presunta libertà dell’essere umano?

Neppure i progressi della genetica sono riusciti a farli desistere dai loro intenti: già nella prima cellula fecondata dell’embrione, cova silenziosa la catena del Dna da cui
dovranno in seguito realizzarsi tutte le potenzialità proprie della creatura.
Una grande donna, di recente proclamata beata, ha dato la propria vita per gli ultimi del mondo. Tra questi ultimi vi erano i milioni di feti che ogni anno vengono trucidati da strutture ospedaliere legalizzate. Peccato che nell’esaltare l’umanità di questa umile serva, i media abbiano omesso l’ammonimento che ella volgeva all’occidente intero: “Se una madre può uccidere il suo stesso figlio nel suo grembo, distruggere la carne della sua carne, vita della sua vita e frutto del suo amore, perché ci sorprendiamo della violenza e del terrorismo che si sparge intorno a noi?
L’aborto è il più grande nemico della pace, perché se una madre può uccidere il figlio, ciò significa che gli esseri umani hanno perso totalmente il rispetto per la vita e più facilmente possono uccidersi a vicenda”.

Ecco perché occorre molta circospezione e vigilanza: facile è cadere nella trappola di fare il gioco dell’avversario.
Non si pensi, alla luce di queste considerazioni che potranno persino apparire inattuali, che si nutre da parte di chi scrive un atteggiamento pessimistico nei confronti del mondo. È vero semmai il contrario. La speranza non è mai venuta meno e tanti sono i segni, per chi voglia davvero cercare e vivere la Verità, che ci fanno presagire l’avvento di grandi avvenimenti, volti a portare a compimento le nozze così attese tra la Sposa pellegrina per il mondo e lo Sposo celeste.

Il sigillo è costituito dalla croce, croce che significa sofferenza, croce che è al contempo gloria luminosa. Per il momento, preferiamo contemplare tale luce in coloro che anticipano le nozze già su questa terra, attraverso la testimonianza delle loro opere e della loro stessa vita: sono i santi, i profeti, i poveri, gli ultimi, i semplici,
i piccoli e i martiri di ogni latitudine e di ogni longitudine, che dissetano in parte la nostra sete di amore e conoscenza, donandoci un modello al quale, con fatica, tentiamo di conformare le nostre sante vite.
Giuseppe Di Mauro