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Una saracinesca tra tv e politica

Giancarlo Bosetti

 


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Giancarlo BosettiE' ormai un mito nel mondo il duopolio televisivo italiano: da una parte il capo dell’opposizione con le sue reti e i suoi spot, dall’altra la schiera di partiti e partitini dietro la Rai, ciascuno con le briglie sul segmento che considera suo. Questa fantastica invenzione si sposa benissimo con vongole, caciotte, bagarini, magliari e tutto il repertorio folk di un’immagine di Italia che viene da lontano. Il sistema televisivo è una espressione insigne del nostro ritardo, della nostra incapacita’ di sbarcare nel "mondo nuovo". Metafora che piace a Giuliano Amato il quale ricorda che Cristoforo Colombo quando approdo’ non sapeva che cosa fossero quelle Indie. "A noi invece ce l’hanno detto che cosa c’è di la’". Basta guardarsi in giro. Dunque non è che non sappiamo quel che ci vuole per sconfiggere l’inefficienza della pubblica amministrazione, la scarsa competitivita’ delle nostre industrie, il basso tasso di occupazione, una formazione che non entra in sintonia con le necessita’ di oggi, l’incapacita’ di usare le nuove tecnologie. Lo sappiamo ma non riusciamo a levare le ancore. Cosi’ come sappiamo che la sfilata di dodici politici in tutti i telegiornali non va bene, eppure sembra il Dna della Rai, l’essenza e la missione suprema del servizio pubblico tv. Queste cose si tengono insieme, come palle di piombo intorno ai piedi di un forzato.

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La Fondazione Italiani-Europei, che Amato dirige con Alfredo Reichlin ha voluto che di questo si discutesse, concentrando il tiro sui modi per rimuovere il ritardo. E son venute fuori tre cose da fare: una riguarda la Rai, una riguarda Berlusconi, una riguarda il sistema Italia.

Quella che riguarda la Rai si chiama "fondazione", ma si spiega ancora meglio se si parla di un "diaframma", di una camera di raffreddamento, di una struttura di compensazione, da mettere tra Parlamento, partiti, governo da una parte, e l’ente televisivo pubblico dall’altra. La proposta Amato-Reichlin, coniata sul modello delle fondazioni istituite per la privatizzazione delle banche, ha anche una certa urgenza dal momento che il vecchio proprietario della Rai, l’Iri, si sta estinguendo. Questo particolare soggetto radiotelevisivo, che deve adempiere a un servizio pubblico, ha bisogno di liberarsi della ingessatura statalista, svincolarsi dalla pressione dei partiti e mettersi in condizione di fare business globali. Se la nomina del consiglio di amministrazione della holding Rai, attualmente nelle mani dei presidenti delle Camere, venisse spostata dal Parlamento a una apposita struttura (la fondazione-diaframma), la scelta dei consiglieri di amministrazione e del presidente sarebbe piu’ difficile da influenzare da parte delle segreterie dei partiti. A quel punto rimane da decidere chi nomina la fondazione: ancora il Parlamento come suggerisce Amato o un organismo che sia formato su basi di rappresentativita’ "sociale e culturale" come suggerisce Walter Veltroni, il quale comunque, pur insistendo prima di tutto sul conflitto di interesse di Berlusconi, aderisce pienamente all’idea della fondazione e propone di "tirare giu’ una saracinesca tra sistema politico e industria televisiva" anche allungando la durata del Consiglio di amministrazione Rai da due a quattro anni e chiedendo all’authority una vigilanza piu’ severa. Principi e idee che non sono una scoperta dell’ultimo momento, ma finalmente escono dai cenacoli di piccole pattuglie di avanguardia e vanno sotto i riflettori.

Quanto a Berlusconi, il segretario dei Ds lo considera, con il suo doppio ruolo, un impaccio per il sistema politico, dal punto di vista liberale, ma anche un ostacolo sul cammino della modernizzazione del sistema delle telecomunicazioni, sia nel settore televisivo che nella telefonia. Veltroni teme che qui ci sia una fonte di inquinamento del dibattito sulle riforme istituzionali ma anche della competitivita’ internazionale della nostra industria televisiva. Il che vuol dire in ultima analisi una minore liberta’ di scelta per gli utenti. C’è materia di lavoro per il Parlamento.

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E quanto infine al sistema economico-sociale italiano, scosso su un altro versante dal dibattito sulle pensioni, la Fondazione Italiani-Europei compie un sforzo per aprire l’agenda politica al problema cruciale: la difficolta’ organica del nostro paese non semplicemente a entrare in un nuovo settore tecnologico, ma ad entrare "in una nuova economia" (Reichlin), a cogliere tutte le possibilita’ che la societa’ dell’informazione offre allo sviluppo e al lavoro (Nicola Rossi). Sono un ostacolo a questo ingresso non solo i due macigni dell’oligopolio televisivo ma anche "gli ex-monopoli sonnacchiosi", come Telecom, che ancora non sono stati capaci di confezionare una proposta per consentire accessi gratuiti e facilitati a Internet e tariffe telefoniche che non soffochino la minoranza coraggiosa che si sta avventurando nel mondo dell’innovazione digitale. La concorrenza fa gia’ intravedere i benefici in arrivo, ma anche lo stato deve trainare l’innovazione. Da sola non viene. Finalmente si affacciano programmi, di pertinenza del governo, che parlano di rinnovo delle basi materiali su cui una economia informatizzata possa muovere i suoi primi passi. Rottamare i registratori di cassa con incentivi o dotare gli studenti di computer: ci sono indicazioni promettenti. Ma non basteranno senza un gigantesco sforzo per la formazione degli italiani. Si fa presto a rottamare le auto, tutti le sanno guidare perche’ hanno imparato alla scuola guida del quartiere. Una analoga scuola guida, per entrare nel mondo digitale, ancora non c’è. E' da fare.

 

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