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Generazione Dink



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Dink è uno dei milioni di acronimi con i quali gruppi di esseri umani sono stati catalogati da sociologi e mass media, e sta per "double income no kids", ovvero "doppio reddito niente bambini". A dire il vero, i Dink non sono una vera e propria generazione, anche se la maggior parte di loro viaggiano fra i trenta e i quarant'anni, e comunque hanno fatto in quel periodo la loro particolare scelta di vita. Più che l'età, li accomuna una predisposizione mentale, un "territorio valoriale", come l'ha definito il sociologo Francesco Morace.

"Sono i figli dell'incertezza, e di questo valore-non-valore hanno fatto il loro punto di forza". A sintetizzarli così (e anche a definirli "la proiezione umana di Internet") è Fiammetta Bonazzi, giornalista 34enne che ai Dink ha dedicato un intero saggio, Dink appunto (Castelvecchi, pagg. 282, L.24000). Procedendo con metodo, l'autrice ha collegato fra loro molti dati che provenivano dalle fonti più disparate, per trovare il filo rosso che collega migliaia di individui appartenenti a un fenomeno trasversale, in cui ognuno crede di fare storia a sé (è proprio del Dink considerarsi un unicum, anche se dotato di gusti condivisi: "Per i Dink, finire dentro una generazione significherebbe de-generare", scrive Bonazzi. "E alla fine morire").

Bonazzi si spinge ancora più in là, arrivando a ipotizzare (e argomentando la sua ipotesi, dati alla mano) che "attraverso i messaggi del marketing si stia intervenendo in maniera molto profonda sul Dna sociale", al fine di creare, o quantomeno di nutrire, un target commerciale particolarmente appetibile, perché economicamente solvibile e ben disposto all'acquisto, e perché relativamente prevedibile non tanto nella scelta dei prodotti, ma nella scelta della valenza che questi prodotti devono avere.

Ecco allora l'identikit dei Dink - quelli che Willy Pasini ha definito "neoegoisti"- tratto dal saggio di Fiammetta Bonazzi: "sono i trentenni e quarantenni, talvolta anche i cinquantenni che... contribuiscono a rimpolpare lo squadrone di 567 mila coppie che al 1998, secondo l'ISTAT, non avevano mai procreato". "Sono trasversali, trasformisti, individualisti, a-morali, veloci". "Tendono a vivere nel presente, quasi 'alla giornata', frequentando un gruppo ristretto di amici, ugualmente 'disimpegnati'".

"Il Dink, per definizione, preferisce godere più che avere. E per reazione all'estetica dell'accumulazione e del possesso sempiterno (o quasi), che invece distingue il parvenu anni Ottanta, ha sposato una nuova moda: quella dell'affitto o noleggio". Anche per quanto riguarda la religione, il Dink segue il principio del believing, not belonging, cioè del credere senza appartenere. Vive "glocal (neologismo che nasce dalla crasi tra 'globale' e 'locale'): essenziale è saper mantenere in equilibrio suggestioni internazionali e realtà particolari, globalizzazione e localismo". E' ossessionato dal cibo "legato all'attività filologica di ricerca della stranezza alimentare".

Quello dei Dink è "un universo (...) all'interno del quale, come costanti, affiorano il senso del disimpegno, la curiosità, l'attitudine ludica e trasformista, il piacere dello stylesurfing, la passione per il nomadismo (fisico e mentale), la propensione al consumo e il rifiuto di rimanere fermi in un (unico) mood."

Se i Dink hanno a loro carico "l'accusa del rifiuto di crescere, dell'abbandono dei ruoli 'sicuri', della dipendenza a lungo termine dalla famiglia di origine, dell'alta, probabilmente eccessiva e condizionante, propensione al consumo"; dall'altra giocano a loro favore "la fantasia, l'anticonformismo, la tolleranza, l'estrema flessibilità, la curiosità, la padronanza assoluta del tempo".

Fiammetta Bonazzi non è una Dink, nonostante ne abbia l'età e ne condivida alcune sensibilità, e un certo dink concept di vita. "Ma l'esito finale, cioè il fatto di non metter su famiglia, spero proprio di evitarlo. Di autobiografico nel mio saggio non c'è quasi niente, era un tema nel quale mi sono ritrovata immersa e che mi interessava perché aveva una declinazione trasversale. Sono molto attratta da tutti i fenomeni che hanno ricadute in campi diversi, dal modo di parlare (che, nel caso dei Dink, diventa un "Pongo di segni e di significati") alla moda, al modo di nutrirsi e di viaggiare.

"Ho cercato un filo rosso fra cose che potevano sembrare apparentemente molto distanti. Ciò che più mi incuriosiva era la tendenza a parlare del fenomeno, a riconoscerne l'esistenza, a riscontrarlo fra le persone che ci sono vicine, senza però riunire in una visione complessiva le modalità e le cause di uno stile di vita così particolare".

Abbiamo chiesto a Fiammetta Bonazzi di commentare il contenuto del suo saggio, inframmezzando la sua conversazione con alcui passi tratti da Dink.

"Le motivazioni a monte della scelta di condurre un'esistenza Dink possono essere le più varie: si va dall'egoismo fino al rinvio della genitorialità, che è un'opportunità tenuta molto calda dai mass media, i quali ci convincono che si possono fare figli a 45-50 anni. La tendenza allora è quella di aspettare, tanto ci sarà sempre una provetta che ci viene in aiuto, una pillola che ci salva.

"La tesi che sostengo nel libro è che la società dei consumi, da almeno una trentina d'anni, ci bombarda con priorità ad alto margine di profitto legate all'apparire più che all'essere: quindi cura del corpo, appagamento dei desideri attraverso i viaggi, il cibo, la moda. Per contro è stato messo nell'angolo tutto ciò che era legato all'immagine tradizionale della famiglia e che implicava guardare al futuro valutando anche il proprio tempo: perché un bimbo misura la tua vita, ti dà il senso del tempo che passa."

I figli vengono percepiti solo come sottrazione, senza considerare quello che danno in cambio ai genitori.

Ovvero il loro valore aggiunto, per restare in termini di marketing. Le coppie Dink hanno molto ben presente il valore del tempo e investono molto denaro per viverlo al meglio. In quest'ottica, il bambino è visto automaticamente come qualcosa che riduce lo spazio di libertà temporale ed è percepito in senso quantitativo e non qualitativo .Invece un figlio ti dà da una parte la possibilità di tornare indietro, quindi di recuperare la tua fase temporale legata all'infanzia, dall'altra di vivere cose nuove in modo totalmente inedito. Ma a questa duplice valenza non si pensa mai.

In tutti questi modelli di coppia esiste una costante: che non è tanto e non è solo l'assenza concreta di un figlio (...) quanto piuttosto la mancanza di progettualità capace di spostare la coppia da una visione a due ad una prospettiva allargata, a tre e più.

Spesso i Dink dipendono ancora finanziariamente dalla famiglia di origine, perché svolgono lavori flessibili che oggi ci sono domani no, e quello che guadagnano non viene investito su un progetto di famiglia, un po' perché in effetti non ce ne sono le condizioni, un po' perché tutto sommato a loro sta bene galleggiare in una sorta di eterno presente senza porsi tappe, nemmeno a media scadenza: questo dà loro un'ebbrezza di libertà, il miraggio dell'eterna giovinezza e dell'infinita possibilità.

I Dink continuano a porsi davanti dei nuovi domani, o meglio delle nuove idee di domani. Per questo li ho soprannominati 'proiezione umana di Internet', perché Internet è un'enorme entità che ingloba tutto il tempo trascorso fino ad ora, è una miniera di dati relativi a quello che siamo stati, però ha anche un cotè di sbilanciamento forte verso un futuro dove le barriere temporali non esistono più, dove tutto è continuamente in progress. Lo stile di vita dei Dink ha un'estrema affinità con la Rete, dove tutto è riproducibile, tutto è linkabile, tutto continua a superarsi senza un minimo di orizzonte davanti.

E' veramente la strada dell'eterno domani, che corre dritta dritta ma non si sa dove vada. Lungo questa strada puoi fare incontri, ti possono venire idee, puoi guardare a destra e a sinistra, che è una libertà che i nostri genitori non avevano: loro, più che un'autostrada senza orizzonte, si trovavano davanti un sentierino di campagna. Ma non so se la sorte della nostra generazione sia migliore della loro.

Più che una questione di egoismo, si tratta di egocentrismo: "I partner della coppia contemporanea vivono il timore di non riuscire a sdoppiarsi, di non riuscire a essere contemporaneamente amanti, genitori e professionisti", rivela Donatella De Marinis, psicologa e psicoterapeuta esperta in terapia della famiglia dello Studio Metafora di Milano.

E' un comportamento dissociato: da una parte i Dink sono disponibili a cambiare maschere e travestimenti, dall'altra sulle cose importanti che potrebbero implicare un vero cambiamento di vita non sono disposti ad assumersi ruoli determinati. A volte si tratta di scuse o pretesti per non assumersi responsabilità, altre volte sono le stesse famiglie di origine che, avendo fatto a loro tempo la scelta di sposarsi presto e fare figli subito, adesso consigliano ai loro figli di aspettare, di godersi la vita. Di non perdere nessuna opportunità.

Così noi abbiamo l'assillo di trovare dietro l'angolo una cosa migliore, è come se stessimo sempre lì con una valigia pronta, senza vincoli, pronti ad andare in cerca della cosa che ci può soddisfare di più. La scelta di non fare figli dei Dink è molto legata a questa ansia esistenziale.

L'ansia del non ripercorrere strade già percorse è un'altra caratteristica distintiva dei Dink.

Forse i nostri genitori - parlo da 34enne - ci hanno trasmesso uno schema familiare un po' chiuso, dove la fede al dito significava entrare in un certo ruolo, avere determinati obblighi e responsabilità. E il mettere su famiglia era un punto di non ritorno. Non hanno messo l'accento su quello che una famiglia non ti toglie.

L'incapacità di passare il ruolo genitoriale alle nuove generazioni è una vera carenza nel percorso educativo. D'altra parte viviamo in una società che l'immagine genitoriale proprio non ce la dà. C'è la crisi della figura paterna degli ultimi trent'anni e parallelamente quella della figura materna, che diventa sempre più multiruolo: le donne ormai lavorano tutte e si ritrovano a dover fare da madri anche del partner, una figura di maschio bambino, più che di potenziale padre.

Il Dink affitta di tutto, non solo case e automobili: paradossalmente può affittare anche un figlio, rentable per qualche ora. (...) Perché infinite sono le possibilità di accesso all'esperienza. Di qualunque tipo essa sia.

Sono assaggi di realtà. Ed è proprio per via di quest'ansia della stabilità: bisogna essere completamente liberi e svincolati per cui ogni canale per fuggire è buono - purché ti dia anche la possibilità del ritorno. E' veramente una sindrome al limite dell'ansiogeno: pochi punti fermi, tante scappatoie che ovviamente non possono coesistere con l'idea di un figlio, anche perché un figlio ha le sue esigenze, è una vita parallela della quale sei responsabile.

Il punto fermo allora può diventare la persona che ti sta accanto, perché tutto il comportamento schizofrenico che caratterizza la vita Dink trova una sorta di contraltare di solidità nella scelta di un partner che diventa stabile e fisso proprio perché condivide la tua scelta di vita.


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