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Una legge tanto attesa



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La tredicesima legislatura (1996/2001) lascia una scuola profondamente mutata. Le leggi che disciplinano il riordino dei cicli, la parità, l'autonomia, l'obbligo formativo, l'elevamento dell'obbligo scolastico, il nuovo esame di Stato, l'istruzione e formazione tecnica superiore e l'educazione degli adulti hanno ridefinito la posizione della scuola nella società. E' stato un processo tormentato, non lineare: un mosaico che si è composto tessera dopo tessera. Talvolta il movimento riformatore ha dato l'impressione di procedere percorrendo vecchi sentieri. Quando venne cambiato l'esame di maturità nel 1997, molti osservatori criticarono che si iniziasse a costruire il nuovo edificio dal tetto. Reazioni analoghe suscitò l'elevamento dell'obbligo scolastico di un anno in un sistema di cicli immutato.

Le vicende politiche del Centrosinistra hanno pesato non poco nello sviluppo dei provvedimenti legislativi riguardanti la scuola. Non a caso la riforma accelera e acquista coerenza a partire dal 1999. Al termine del percorso, ancora non del tutto compiuto, la scuola è cambiata. Si è ricollocata in una società dove la ricchezza è data dai beni della conoscenza e dell'informazione e il processo economico e sociale esige la possibilità e disponibilità ad apprendere per tutta la vita. Di questo e altro, con un occhio all'attualità politica, abbiamo conversato con il ministro della pubblica istruzione, Tullio De Mauro, docente di Filosofia del Linguaggio all'Università La Sapienza, insigne linguista, che cortesemente ci ha ricevuti nel suo studio al Ministero di Viale Trastevere.



Professore, la riforma della scuola è finalmente legge dello Stato. Perché si è dovuto attendere così a lungo?

E' negli anni ‘50 che comincia a manifestarsi una notevole spinta all’istruzione. Tuttavia il ceto dirigente per la prima parte del decennio non capisce niente di quello che sta succedendo. Se si va vedere ci si accorge che c¹è un aumento nelle iscrizioni e c’è una spinta a proseguire gli studi oltre la licenza elementare. La risposta iniziale a questo è "torpida e torbida" e viene da tutti i versanti compreso il Partito Comunista dell¹epoca. Se si pensa che intellettuali di rango, per esempio Concetto Marchesi, scendono in campo per protestare contro l’idea che tutti possano e debbano proseguire oltre la licenza elementare ...


Con quale motivazione?

L'idea era questa: "a che serve avere tutti dottori?" E guardi che questo concetto si ritroverà più in là ad altri livelli. In realtà non si chiedeva che fossero tutti dottori, ma che arrivassero, come la costituzione aveva detto nel ‘48, a 8 anni completi di istruzione scolastica. Il primo scossone a questo stato di cose si ha nel 1955 quando escono i risultati del censimento del ‘51. Ci si accorge che il 59,8% della popolazione adulta di oltre quattordici anni non ha la licenza elementare. E' un dato che ogni tanti tiro fuori e tutti mi guardano stupiti. Quel censimento provoca una scossa, la prima vera scossa del ceto dirigente italiano, da destra a sinistra. Il Mondo e Gli amici del Mondo organizzano un convegno sulla scuola "secondo la costituzione", cioè la scuola della durata di 8 anni. E c’è un’importante relazione di Mario Alicata al comitato centrale del PCI contro la tesi malthusiana dell’intellettualità comunista.
Il PCI era uno dei pochi partiti, forse l’unico, in cui si discuteva veramente. In quell'occasione si spiega che la politica culturale non si fa agganciando violinisti e ballerine o giornalisti di grido o pittori di chiara fama, ma si fa attraverso la scuola. Si delinea l’impegno a favore della creazione di una scuola media dell’obbligo unificato che onori la costituzione.


Come mai non si delinea allora l’idea di una scuola media unificata alle elementari?

Perché la proposta scatena una battaglia che dura sette anni, un tempo che per allora era lungo, e che per così dire esaurisce tutte le energie. L¹idea era che, una volta riformata la scuola media, si sarebbe poi riformata la scuola superiore. Nel 1962 viene varata la riforma della scuola media, si convincono anche i cattolici, un ruolo importante lo hanno la Confindustria e le grandi imprese industriali che capiscono nel corso degli anni ‘50 quel che la gente aveva già capito, la gente con due “g”, disprezzata: licenza elementare per tutti, cosa che allora non c’era (metà dei ragazzini abbandonavano prima della licenza elementare) e scuola media. Che questa fosse un’esigenza matura nelle cose della società italiana, risulta dal fatto che un grande ministro della pubblica istruzione, razzista per convenienza, ma persona molto capace come Giuseppe Bottai, nel 1939-40 aveva varato la carta della scuola che prevedeva la scuola media unica e che venne distrutta come creatura fascista. Negli anni della resistenza e della liberazione si ritorna alle due scuole separate. Ma l’idea di chi guardava avanti era che il Paese avesse bisogno di una base di 8 anni almeno d¹istruzione unificata, comune e gratuita per tutti. In sostanza oggi si riprende il progetto di Bottai.

E oggi?

Le condizioni sono quelle che Romano Prodi riassunse quando non era ancora presidente del consiglio, in un dibattito ad un’assemblea di imprenditori agricoli emiliani: “potete essere ignoranti e ricchi per una generazione, ma non per due”. Gli otto anni di scuola non sono ancora una realtà per tutti, c’è un 5% medio nazionale - questi sono dati segreti, stanno negli annuari ISTAT, però nessuno li mette in giro - che non completa il ciclo. Fino al 1992-1993 era l¹8%, e c’è stato in questi anni uno sforzo enorme. Però non siamo ancora al 100%.

Dagli anni ‘80 si è determinata una spinta alla prosecuzione: un po’ alla volta, lo si vede nell¹andamento statistico, tutti i licenziati di scuola media, prima al 60, poi al 80 e poi al 90, poi al 95%, si iscrivono al primo anno delle superiori. Molti durano un anno e poi abbandonano. La richiesta di istruzione superiore è ancora una volta una richiesta popolare che i gruppi dirigenti impiegano 10-15 anni per digerire e cominciare a capire.

Del resto c'è stato bisogno di aspettare la fine degli anni ‘60 perché cominciassero a circolare documenti e richieste per l¹unificazione del ciclo di base, con molte perplessità. A mia conoscenza, prima dell’inizio degli anni ‘80 non ci sono proposte formali, sia pure di studiosi o di insegnanti o di associazione di insegnanti per l’unificazione del ciclo di base. Si comincia da allora con riferimento ai parametri e alle esperienze europee che prevedono un ciclo lungo di base.

Che la cosa funzionasse, si capisce dal fatto che nel Governo Berlusconi l’allora ministro della pubblica istruzione D’Onofrio fa un piccolo decreto per fronteggiare situazioni di emergenza in luoghi con dove c’era una contrazione demografica ed era opportuno immaginare degli istituti comprensivi che accorpassero scuola dell¹infanzia - o, come si diceva, scuola materna, scuola elementare e media. Si verifica così una sorta di esplosione: due terzi delle esistenti scuole elementari e medie chiedono di confluire - e confluiscono - in istituti comprensivi.

Quando, nell’autunno del 2000 sul Corriere della Sera escono articoli di Angelo Panebianco e di Enzo Biagi che dicono: “Ah, la mia scuola, che succederà quando metteranno insieme elementari e media!”, entrambi ignorano che esistono già 3.500 istituti comprensivi, che su 10.000 scuole sono tanti, e che hanno realizzato da alcuni anni esattamente la fusione di scuola dell¹infanzia, elementari e medie. Con successo, come sappiamo dai monitoraggi del Ministero. O comunque senza spargimento di sangue. Maestri e professori imparano a convivere e a progettare unitariamente e i ragazzini stanno benissimo.

C¹era un esigenza dal punto di vista del confronto internazionale, del ragionamento educativo sulla necessità, almeno sull’opportunità, di progettare unitariamente tutta la formazione di base. Dal punto di vista della risposta popolare poi era un'esigenza stramatura, che si incanala inaspettatamente, come succede spesso nel nostro Paese, per questa via. D’Onofrio poveretto si sente in difficoltà quando gli ricordo queste cose ed esclama: “Ma io volevo fare un’altra cosa!”. E’ vero, ma anche la
televisione voleva fare un’altra cosa, nel 1955 nessuno pensava che avrebbe causato l’apprendimento della lingua italiana, che avrebbe stimolato l’uso del sapone, il miglioramento dell’igiene familiare e femminile, l’emancipazione delle donne, la riduzione delle nascite. Adesso piangiamo: la televisione non basta più ad insegnarci che qualche figlio bisogna farlo, però ci insegnò a non fare 13 figli per ogni donna! Anche questo era preterintenzionale, l’avessero saputo non avremmo avuto le trasmissioni televisive in Italia.


Cambia qualcosa nel numero di anni di obbligo scolastico?

La riforma prevede 7 anni di scuola di base e 2 anni di scuola obbligatoria nel quinquennio superiore, perciò 9 anni erano e 9 anni restano.


Quali sono le parole chiave della nuova scuola?

Il primo imperativo è: portare tutti in modo misurato all¹obbligo formativo a 18 anni. Il secondo è: raggiungere questo obiettivo in modo realistico, sapendo esattamente cosa stanno imparando gli studenti. Dalle indagini comparative internazionali sappiamo per esempio che il 20-25% dei ragazzi e delle ragazze rischia di uscire dalla scuola media con difficoltà di scrittura e di lettura. Prima della riforma della maturità in esame di Stato, con delle serie garanzie che mancavano dagli anni ‘60, e prima che la riforma possa rioperare sui i ritmi e i modi e i livelli effettivi di apprendimento nella vecchia media del ciclo secondario, ci vorrà qualche anno ancora: il 50% dei ragazzi usciva con cognizioni storiche, matematiche e linguistiche molto mediocri, prendendo poi buoni voti alla maturità.

Perno della riforma è la formazione di un sistema nazionale di valutazione che affianchi l'opera quotidiana di interrogazione, di emissione di giudizi, che ci dica man mano per ciascuna regione, istituto, classe e singolo ragazzo che cosa è stato imparato in capo ad ogni anno di studi. Questo permetterà di capire che ritorni ci sono nell¹investimento in Scuola. E ci permetterà anche di capire come intervenire. Già ora sappiamo molte cose: dopo due anni di lavoro dell¹Istituto Nazionale della Valutazione cominciamo ad avere le idee abbastanza chiare su come sta funzionando il sistema scolastico italiano.

Questo va molto meglio di quanto si creda, però con disparità molto forti. Tutti i dati che abbiamo sono quelli di una scuola molto reattiva e capace di grandi prestazioni di livello internazionale nella metà superiore, e invece con cadute al di sotto della media nella metà inferiore. Queste due metà non seguono lo spartiacque dei comparti territoriali, anche se certo c'è una maggiore concentrazione delle macchie alte al Centro al Nord e minore nel Sud. Però nel Nord come nel Sud si denunciano fenomeni di contrasto stridente a pochi chilometri di distanza, tra un istituto tecnico oppure un liceo che si presenta con risultati di livello europeo ad un altro che si presenta con risultati catastrofici.

Allora il problema che una società pensante e pensosa dovrebbe avere è quello di ridurre con politiche molto mirate queste divaricazioni. Ma siamo lontani ... le imbecillità e dalle controimbecillità sul buono scuola credo che ci distrarranno per molti anni dal pensare a cosa fare seriamente. Il progetto di riforma fa corpo con la volontà di informare sistematicamente tutti sul reale andamento degli apprendimenti.

L'autonomia delle istituzioni scolastiche cambierà il "fare scuola" degli insegnanti e l'apprendimento dei ragazzi?

L'autonomia dice alle scuole: "tu ti costruisci il tuo curricolo a partire da alcune indicazioni standard che vengono distribuite nazionalmente. Partendo da queste indicazioni, guardando che ragazzi e ragazze hai nella pancia e che risorse hai a disposizione, costruisci un curricolo che ti consenta di far raggiungere a tutte e a tutti gli obiettivi previsti, senza 7 in condotta, senza bocciature. Non esiste più un curricolo nazionale, per realizzare il tuo curricolo tu scuola devi insegnare almeno queste materie - italiano, matematica - e poi amministri localmente un 20 che può diventare un 25%, anche per rafforzare le materie obbligatorie: matematica se a quei ragazzi serve più matematica, italiano se serve più italiano. Quindi al Parini di Milano o al Giulio Cesare di Roma forse l'italiano si potrà farlo solo nelle ore che fanno parte della quota nazionale, mentre all'istituto professionale di Ponticelli a Napoli oppure anche in un istituto analogo del Friuli Venezia Giulia, o fuori dai grandi centri, forse una parte del 20% destinata all'italiano non farebbe male.

Quarto punto del progetto di riforma, le scuole riescono a dare alle ragazze e ai ragazzi quelle competenze durevoli, che puntino sulla qualità e la longevità delle competenze acquisite. L'informazione e lo studio sono funzionali a saper ricominciare qualche cosa di nuovo durante tutta la vita. Il quarto punto è correlato al quinto, cioè la creazione ormai avvenuta di centri territoriali di educazione degli adulti che da due anni a questa parte sono frequentati da centinaia di migliaia di persone e che sono una novità per il nostro paese. Naturalmente devono svilupparsi, siamo solo all'inizio. Sono una realtà istituzionale gestita da Comuni, imprese e ministero, nel quadro di programmazioni regionali. C'è una forte regionalizzazione già avvenuta di tanti aspetti della vita della scuola e sono questi centri il contenitore dove dobbiamo tutti poter ritornare per studiare la lingua che non conosciamo, e magari anche quella che conosciamo, o la storia, o il gioco degli scacchi. Insomma, tutto quello che intessa lo sviluppo sociale del paese.

Si può dire che la riforma è funzionale allo sviluppo di occasioni di apprendimento in tutto l'arco della vita?

E' questo l'obiettivo. Di tutti però, non solo dei professori universitari e
di qualche giornalista.

Se cambia il quadro politico, pensa che Berlusconi abrogherà la riforma, e se ciò accadesse quali sarebbero le conseguenze?

Probabilmente si impantaneranno nella faccenda del buono scuola. Non credo che possano fare molta strada sulla via, che qualcuno di loro ha immaginato, di togliere il posto agli insegnanti, di iscriverli in un albo a cui le singole scuole - che poi non si capisce chi siano queste singole scuole - attingano per assumere i propri insegnanti. Questa è una rivoluzione di ordinamento molto profonda, bizzarra per alcuni aspetti, e che credo troverà qualche resistenza non solo nella popolazione, ma anche nella popolazione degli insegnanti che non hanno ancora ben capito che potrebbero essere esposti al rischio di diventare professori a contratto anno per anno.

La legge istituisce un sistema educativo pubblico, statale e paritario, dell'istruzione e della formazione. Dunque ammette non la scuola privata in genere, che è un diritto costituzionale, ma che i privati possano costruire delle scuole a certe condizioni di garanzia già definite dalla legge, a cominciare dal pagamento regolare degli stipendi sindacali agli insegnanti e ai bidelli, creando un tipo di scuola autonomo rispetto a quella statale. Questo è già possibile.

Ora ho fatto il caso estremo della defenestrazione degli insegnanti esistenti dal loro posto di ruolo che qualcuno ha agitato nella galassia della Casa delle Libertà dell' on. Berlusconi. Ma ci sono cose anche
meno estreme che mi paiono difficilmente toccabili. Dal primo settembre tutti gli istituti scolastici godono di autonomia amministrativa, contabile, giuridica e didattico/culturale nei limiti degli standard nazionali definiti dalla legge. In funzione di questo si è creata una figura nuova, quella del capo d'istituto che viene pagato come un dirigente, e che ha una funzione dirigente pubblico. Toccare l'autonomia, cioè "scassare" tutto questo, a me pare difficile.

Eppure la Casa delle Libertà nella sua propaganda elettorale promette che in caso di vittoria, sospenderà la riforma dei cicli ...

Però questa minaccia è calata e i più pensosi le hanno sostituito un discorso diverso: l'ha fatto l'onorevole Buttiglione alla presentazione del libro di Berlinguer, dicendo, vedremo come si incanala per un anno, poi saremo "nometetici", non "nomoclastici", cioè ritoccheremo. Che è quello che prevede la legge stessa di riordino dei cicli, che stabilisce che ogni 3 anni il Parlamento sia costretto a E uso il termine "costretto" perché il Parlamento non parla volentieri di scuola.

Come mai?

Perché la scuola è un terreno fastidioso, che crea immediatamente contrasti, perplessità. I professori di educazione fisica si lamentano perché temono gli si riduca l'orario ... quindi c'è una sicura opposizione qua e là da parte di segmenti corporativi. La gente non capisce che sta succedendo, gli effetti positivi se ci saranno si vedranno dopo cinque, dieci anni. Ecco perché è importante che il sistema di misurazione e valutazione sia entrato già in funzione, e che dall'anno prossimo ci dica anno per anno come stanno andando le cose negli apprendimenti effettivi.

Nella riforma si dà molta importanza alle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (ICT) Che ne pensano gli insegnanti?

Gli insegnanti se ne stanno impadronendo. Sono più di 400.000 quelli che sanno usare attivamente il computer, cioè i due terzi del loro numero totale. 80.000 sono già stati formati all'uso intelligentemente didattico della strumentazione, che ormai è diffusa pervasivamente: nelle scuole elementari c'è un computer per uso didattico ogni 25 alunni nelle scuole superiori ogni 10 . Tre anni fa c'era il deserto. E sono state avviate le operazioni di cablaggio delle scuole. Più di metà ècollegata via satellite, e il flusso satellitare arriva dappertutto.

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