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La bugia su Auschwitz chiave del regime



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Questo articolo è apparso sul numero 64 di Reset (gennaio-febbraio)

Robert Harris nasce nel 1957 e si laurea alla Cambridge University. Svolge la sua carriera di giornalista come corrispondente della Bbc e successivamente come political editor dell’Observer. Attualmente è uno dei più noti columnist del London Sunday Times. Il suo primo romanzo è Fatherland del 1992, la cui idea risale al 1988, e che ha riscosso un certo successo considerati i quattro milioni di copie vendute e la traduzione in più di dieci lingue.
L’ambientazione è ucronica: siamo nella Berlino del 1964, la Germania ha vinto la guerra, Hitler stà per compiere 75 anni e il presidente degli Stati Uniti annuncia una sua visita. A parte lo spunto di partenza, questo romanzo è un esempio di giallo-thriller appassionante senza nessun vero approfondimento della tematica e dei suoi risvolti, salvo qualche spunto indovinato (ad esempio, il fatto che il Presidente degli Stati Uniti di questa mondo mai esistito sia Joseph Kennedy, il padre di John e Robert).
Altri romanzi di Robert Harris sono Enigma ( Mondatori,1996) e Archangel (2000). Harris è anche l’autore di alcuni saggi, fra cui Selling Hitler: The Story of the Hitler Diaries (1986), che fa riferimento ai diari di Hitler scoperti nel 1983 e da cui è stata tratta una serie televisiva.

Fatherland è un romanzo controfattuale del 1992: come le è venuta l’idea di immaginare un mondo in cui Adolf Hitler aveva vinto la guerra?

Avevo scritto un libro intitolato Selling Hitler, sulla truffa dei diari di Hitler pubblicati dalla rivista Stern, libro che uscirà in Italia quest’anno. Per realizzarlo avevo dovuto fare molte ricerche su Hitler e leggere le sue conversazioni a tavola, che erano di fatto monologhi recitati durante i pasti.

In queste conversazioni, trascritte dai suoi segretari, Hitler esponeva i suoi progetti per l’Europa. Li ho trovati affascinanti, e ho pensato che avrei potuto scrivere un libro, non di fiction, su quel mondo alternativo. Una guida turistica, un Baedeker su quella specie di impero Tedesco-Vittoriano.


Ma Fatherland è un thriller.

Infatti, più ci riflettevo, più mi convincevo di non riuscire a cogliere, in quel modo, l’essenza di quello di cui volevo scrivere. Allora ho deciso di trasformarlo in un romanzo. E la sua uscita è venuta a coincidere con la caduta del Muro di Berlino, la riunificazione della Germania e il dibattito in Europa sulla potenza tedesca.

Ovviamente in Gran Bretagna, dove era al governo la Thatcher, c’erano molti timori riguardo al potere tedesco. Tutto questo rese il libro molto più importante di quanto sarebbe stato altrimenti.

Negli anni Sessanta e Settanta la letteratura inglese si è molto occupata del tema dell’invasione dei nazisti. Quanto l’ha influenzata?

L’idea di una Gran Bretagna conquistata dalla Germania è estremamente familiare a qualunque scrittore inglese, ma nessuno aveva avuto l’idea di ambientare un libro a Berlino, nella Berlino di Albert Speer venti anni dopo la vittoria tedesca.

Questa era l’idea che volevo davvero approfondire: se questo impero sognato da Hitler sarebbe sopravvissuto, o se avrebbe fatto la fine della vecchia Unione Sovietica. Mentre scrivevo Fatherland, l’Urss si stava disintegrando e questo fatto mi influenzò profondamente.

Ha immaginato un regime nazista al declino come quello comunista finito pochi anni prima, prepotente ma fragile?

Il modo in cui di fatto il sistema comunista crollò, mi ispirò parecchie caratteristiche del mio vittorioso sistema hitleriano. Ho preso spunti specialmente dalla Russia e dalla Germania dell’Est. Ero affascinato dall’idea che gli americani avessero perseguito una politica di “detonazione”, di disintegrazione a tempi lunghi, con Stalin e i suoi eredi.

E il problema era: avrebbero fatto lo stesso con Hitler e i suoi eredi?

Proprio questo rispecchiare su un altro fronte, per così dire, la guerra fredda era un’idea che mi affascinava moltissimo: c’è una moralità nel venire a patti con regimi assassini?

Dire che Hitler apparteneva a una categoria a parte e che non sarebbe mai stato accettato nelle Nazioni Unite o cose del genere è un modo per confortarsi e semplificare la vita dei politici occidentali.

Non sono affatto sicuro che sarebbe stato così, e se guardiamo ai dati emersi sulla Cina in questi anni ci accorgiamo che ci sono state più vittime li di quante ne siano state uccise da Hitler e dai nazisti.

Lei è stato giornalista dell’Observer, oltre che autore di narrativa. Preferisce scrivere di fantasia o della realtà? E qual è il rapporto tra il suo lavoro giornalistico e il romanzo Fatherland?

Non scrivo più per l’Observer. Dopo l’università ho lavorato per otto anni come reporter per la Bbc. Poi ho scritto di politica e nel 1988 sono passato al Sunday Times, dove sono rimasto fino all’uscita di Fatherland, nel 1992.

Da allora sono stato essenzialmente un romanziere. Di tanto in tanto faccio qualche lavoro giornalistico, ma non è più la mia attività principale.

C’era un legame tra l’idea del suo libro e i dibattiti in Europa su fascismo, nazismo e comunismo? Quanto hanno contato per lei discussioni come quella nota come la Historikerstreit (“la lite, la battaglia degli storici”) nelle responsabilità del nazismo?

Sono sempre stato affascinato dal modo in cui guardiamo alla storia e al modo in cui la storia cambia. Il senso comune vuole che la storia sia immutabile, una serie di fatti sul cui essere accaduti tutti concordano, fatte salve minori divergenze di interpretazione.

Se invece guardiamo alla storia del XX secolo, essa appare oggi completamente diversa, dalla nostra prospettiva qui ed ora, rispetto a come appariva venti anni fa. Il crollo del comunismo ha cambiato la nostra visione del passato.

Questo è stato un elemento importantissimo del libro, nella misura in cui i regimi si rispecchiavano l’un l’altro. Questa specularità non si poteva neppure ipotizzare fino a una decina di anni; oggi invece sembra più facile chiedersi se Stalin non sia stato, per certi versi, peggiore di Hitler.

Confessi che nel romanzo c’è anche un po’ l’avversione degli inglesi per l’Europa unita.

E' certo che Fatherland ha avuto un’accoglienza particolare in Gran Bretagna a causa del predominio tedesco nell’Unione Europea. Una cosa che ho scoperto, facendo ricerche sui progetti di Hitler per l’Europa dopo la vittoria della Germania, è che c’erano innegabili affinità con le attuali strutture politiche dell’Unione Europea: una Banca Centrale a Francoforte, una moneta centrale dominata dai tedeschi e una politica agricola comune.

I tedeschi negli anni 1942-43 andavano concependo nuove strutture politiche, e mi è sembrato interessante inserire anche questo nel romanzo.

In Fatherland i comunisti hanno un ruolo marginale. Che cosa sarebbe accaduto loro, secondo lei, nel mondo di Hitler?

Distruggere il comunismo non era nelle intenzioni del Führer, a giudicare da quanto diceva. Per lui la situazione ideale era quella di uno stato comunista permanente ma debole al di là degli Urali, che sarebbe stato costantemente in guerra con la Germania.

Era convinto che se la Germania avesse vinto la guerra, i tedeschi si sarebbero ammorbiditi e avrebbero desiderato la pace. Il vantaggio di una guerra continua sul fronte orientale consisteva nell’avere un buon motivo per mandare i giovani tedeschi sotto le armi.

Il regime sarebbe stato in grado di richiedere sacrifici, ci sarebbe stato un alto livello di controllo da parte dello stato e della polizia segreta, molta propaganda. E le energie della popolazione sarebbero state tutte incanalate a quello scopo.

A Hitler sarebbe anche piaciuta l’idea di continui attacchi di guerriglia comunista nei territori occupati, per mantenere la Germania in uno stato di allerta permanente. Quindi, in un certo strano modo, Hitler aveva bisogno della minaccia comunista.

Il regime comunista della Germania Est ha ispirato il modo in cui ha immaginato la realtà tedesca del romanzo?

Sì, senz’altro. Tutti gli stati totalitari si assomigliano e sono per loro stessa natura economicamente inefficienti e lenti. Anche se oggi la Germania ha un’economia fiorente, penso che lo stato di guerra avrebbe soffocato la sua forza economica.

Il sistema totalitario non si presta, di per sé, alla produttività del tempo di pace e a una economia dinamica, lo abbiamo visto in Russia. Ho quindi preso a prestito molte cose dall’Est europeo: le vie in degrado, i palazzi fatiscenti, e in generale l’aria di depressione che ricordavo dalle mie visite in Germania Est, Polonia e Unione Sovietica.

Come è stato accolto il libro in Germania?

Nel 1992, quando uscì, incontrò una reazione estremamente ostile, ma vendette moltissimo, e ancora oggi se ne vendono 700-800 copie alla settimana. È interessante osservare come cambiano gli atteggiamenti politici: otto anni fa era quasi impossibile parlare di una sia pure ipotetica vittoria tedesca, mentre oggi sembra abbastanza accettabile.

L’Italia ha decisamente una importanza secondaria nel suo libro. Ma come immagina il destino italiano, se avesse vinto Hitler?

Il destino dell’Italia sarebbe stato probabilmente molto simile a quello della Francia o della Gran Bretagna: essenzialmente un paese satellite, un grosso satellite della potenza tedesca con un regime amico al potere e unito da accordi commerciali e militari, qualcosa di simile al Patto di Varsavia.

Questa sarebbe stata la realtà di tutti i paesi dell’Europa occidentale: alleati della Germania contro l’America e, presumibilmente, contro qualunque cosa fosse rimasta dell’Unione Sovietica.

Nel suo libro, come in molti altri, il New York Times è la bandiera della libertà e della democrazia. Conferma?

Sull’influenza del New York Times non c’è discussione. Lo scenario dipinto da me rappresentava una situazione in cui i tedeschi sarebbero stati ansiosi di trattare con l’America, a causa della loro debolezza economica e della crescente impopolarità della guerra sul fronte orientale.

Pertanto i tedeschi avrebbero voluto presentarsi con il loro volto migliore, per conquistare l’opinione pubblica americana. E la pubblicazione dei documenti sull’Olocausto nel New York Times avrebbe avuto effetti esplosivi. Non c’è dubbio, si tratti o meno di una bandiera, che il New York Times sia il quotidiano più influente d’America. Ecco perché ha quel ruolo nel libro.


Nel suo Reich del 1974 l’Olocausto è il grande segreto del regime. Pensa veramente che si sarebbe potuto tenerlo nascosto?

Sì, e credo che si tratti di una parte assolutamente essenziale del romanzo. La verità è che Stalin fece ammazzare nei suoi domini altrettante persone di quante ne fece ammazzare Hitler. E Mao Tse Tung probabilmente tre o quattro volte di più. Ma nessuno se ne è preoccupato, e non ci sono testimoni oculari, non ci sono stati nuovi processi, non ci sono documenti, è tutto sparito. Stalin disse a Mao nel 1949 che sono i vincitori a scrivere la storia, ed è perfettamente vero.

Ma nascondere Auschwitz non era uno scherzo. Anche nel suo libro, alla fine il protagonista, Xavier March, qualche mattone dei forni lo trova, sul luogo.

Certo, molti avrebbero detto che in Germania era stato commesso un crimine orribile, e che tutta quella gente era scomparsa. E quelli che contano sarebbero stati perfettamente consapevoli dell’accaduto, esattamente come gli statisti occidentali erano perfettamente consapevoli, per esempio, che i soldati russi avevano massacrato 10.000 soldati polacchi a Katyn.

Però credo che, per la ragion di stato, l’Olocausto non sarebbe stato perseguito. E tanto meno sarebbe stato trattato come l’esperienza tragica ed essenziale della seconda metà del XX secolo, semplicemente perché non ne avremmo conosciuto i dettagli. Milioni di morti sarebbero scomparsi dentro la nebbia della storia, un po’ come i Kola ucraini o i contadini più ricchi in Cina. Sarebbe stato ricordato come queste stragi.

Qual è il suo rapporto con David Irving, condannato nel 1999 da una sentenza nel suo paese per le sue tesi negazioniste? L’hanno coinvolta nelle discussioni sul caso?

Sì, sono stato intervistato dalla televisione inglese, perché conosco personalmente Irving. L’ho incontrato quando ero studente, 25 anni fa. Sosteneva che Hitler non sapeva nulla dell’Olocausto. In un certo senso, ha piantato un seme nella mia mente.

Per quanto sia ridicolo sostenere che Hitler non sapesse nulla dell’Olocausto - perché è ovvio che lo sapeva - è comunque interessante che non vi sia un solo documento con il suo nome sopra, e che non vi sia alcuna sequenza di prove che lo colleghi direttamente a quando accadde in realtà.

Perché insiste su questo punto?

Perché è il punto che mi colpì di più e mi spinse a interrogarmi sulla ragione: e la più ovvia è che Hitler era un capo di stato. Pensando che avrebbe vinto la guerra, era deciso a evitare che il suo nome potesse essere associato a quel crimine. In questo senso, è interessante paragonare Hitler a Stalin, il quale fu ben lieto di firmare le condanne a morte anche di 10.000 persone in una sola volta.

Hitler invece fu molto più attento a coprire le proprie tracce. Volevo che questo elemento nel mio libro fosse bene in luce. Penso che negli ultimi dieci anni Irving come storico abbia avuto un calo, perché non sta in piedi l’ipotesi che Auschwitz non fosse un campo di sterminio.

Eppure ci sono quelli che continuano a provarci.

Perché la questione mantiene un’importanza cruciale e influente sulla politica. E questa è un’altra questione che ho cercato di affrontare in Fatherland. Se fosse possibile separare Hitler dallo sterminio degli ebrei, non sarebbe davvero molto diverso da Napoleone. Ma fintanto che questo delitto sarà associato alla sua persona, la sua resterà per sempre una delle figure più malvage della storia.

In un certo senso, l’Olocausto è anche una chiave dell’attuale potere politico. Impedisce l’ascesa di un’estrema destra tedesca, la quale non potrà più tornare davvero, a meno di far credere che Hitler non sapesse dell’Olocausto o che l’Olocausto non sia mai accaduto.
o attenzione, per favore, ad errori già visti.


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