Nel felliniano cortile d'India
Franco Quadri
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Questo articolo è apparso su la
Repubblica del 31 maggio
È durata un mese e un giorno l'intensa rivisitazione romana dell'Odin Teatret, sotto le
ali del teatro di Mario Martone e dell'università di Franco Ruffini. Il debutto
postpasquale s'era risolto in una serata di algida cerimonialità dentro al capannone
minore di India: cinquanta soli spettatori ammessi a sedere come ospiti a due lunghe
tavole tutte bianche dalle tovaglie ai piatti, con pane olive e vino, versato in apertura
da Eugenio Barba in persona, che però quasi nessuno gustò, neppure a spettacolo finito,
perché gli invitati scivolarono via in silenzio, invece di fermarsi a bere e a
discorrere. Non tutti sapevano che Dentro lo scheletro della balena, l'esercitazione di
cui erano stati testimoni, ripeteva la vicenda affascinante di Kaosmos, spettacolo famoso
di sette anni fa, perché ne erano stati stralciati l'azione e gli elementi visuali per
limitarsi a esporre le tecniche sotterranee degli attori nel rapportarsi agli spettatori.
La chiusura di sabato sera s'è rivelata invece tutta estroversa, come se la Roma
felliniana avesse contagiato il gruppo coi suoi molti umori. In effetti nel grande cortile
di India, dopo una parata per le strade, una folla di tutte le età perlopiù accucciata
in terra di fronte e attorno al palco, sotto la sagoma del gasometro, s'è trovata
coinvolta in un'autentica festa di quartiere. L'Odin conduceva con alcuni brani dell' Ode
al progresso, un suo ironico balletto ispirato al Guinness dei primati, popolato di
maschere e di folletti, compreso un orso e la morte: ma a questi giochi, alle canzoni,
agli exploit drammatici, si alternavano le dimostrazioni preparate dall'associazionismo
del Quartiere Ostiense Marconi, come nei baratti di creatività scambiati dalla compagnia
con le più lontane etnie. Ed ecco l'orchestrina delle ragazze coi tamburi, quelle dei
bambini e della Croce Rossa, il foltissimo corpo di ballo dei giovani esaltati dalla
techno e quello altrettanto lanciato dei pensionati specializzati in sambe e Sudamerica,
un terzetto di aspiranti odalische alla prova della danza del ventre con un
extracomunitario, canzoni che spaziavano dalla corale Bandiera rossa di partenza
all'Arrivederci Roma che chiudeva in assolo, e l' Odin ringraziava con una scritta
letteralmente infuocata.

La musica la faceva da padrona nelle proposte del quartiere, salvo un intervento
brechtiano del gruppo La bottega del pane. Ma il simbolico abbraccio dei teatranti a una
comunità voleva suggellare attraverso la commistione dei linguaggi l'impegno comunicativo
su tutti i fronti messo in atto in questa rimpatriata da Barba e dal suo complesso
cosmopolita: otto spettacoli compresa un'edizione di Mythos largamente rinnovata, oltre a
un corso per giovani registi, seminari sul lavoro dell'attore e il sapere teatrale, e un
moltiplicarsi di presenze nelle più diverse occasioni.
È questo che può dar senso a un gruppo unico, il quale per trentacinque anni ha
sconvolto le regole del fare teatro, usando le più insondabili capacità espressive del
corpo per metterle al servizio di un'idea forte di comunicazione. Così si trasmette un
messaggio di creatività e si dà un impulso alla memoria storica a profitto di altre
generazioni. Alla base naturalmente c'è sempre quell'applicazione dei modi del teatro
orientale che gli attori dell'Odin praticano da sempre e sulla cui evoluzione c'è
l'università sui generis dell'ISTA, attiva ormai da più di vent'anni.
La compagnia speciale espressa a tempi intermittenti da questo istituto e chiamata
Theatrum Mundi si riunirà di nuovo a Bologna, una delle otto capitali europee della
cultura per il 2000, per presentare, in agosto, Ego Faust, un ripensamento del mito che
terrà conto dei testi di Marlowe, Goethe, Mann, delle varianti leggendarie, religiose e
sceniche, non esclusa la lezione di Grotowski, ma per arrivare ovviamente a un risultato
inedito che tenga conto di una negazione d'avvio: "Che cosa vuol dire non credere
nella storia di Faust e Mefistofele, oggi? E perché ne sono sedotto?" dice Barba.
"È questa la domanda a cui cerco di dare risposta con gli strumenti del mio
artigianato". Appuntamento al 25 agosto.
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