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Io penso ad Amato presidente dei Ds



Franco Debenedetti

 

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Questo è il testo dell'intervento di FrancoDebenedetti all'Assemblea Nazionale dell'Associazione LibertàEguale svoltasi il 30 giugno a Orvieto


“In Italia il soggetto portatore della vocazione maggioritaria è l’Ulivo”, sta scritto in testa al nostro documento. Dopo che milioni di persone hanno tracciato una croce sul quel simbolo, l’Ulivo ha un grosso avviamento sul mercato politico, e gode di un’immagine positiva: e non solo perché è lì, immateriale, come dice Pier Luigi Bersani, mentre sui partiti la gente ci sputa sopra.

Andare oltre le forme federative e di coordinamento a cui si sta lavorando sembra, per concorde opinione, irrealistico. Per questo, in relazione al momento precongressuale, ho scelto di invertire il percorso, e di partire da ciò che esiste oggi, derivando le mie considerazioni e le proposte che avanzerò da un assunto: «I DS devono diventare la formazione politica che può esprimere il leader della coalizione che si confronterà con Berlusconi».

Detto in modo più radicale: no a un partito confinato nel ruolo di portatore d’acqua, no al principio che le gambe sono due, ma la testa può spuntare sempre da una sola parte. In passato, ci abbiamo anche provato a rompere l’incantesimo. Per questo ho convintamente sostenuto il governo D’Alema. Il mio comitato elettorale allora mi sommerse di critiche, e oggi ancora non mi lésina le recriminazioni. A parte il fatto che Scalfaro non avrebbe mai dato le elezioni, io credevo che fosse positivo in sé che un DS diventasse presidente del Consiglio.

E credevo che i militanti, esultanti per la prima volta della sinistra al Governo dopo mezzo secolo, volessero che la legislatura continuasse con il loro segretario a Palazzo Chigi. Certo, D’Alema non era stato eletto a quel posto. Ma opporre a quei militanti questo argomento, tra l’altro costituzionalmente infondato, come fa oggi Sergio Cofferati, appariva allora - a me non DS - un tradimento della loro volontà.

Basta, dunque, con un partito che mette le truppe, ma per i generali deve trovarsi i suoi Principi Eugenio. Non sto suonando la grancassa dell’orgoglio per il vostro partito, e neppure intendo creare problemi all’interno della coalizione: non discuto la fenomenologia, ma l’ontologia. Il maggiore partito dell’opposizione non può sottrarsi all’ambizione di rappresentare un’alternativa a tutto campo a Berlusconi.

Prima conseguenza: per essere un’alternativa a tutto campo a Berlusconi bisogna che le nostre strategie interessino la maggioranza degli italiani, non solo un pezzo. L’analisi del voto parla chiaro: quello che manca alla conta dei voti è il segmento centrale dei moderati di centro.

La sinistra rappresenta da sempre il mondo del lavoro? Perfetto. La sinistra è da sempre per l’inclusione e contro le separatezze? Meraviglioso. Il problema è vedere se con queste sole armi riusciamo a conquistare quel pezzo che ci manca, l’elettore che ci ha lasciati. E’ un elettore che lavora o che ha lavorato, ma che evidentemente non si ritrova nelle nostre idee sul lavoro. E’ un elettore che seguirà pure davanti alla TV il sogno individuale del panfilo che non avrà mai, che sarà pure destinato - se gli va bene - a una ricca solitudine: ma se non riusciamo a rappresentargli in modo abbastanza convincente i valori dell’inclusione, la colpa è nostra e non sua.

Sarà anche solo, ma è contento di essere padrone a casa sua, e non desidera dividere la sua solitudine con gli impiegati che rilasciano i permessi. E’ un elettore che magari è un piccolo industriale di Confindustria - parlo dei piccoli, perché noi con i grandi, salvo qualche accidentale buccia di banana, abbiamo sempre avuto una buona comunicazione. Votano a destra: perché? Non è lavoro, quello? Non passa da loro la modernizzazione? In Inghilterra, voterebbero Hague invece di Blair? Sono proprio irrecuperabili se si lasciano convincere dal pacchetto varato da Berlusconi piuttosto che dal confuso patchwork della nostra ultima finanziaria?

E’ perché a noi manca una presa d’atto degli effetti della comunicazione mediatica della società e quindi dei comportamenti elettorali, che gli elettori che ci mancano ci paiono ebefrenici consumatori di soap opera; poi magari si scopre che sono internettiani, ma comunque il partito che predica l’inclusione non può praticare il razzismo dell’auditel. A forza di demonizzare l’avversario, demonizziamo chi lo vota: un errore ricorrente. Se li pensiamo stupidi non solo non li conquisteremo mai, ma perderemo i valori che anche loro rappresentano, le “schegge di verità” che loro ci porterebbero. Va in prepensionamento l’angelo custode, se non capisce che è lui che deve imparare dal suo custodito.

Il rapporto con il mondo del lavoro, la tensione per l’equità, l’esigenza dell’inclusione, sono già nostri valori. Ci sono anche le lucide analisi come quella che ha fatto Morando, ma perlopiù l’Italia che traspare è ancora quella degli anni 70/80, forse ci sono i 40.000, ma non c’è la terziarizzazione, la cultura e la struttura produttiva della comunicazione, le partite IVA, la finanza, la gigantesca trasformazione del nostro capitalismo in soli 5 anni, e che è in corso, come dimostrano gli eventi proprio di questi giorni.

Se non andiamo oltre, non saremo mai maggioranza: faremo solo testimonianza. E testimonianza per testimonianza, il 2% vale il 16%. Se facciamo credere al 16% che diventerà maggioranza anche senza affrontare la fatica della contaminazione, senza sussumere le ragioni e gli interessi di altri, lo inganniamo. E lo inganniamo due volte se demandiamo ad altre forze politiche il compito di portarci il pezzo che ci manca: perché in tal caso la guida spetterà giustamente a chi ha saputo fare la sintesi politica, e noi resteremo portatori d’acqua. Questa sintesi sarà un giorno l’Ulivo a farla: ma, nell’attesa, i DS non sono una corrente dell’Ulivo, e quello che andiamo a celebrare non è il congresso di una corrente.

Seconda conseguenza: per giocare a tutto campo il partito si deve aprire: deve comprendere anche altre culture riformiste, dare ad esse rappresentanza nella leadership del partito. Pesano i non brillanti tentativi passati. Quando si è al 16% non servono operazioni di maquillage. Ci vuole un atto di grande impatto simbolico, e di grande impegno nei fatti. Ci vuole una discontinuità e un ricongiungimento: Giuliano Amato presidente del partito rappresenta l’uno e l’altra.

Ad Amato non chiediamo di riportare all’ovile un manipolo di parlamentari e qualche sezione. Non gli chiediamo solo il ricongiungimento con la cultura socialista. Non gli chiediamo di attirare quella parte di elettorato che non voterebbe mai un ex-comunista. Ad Amato chiediamo di essere non il simbolo, ma l’artefice dell’apertura, reale e visibile, della leadership del partito: in modo che persone che hanno culture e esperienze diverse - categoria alla quale pure io appartengo - non si sentano estranee. Questo non deve essere vissuto come una potatura, ma come un innesto, non come un’amputazione, ma come un trapianto. L’argomento che usiamo contro luddisti e protezionisti vale anche qui: anche questo non è un gioco a somma zero.

Terza conseguenza: voler rappresentare un’alternativa tutto campo, non essere portatori d’acqua, pone vincoli stringenti alla linea politica. A sinistra è difficile che accada qualcosa di nuovo o di importante: è inutile discutere se sia conservatrice, certo è da conservare. Lo riconoscono i leader della sinistra esplicitamente, non può non riconoscerlo logicamente Cesare Salvi. Zani vorrebbe che senza indugio si abbracciasse la linea di una sinistra che fa la sinistra. Come il Labour, dice lui: ma il Labour non perde tempo in congressi perché ha vinto le elezioni; e i sindacati inglesi sono sul piede di guerra proprio contro la politica del Labour sui servizi pubblici, al punto che alcuni hanno chiuso i rubinetti del finanziamento al partito.

Zani non vorrebbe un congresso provvisorio. E’ invece proprio l’intervento di Cofferati a rischiare di renderlo tale. Questo è ciò che mi preoccupa, che il gioco vero possa iniziare tra due anni, quando scadrà da segretario della CGIL. Quanto a contenuto, credo che una persona dello spessore di Sergio Cofferati saprebbe trovare intonazioni diverse se fosse alla segreteria, forse riuscirebbe anche a stupirci.

Per sfidare Berlusconi a tutto campo e sul suo terreno servono la lucidità di analisi di Morando, il pragmatico riformismo emiliano di PierLuigi Bersani, l’idea di sfidare l’avversario sulla frontiera modernizzazione - certezze che Piero Fassino ha elaborato con insistenza. In proposito, credo sia necessario fare due avvertenze: la prima, che la sicurezza non deve diventare contrappeso e limite da porre alla modernizzazione - sarebbe il nostro solito “sì ma” - bensì un mezzo per renderla possibile; che l’equità non sia perseguita come un’esigenza morale, ma come mezzo per evitare lo spreco di risorse.

La seconda, che come antidoto alla storica visione di una società plastica, che la sinistra dovrebbe indirizzare, ci si imponga una diuturna riflessione sul fatto che la società crea essa stessa i propri percorsi, e che noi facciamo già una fatica sovrumana a elaborare riflessioni che ne tengano il passo. Altro che “piegare” la modernizzazione, come ieri due volte ha ripetuto Fassino!

Non è solo a sinistra che ci sono gli ostacoli, sono disseminati anche sul lato del nostro schieramento, posto che guarda al centro. Se da un lato ci sono quelli a cui in fondo va bene che noi si faccia i portatori d’acqua, dall’altro ci sono quelli che desiderano che noi si continui a farlo. Gioca una ragione psicologica: a sinistra la sconfitta non è nuova, mentre al centro brucia di più. O una ragione estetica: a sinistra si sa che si può perdere nella lotta di classe, al centro non va giù che abbiano vinto quelli “senza classe”. Anch’io quando vedo al Ministero delle Comunicazioni Gasparri e penso che due giri prima c’era Tonino Maccanico, devo deglutire. Ma è un riflesso da perdere. Hanno vinto loro, la Costituzione non prevede che ci siano simpatici.

Sono argomenti che con la sfida modernizzazione-sicurezza non c’entrano affatto. Vanno abbandonati: incominciando dal conflitto di interessi. In proposito, siccome io sono in odore di eresia, citerò l’intervista di Bersani. «Ci provarono dieci anni fa i pretori, e ci fu un plebiscito per il Cavaliere. Ci si è provato con un referendum e il risultato è stato una sconfitta. Quando eravamo al governo non abbiamo privatizzato la RAI perché c’era sempre qualcuno che si opponeva. Che succede ora? Che Berlusconi ha Mediaset e tutti si pongono il problema della RAI.

Finiamola con il conflitto di interessi e prendiamo una posizione netta sulla cessione di due reti RAI. Facciamo un passo avanti e rendiamo evidente, se davvero è così, che è la Casa delle Libertà a non voler vendere. Ma almeno torniamo a misurarci sui problemi reali, senza guerre».

Quanto a conflitto di interessi -e apro una parentesi - io trovo assai più inquietante quello che è in capo all’ing. Lunardi, che giorni fa, sul Corriere della Sera, accantonati gli espedienti con cui aveva cercato di ovviarvi, arrogantemente afferma il proprio diritto di mantenere la proprietà della propria azienda. Se di Berlusconi ne esiste uno, di Lunardi in Italia ce ne sono tanti.

Avergli dato il Ministero delle infrastrutture è quindi il conflitto di interessi allo stato puro, il conflitto perfetto perché inutile. Non ci interessano gli affari del signor Lunardi, ci preoccupa il segnale che questo manda a migliaia di funzionari, di intermediari e di operatori, che si sentiranno autorizzati a dare anch’essi la loro personale interpretazione di che cosa è in conflitto e che cosa no.

Per battere Berlusconi abbiamo contato sui giudici, abbiamo flirtato con l’ineleggibilità, abbiamo mezzo approvato l’idiozia della legge Dentamaro, abbiamo sobillato la stampa estera, abbiamo perfino sperato nel cancro. Che cosa c’entra tutto questo con la sfida della modernizzazione?

Se si vince, va bene tutto. Ma se poi si perde, sono solo errori. Alimentare la speranza di vincere su un altro tavolo, fa perdere concentrazione e determinazione nel gioco. Prendiamo la riforma dell’imposta di successione, una riforma che è sulla strada della modernizzazione: ci siamo fermati a metà. Forse che le ragioni logiche e pratiche per eliminare la patrimoniale sulle successioni variano in funzione dell’entità del patrimonio? Eliminandola del tutto, Berlusconi si prenderà il merito anche per la parte fatta da noi. E, se proporremo di trasformarla in imposta di scopo per comperare computer ai ragazzi, ci daremo la zappa sui piedi, dichiarando noi stessi l’inadeguatezza del provvedimento introdotto da noi in finanziaria e di cui ci siamo vantati.

Prendiamo la riforma delle società per azioni: abbiamo fatto la Draghi, ma sulla Mirone ci siamo fermati. Ancora un volta col grande capitale ci siamo intesi, ma quando modernizzare ha significato andare contro le corporazioni dei professionisti, e aprire veramente opportunità ai giovani, a chi sta fuori dalle cittadelle protette, non ce la siamo sentita.

Il rinvio della riforma dei cicli - su cui io in campagna elettorale non ho sentito una sola voce favorevole - l’equiparazione dei supplenti che hanno lavorato in scuole pubbliche e private, sono vissuti al centro come attacchi alla Costituzione. Raccogliere la sfida della modernizzazione rafforzando la scuola pubblica, voleva dire imporre i criteri di merito negli aumenti, portare l’autonomia di istituto alla logica conseguenza di dare libertà di selezionare gli insegnanti: ma di fronte alla resistenze degli insegnanti ci siamo fermati.

A interlocutori sfiduciati di fronte a analisi particolarmente impietose, sono solito ricordare il consolante pensiero che noi abbiamo dalla nostra le leggi della fisica politica, quelle per cui è la maggioranza stessa a creare l'opposizione. Per la forza politica con cui sto da 7 anni in Parlamento si tratta di riuscire a porsi lei in questo campo di forze, con un progetto politico di ambizione tale da non ridurla al ruolo di portatore d’acqua. Io credo che questo sia possibile aprendo il partito e impegnandolo su una linea che sfidi la destra proprio sul suo terreno: Amato presidente, e una segreteria che abbia una visione a tutto campo della contesa.

Battersi a tutto campo non è in contraddizione con la prospettiva dell’Ulivo, al contrario è il modo con cui favorirne la formazione come nuovo soggetto politico. Perché se noi ci diamo questo orizzonte, impegniamo anche la Margherita a risolvere i suoi problemi interni, che non sono pochi neppure quelli. Risolvere i nostri problemi non è sostitutivo allo strutturare la coalizione, al contrario. Potrebbe essere un’altra illusione portare irrisolti i nostri problemi ad un livello di sintesi superiore. A volte, semplicemente, si sommano. E così, partendo da quello che c’è oggi, siamo ritornati all’Ulivo e alla frase posta in testa al nostra documento. Lo scopo che mi proponevo era di individuare un percorso, definito e realistico, per renderla realtà.


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