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Il salvacondotto dello zar malato


Franco Venturini

 

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Questo articolo è apparso sul Corriere della Sera (www.corriere.it) del 2 gennaio 2000

Prima di Eltsin soltanto Krusciov e Gorbaciov erano usciti vivi dal Cremlino. Nel 1964 Nikita Krusciov rimase vittima di un complotto, e fu condannato al silenzio. Nel 1991 Mikhail Gorbaciov dovette seguire la sorte dell'Urss, e sono stati i tempi nuovi a garantirgli la libertà. Nella storia russa, nessuno si era mai dimesso volontariamente come ha fatto Eltsin. Ed è proprio in quest'eccezionalità dell'evento che va colto un doppio segnale: la conferma del progresso democratico nella Russia postcomunista, a dispetto delle sue mille carenze. Ma anche il bisogno di capire, la curiosità di sapere come mai un uomo che viveva per il potere abbia improvvisamente deciso di mollare gli ormeggi.

Forse Boris Eltsin ha colto al balzo l'immunità giudiziaria che gli veniva offerta, e che non riguarda i suoi familiari. Ma un provvedimento simile gli era stato prospettato già da settembre, e il presidente aveva sempre rifiutato. Forse l'ex zar Boris si è lasciato sedurre dalle ricorrenze: l'avvento del Duemila, che suggeriva un cambio di generazione al vertice. Oppure gli otto anni trascorsi dalla caduta del comunismo, per fissare nel calendario della storia il retaggio più prezioso. Ma un Eltsin tanto suggestionabile, qua- si romantico, non può convincere.

In realtà, un altro è l'anniversario che conta: quell'ultima notte del '94 quando i carri armati russi invasero il centro di Grozny, e furono annientati. Di questa ricorrenza Eltsin non ha fatto parola, nel messaggio d'addio. Ma la Cecenia ha un ruolo determinante nelle sue dimissioni, e proprio dalla spina caucasica occorre partire se si vogliono comprendere le vere ragioni di quest'abbandono presidenziale.

E' tragico che un secolo costato tanto sangue alla Russia si concluda nel sangue di Grozny e dintorni. Ma la politica, a Mosca più che altrove, si è spesso nutrita di tragedie. Grazie alla nuova guerra cecena e al revanscismo nazionalista che la sostiene, Eltsin ha visto trionfare il suo delfino Vladimir Putin alle elezioni parlamentari di dicembre. Ha capito che la vittoria del «partito del Cremlino» garantiva a lui e alla sua famiglia una immunità più efficace di qualsiasi decreto. Ha calcolato che in sei mesi il vento sarebbe potuto cambiare, e che conveniva restringere i tempi della successione. Si è convinto, o si è lasciato convincere, ad applicare il dettato costituzionale in modo diverso dal previsto: con un legittimo passaggio di consegne anticipato, anziché con la normale alternanza fissata per giugno.

Dev'essere stata quest'ultima la rinuncia che più è costata a Eltsin. Ma sull'altro piatto della bilancia l'ex presidente ha potuto mettere l'orgoglio di aver determinato la sua successione, e la consolazione di essersi garantito, se tutto andrà bene, un domani tranquillo. Non può certo esaurirsi in quest'esibizione di tempismo il complesso giudizio sull'era eltsiniana. Il primo presidente eletto della Russia ha distrutto il potere comunista, ma non ha costruito una democrazia basata sulla legge. Ha scosso l'homo sovieticus liberandolo dalla paura e dall'inerzia, ma non ha frenato la povertà e la corruzione. Ha voluto affermare una nuova identità riformista e pacifica della Russia, ma non ha evitato le cannonate contro il Parlamento ribelle, né il crollo del rublo, né due guerre in Cecenia. Ha voluto essere una guida forte, ma la malferma salute ha troppo spesso ricordato il declino di Breznev. La Russia che Eltsin lascia in eredità è come lui piena di contraddizioni, come lui dilaniata fra grandi meriti e grandi fallimenti, come lui in attesa delle sentenze che il Duemila consegnerà alla storia.

Proprio per questo oggi, più che al passato, è necessario guardare al futuro. E capire subito che Vladimir Putin, se in marzo resterà al Cremlino per volontà degli elettori, non sarà un altro Eltsin. Più deciso è il suo stile di governo, sostenuto dall'alleanza con i militari. Più conservatrice è la sua visione economica, fatta di mercato ma anche di tutela statale. Più ferma, c'è da sperarlo, dovrebbe rivelarsi la sua lo tta alla corruzione.

Se Boris Eltsin vincerà la scommessa delle sue dimissioni, la Russia dell'ex agente Putin non sarà un interlocutore facile per l'Occidente. L'augurio è che in cambio vengano stabilità e legalità senza autoritarismo: anche l'Occidente, allora, potrebbe dire di aver vinto la sua scommessa russa.

 

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