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Non sparate su Corvo bianco


Victor Zaslavsky con Antonio Carioti

 

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L'addio al Cremlino di Boris Eltsin, lo scorso 31 dicembre, ha chiuso un'epoca cruciale della storia russa nel modo migliore per il protagonista. Vinte le elezioni parlamentari e avviata al successo l'offensiva in Cecenia, Corvo bianco ha lasciato il campo nella quasi certezza che il suo delfino Vladimir Putin, attualmente primo ministro, riuscirà a succedergli alla presidenza.

C'è però chi sostiene che Eltsin sia stato costretto alle dimissioni dai militari o dai finanzieri d'assalto che circolano intorno al Cremlino. "Mi sembra un'ipotesi priva di fondamento – commenta il professor Victor Zaslavsky, docente della Luiss ed esperto di questioni russe – perché non vedo quale momento più vantaggioso avrebbe potuto scegliere. E' uscito di scena con un gesto forte e dignitoso, suscitando un'ottima impressione nel paese".

 

Però il bilancio dei suoi anni di leadership è molto controverso.

Bisogna distinguere due questioni diverse. Una cosa è il giudizio sulla transizione russa verso il mercato e la democrazia, un'altra la valutazione del ruolo che Eltsin ha giocato nell'ambito di questo processo. Su entrambi i punti, comunque, abbiamo di fronte uno scenario di luci e ombre.

 

Cominciamo dalla Russia.

Un indiscutibile dato positivo è che la democrazia, almeno in senso procedurale, ha messo salde radici. Ci sono state numerose elezioni a vari livelli e tutto si è svolto in maniera regolare. Alle legislative dello scorso 19 dicembre i voti si sono distribuiti tra i partiti in maniera abbastanza prevedibile, secondo le diverse rappresentanze d'interessi. Si è dunque allentata l'aspra polarizzazione degli anni scorsi, quando la popolazione era divisa quasi a metà tra chi appoggiava le riforme e chi rimpiangeva il passato comunista.

 

Però l'economia resta in una condizione critica.

Non c'è dubbio. Ma compiere rapidamente e senza scosse il passaggio da un sistema integralmente statalizzato a un meccanismo di mercato sarebbe stato un miracolo. E i miracoli nella storia non avvengono. Ciò nonostante, quest'anno si è registrata per la prima volta una certa crescita, il che è molto importante dopo il crollo del rublo nell'agosto del 1998. Tuttavia per portare a termine la transizione occorre un pieno ricambio generazionale, che si realizzerà forse tra una ventina d'anni.

 

Quali sono i problemi più gravi?

Per esempio il comportamento delle banche russe che, in un contesto di alta inflazione e forte instabilità finanziaria, preferiscono dedicarsi a manovre speculative di vario tipo piuttosto che contribuire allo sviluppo fornendo crediti alle imprese produttive. C'è però una novità di rilievo: le aziende di maggior successo cominciano ad autofinanziarsi attraverso i loro profitti. Un fenomeno identico si osservava nel periodo 1990-91 in Polonia, il paese ex comunista dove la transizione al mercato è riuscita meglio. Purtroppo in Russia per arrivare allo stesso punto ci sono voluti dieci anni in più.

 

Passiamo al giudizio sull'operato di Eltsin.

Credo che abbia grossi meriti per il contributo dato all'instaurazione della democrazia in Russia. E non attribuirei un peso eccessivo alle polemiche sulla corruzione del suo entourage famigliare, che mi sembrano molto esagerate dai mass media a scopi sensazionalistici.

 

Eppure c'è chi dice che si è dimesso proprio per garantirsi l'impunità.

Non credo che Eltsin abbia mai temuto di essere messo sotto accusa per presunte malversazioni. E aggiungo che sarebbe stata una disgrazia per la giovane democrazia russa se il primo presidente liberamente eletto fosse stato processato alla scadenza del mandato. La vita politica in Russia non è certo un esempio di limpidezza, ma stiamo parlando di un paese che viene da decenni di totalitarismo, al quale non possiamo certo applicare i criteri di giudizio usuali in Occidente. Secondo me il vero grande errore di Eltsin è stato la prima guerra in Cecenia, dal 1994 al 1996, che venne condotta con metodi tradizionali e si concluse in un disastro.

 

Sulla Cecenia torneremo più avanti. Ma molti addebitano a Eltsin il tracollo dell'economia, che ha ridotto in povertà gran parte dei suoi concittadini.

Lo stesso presidente, nel discorso di commiato, si è scusato per non aver mantenuto tutte le promesse fatte agli elettori. Teniamo conto però che è stato privatizzato circa il 70 per cento di un apparato produttivo che apparteneva completamente allo Stato. Un simile cambiamento di sistema non ha paragoni e sarebbe stato ben strano che avvenisse senza errori e pesanti conseguenze negative su parte della popolazione. Ci si è mossi al buio, per tentativi, spesso improvvisando, ma è molto importante che si sia arrivati in fondo.

 

Alcuni osservatori accusano Eltsin di autoritarismo per il controllo che ha esercitato sui media e una certa propensione all'uso della maniera forte. Nel 1993 fece addirittura bombardare il Parlamento...

Eltsin ha avuto il coraggio di rompere con il comunismo, ma inevitabilmente la sua mentalità risente del lungo periodo in cui è stato un membro della nomenklatura sovietica, la classe dirigente che esercitava sul paese un potere assoluto. Non ci si poteva certo aspettare da lui, come da tutti i politici con un simile retaggio, un rispetto scrupoloso dei principi liberali. Per questo è importante che il cambiamento del presidente sia parte del rinnovamento generazionale di cui la Russia ha bisogno.

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Che cosa si può dire di Putin, il successore designato? La sua vittoria alle prossime presidenziali è davvero scontata?

Finora non è venuta fuori alcuna alternativa credibile. Si è parlato dell'ex premier Evgenij Primakov, ma mi sembra un candidato debole anche per ragioni di età: ha circa settant'anni contro i 47 di Putin. Si ripresenterà certamente il leader comunista Gennadij Zjuganov, sconfitto da Eltsin nel 1996, ma il suo partito, votato soprattutto dagli elettori più anziani, appare oggi in declino proprio per il peso del fattore anagrafico.

 

Non è inquietante che Putin provenga dalle file del famigerato Kgb?

Ai tempi dell'Urss i giovani che entravano nei servizi segreti ricevevano una preparazione molto accurata, soprattutto in materia di conoscenza delle lingue e del mondo capitalistico. Venivano selezionati con severità, un po' come gli allievi delle grandi scuole d'élite occidentali. I membri del Kgb, cui apparteneva anche Primakov, erano tra i pochissimi cittadini sovietici che avessero accesso a un'informazione non adulterata e potessero viaggiare all'estero. Non a caso, insieme ai funzionari del ministero degli Esteri, erano in prima fila tra i sostenitori della perestrojka in epoca gorbacioviana. Inoltre va ricordato che Putin negli anni scorsi ha lavorato nell'amministrazione del sindaco di Leningrado (poi San Pietroburgo) Anatolij Sobciak, uno dei riformisti più convinti.

 

Quindi possiamo aspettarci una svolta innovatrice?

Finora Putin non ha presentato nessun programma economico. Ma ha trasmesso un'immagine di uomo pragmatico e concreto, lontano da ogni suggestione ideologica. Anche la seconda guerra in Cecenia è stata condotta in maniera accorta, sfruttando la superiorità tecnologica delle forze russe, secondo l'esempio fornito dalla Nato in Kosovo. Putin non ha avuto fretta di conquistare la capitale Grozny, ma sta prendendo tempo per giungere alla pace evitando un eccessivo spargimento di sangue. Ha già preparato un piano di ricostruzione, naturalmente tutto da verificare, e ha ottenuto l'appoggio di alcune forze cecene.

 

Però l'offensiva contro Grozny ha attirato molte critiche sul Cremlino da parte dell'Occidente.

Non bisogna dimenticare che il conflitto è scoppiato quando i ceceni hanno iniziato una sorta di "guerra santa" invadendo la vicina repubblica del Daghestan, senza trovare alcun appoggio tra la popolazione locale. Il vero problema è capire perché un paese che aveva ormai raggiunto l'indipendenza si sia gettato in un'avventura del genere.

 

Forse ci sono in gioco interessi economici riguardanti lo sfruttamento delle risorse petrolifere del Caucaso.

Non direi. Il sogno dei leader ceceni era far passare un grande gasdotto nel loro territorio. Ma quale compagnia investirebbe mai miliardi di dollari in una zona così instabile dal punto di vista politico? Anche se il percorso risulta più lungo, conviene di gran lunga passare per la Turchia.

 

Come si spiega allora l'aggressività cecena?

E' il tipico comportamento di un paese privo di risorse economiche, che non ha nessuna possibilità di essere indipendente, se non a prezzo di abbassare drasticamente il tenore di vita della popolazione. Già prima che iniziasse il conflitto attuale, moltissima gente aveva lasciato la Cecenia per sfuggire alla miseria, mentre a Grozny emergeva una classe dirigente giovane e bellicosa, formatasi durante la prima guerra contro i russi, fortemente propensa al militarismo e al fanatismo religioso.

 

Insomma, a volte l'autodeterminazione dei popoli ha effetti destabilizzanti.

Sì, quando porta alla formazione di Stati che possono garantire ai loro abitanti solo un'economia di sussistenza. E' il caso della Cecenia, ma potrebbe anche essere il caso del Kosovo, se venissero a mancare gli aiuti internazionali. C'è poi un'altra domanda da porsi. Da dove viene l'indubbia efficienza militare dei guerriglieri ceceni? Chi li addestra, chi li finanzia, chi fornisce loro armi piuttosto sofisticate? Non mi azzardo a fare ipotesi, ma è chiaro che dietro tutta la vicenda ci sono forze estremiste del mondo islamico. La guerra costa: sappiamo chi paga dalla parte russa, ma bisogna chiedersi anche chi paga dalla parte cecena.

 

Del resto a Mosca il consenso verso lo sforzo bellico è quasi unanime.

Dopo i terribili atti di terrorismo che hanno colpito la popolazione civile russa, la guerra in Cecenia è diventata un motivo di unità nazionale. L'unico partito che ha sollevato delle perplessità è l'Unione delle forze di destra, un raggruppamento di tendenza riformista e liberale che si è pronunciato contro una soluzione puramente militare. Per inciso vorrei far notare la curiosità per cui in Russia la parola "destra" contraddistingue gli innovatori, mentre il partito xenofobo di Vladimir Zhirinovskij si definisce "liberaldemocratico".

 

La popolarità della guerra ha favorito il successo elettorale delle forze più vicine a Putin e a Eltsin. Ora che il Parlamento russo, la Duma, è più governabile, ci sarà un'accelerazione delle riforme?

Penso di sì. Ora i deputati comunisti non hanno più la forza di bloccare ogni iniziativa. Negli anni scorsi i governi proponevano un bilancio, ma se lo vedevano regolarmente stravolgere dalla Duma, che aumentava in modo spropositato gli impegni di spesa, senza indicare dove trovare i mezzi per farvi fronte. Questa rincorsa demagogica alimentava la corruzione, perché quando le uscite previste superano le risorse disponibili, è la burocrazia a scegliere in modo discrezionale quali stanziamenti effettuare e quali progetti finanziare davvero. E inevitabilmente le relative decisioni vengono sollecitate a suon di tangenti.

 

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