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I diritti dell'individuo nel futuro globale

Antonio Carioti

 


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C'era una volta la "libertà degli antichi", quella delle città greche e della Roma repubblicana, che consisteva soprattutto nella partecipazione del cittadino alle decisioni pubbliche. Poi è venuta la "libertà dei moderni", fondata sulla garanzia dei diritti individuali, che ha finito per amalgamarsi con i principi democratici dell'eguaglianza e della sovranità popolare. Ma resta da inventare una "libertà dei contemporanei", sintonizzata con le vorticose trasformazioni della nostra era e capace di conquistare anche i popoli estranei alla civiltà occidentale giudaico-cristiana.

E' questo, grosso modo, il bilancio che si può trarre dai tre giorni di dibattito del convegno "La Libertà dei Moderni: tra Liberalismo e Democrazia", organizzato a Milano dall'associazione "Società Libera", presieduta da Franco Tatò e diretta da Vincenzo Olita. La discussione, tenuta dal 15 al 17 ottobre, ha coinciso con l'apertura della mostra "Il Cammino della Libertà", di cui riferiamo in un'altra sezione di "Caffè Europa", e ha costituito l'esordio in grande stile di un nuovo importante soggetto nel panorama culturale italiano.

"Società Libera" raccoglie manager, accademici, imprenditori, giornalisti: tutti uniti dall'adesione agli ideali del liberalismo e dalla convinzione che l'Italia abbia la necessità di assimilarli in pieno, ben più di quanto non abbia fatto finora, per portare a termine il superamento di ogni anomalia e la marcia verso il traguardo dell'integrazione europea.

Non è un'avanzata ineluttabile e lineare, quella della libertà. Il politologo Giovanni Sartori, nella sua relazione, ha spiegato che essa consiste soprattutto nell'assenza di impedimenti, nel fatto che si è sottoposti alla legge e non all'arbitrio di altri uomini. Ma anche le norme legislative possono essere liberticide: come ha spiegato il giurista Giuseppe De Vergottini, il nome di Costituzione, che in Occidente designa il baluardo dei diritti civili, altrove è stato assunto da documenti che al contrario sanciscono l'onnipotenza di governanti dispotici.

D'altronde lo stesso liberalismo, ha ricordato nella sua relazione il sociologo Luciano Pellicani, è nato come una dottrina classista, che limitava il godimento della libertà ai benestanti. Solo l'incontro con la democrazia e il socialismo ha permesso di universalizzare i diritti. Ma qui sorge l'obiezione di chi teme la tirannia delle maggioranze o di chi considera l'espansione delle competenze statali, conseguita all'allargamento del suffragio, una grave minaccia per la libertà. Ad esempio per Ralph Raico non è altro che "falso liberalismo" quello che accetta l'intervento pubblico in economia.

Ci sono insomma, come ha sottolineato il costituzionalista Sergio Fois, dei motivi di contrasto fra liberalismo e democrazia non ancora del tutto risolti. E intanto altre nubi tempestose si addensano sulle nostre teste.

Nel momento in cui le attività economiche si trasferiscono in una dimensione sovranazionale, la politica deperisce e parallelamente si afferma quella che il giurista Piergiuseppe Monateri chiama "cittadinanza sottile", fondata sull'accesso ai consumi. Le stesse Costituzioni perdono così d'importanza, a vantaggio di una "lex mercatoria" internazionale definita e amministrata dai grandi studi professionali. Quanto basta per accreditare i timori di Sartori circa la scomparsa del cittadino come soggetto responsabile e interessato alla cosa pubblica.

La cosiddetta globalizzazione nasce dal trionfo del mercato, sempre auspicato dai liberali, ma pone anche ad essi problemi di non poco conto. A Milano li ha sollevati ovviamente Pietro Barcellona, uno studioso di cultura comunista chiamato a fare da contraltare e avvocato del diavolo. Se l'impresa perde ogni vincolo con il territorio e la produzione si scinde da ogni specifico contesto culturale, ha avvertito, il risultato è una "catastrofe di senso", in cui a un cosmopolitismo puramente virtuale corrispondono nel concreto egoismi feroci e chiusure tribali.

Senza condividere gli accenti antimoderni di Barcellona, alcuni liberali dal pedigree impeccabile hanno espresso preoccupazioni altrettanto gravi. Piero Ostellino, portando ad esempio la Russia, ha negato che il mercato possa funzionare senza un sistema legislativo che lo regoli. E ha aggiunto che il capitalismo, abbandonato a se stesso, è in antitesi con la democrazia, poiché tende all'eliminazione del più debole.

A sua volta Sergio Romano ha evidenziato la forza delle resistenze suscitate dalla globalizzazione, soprattutto da parte di una politica che si sente espropriata da poteri finanziari svincolati da ogni responsabilità. Non c'è da stupirsi poi se qualche governante populista attribuisce agli ebrei, o a qualche altro capro espiatorio, la colpa delle crisi che sconvolgono il suo paese.

Sorge qui la domanda posta con forza dal giornalista Enrico Cisnetto: è possibile forgiare strumenti di controllo dell'economia che impediscano al mercato mondiale dei capitali di funzionare come una sorta d'immensa casa da gioco, in cui barare risulta spesso fin troppo facile?

La risposta non è scontata. L'economista Alberto Quadrio Curzio ha sostenuto che i mercati finanziari sono in grado di autocorreggersi, anche perché oggi vi è una maggiore vigilanza da parte degli investitori istituzionali. Non a caso nessuna della grandi crisi di questi anni (Messico, Sud Est asiatico, Brasile, Russia) è sfociata in un crac planetario.

Un altro studioso di economia, Domenico Siniscalco, ha tuttavia notato che esistono vasti settori in cui i mercati rimangono tutti da costruire. Come computare nel calcolo economico i danni ambientali? Come assicurare, in quantità e qualità sufficienti, beni pubblici quali l'istruzione di massa? Sono interrogativi più che mai aperti.

La verità, ha affermato l'amministratore delegato dell'Enel Franco Tatò, è che la globalizzazione non è fatta per i soggetti deboli e rischia di accentuare le disuguaglianze, penalizzando paesi a basso tasso di competizione come l'Italia.

Non a caso, ha rilevato il direttore di "Caffè Europa" Giancarlo Bosetti, oggi al cittadino i governi, compresi quelli a guida socialista, chiedono una maggiore assunzione di responsabilità verso la famiglia, la comunità locale, le future generazioni. C'è bisogno di un individuo più dinamico e meno oneroso per la società, ma non tutti possono essere all'altezza di una simile sfida.

Urge dunque un ripensamento complessivo del modo di organizzare la vita civile. Raimondo Cubeddu, studioso del pensiero liberale, ha tratteggiato un panorama in rapido movimento, nel quale si manifestano spinte contrastanti: da una parte crescono le richieste di nuovi diritti, che alimentano una continua dilatazione delle competenze statali; dall'altra viene meno la coincidenza tra sfera politica e sfera economica, che offriva la cornice entro cui definire l'equilibrio tra preferenze individuali e scelte collettive.

Erano cattivi profeti coloro che annunciavano, nella prima metà di questo secolo, il tramonto dell'Occidente. Ma sbagliava anche chi, dieci anni fa, accolse il collasso del blocco sovietico come il segnale della fine della storia, assicurando che il modello liberale avrebbe regnato ben presto su tutto il pianeta. Non c'è nulla di garantito nella vicenda umana. Sopravvivenza ed espansione della libertà continueranno a dipendere, come nel passato, dalla nostra capacità di creare istituzioni in grado di consolidarla.

 

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