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Hic sunt leones



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La mostra: “Segni e sogni della Terra. Il disegno del mondo dal mito di Atlantide alle reti geografiche”,
dove: Palazzo Reale - Milano,
quando: fino al 6 gennaio 2002.

“Qui ci sono i leoni”: con questa poco invitante informazione gli antichi cartografi designavano le zone inesplorate dell’Africa, utilizzando anche segni, colori e riportando indicazioni. Dentro ogni carta geografica c’è l’uomo, con la sua rappresentazione del mondo, con l’espressione della propria cultura, spesso fatta di simboli e miti. Le carte geografiche non sono altro che “documenti visivi“, una visione parziale e interpretativa, molto legata ai tempi, alle idee e agli scopi per cui sono state concepite, allo stesso modo di un’opera d’arte.

Diversi artisti contemporanei hanno preso spunto dalle carte geografiche: solo tra gli italiani ricordiamo Michelangelo Pistoletto, che ha racchiuso in una palla di carta tre meridiani e paralleli; Luciano Fabro, che ha appeso l’Italia alla rovescia; Claudio Parmeggiani, che ha modificato un mappamondo in portascarpe; Alighiero Boetti, che ha tessuto arazzi riportando mappe con le modificazioni politiche avvenute, e infine Piero Manzoni, che ha ridipinto carte geografiche cancellando i nomi dei luoghi. Sembrerebbe un rapporto poco sereno quello tra arte e cartografia, ma potrebbe essere altrimenti con una scienza che vuole misurare, definire e rappresentare il mondo intero, forse sostituendosi all’artista?

Anche la fotografia si è “confrontata” con la geografia e il suo complesso rapporto può essere racchiuso tra le prime foto aeree scattate da una mongolfiera dal fotografo Nadar nel 1868 nel cielo di Parigi, rilevando una visione totalmente nuova della città, e l’Atlante  di Luigi Ghirri, un viaggio interiore costruito ri-fotografando i segni convenzionali, i nomi dei luoghi e i colori usati negli atlanti moderni.

La terra era rotonda già per Eudosso, Aristotele, Euclide, Archimede e, naturalmente, per Tolomeo. Addirittura Eratostene, già nel terzo secolo avanti Cristo, aveva calcolato la lunghezza del meridiano, sbagliando di poco. Aristarco di Samo, tra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo, aveva invece formulato la teoria eliocentrica - il sole al centro e la Terra che gli gira attorno - che per molti secoli fu il vero oggetto dei grandi scontri ideologici e religiosi. La disputa tra i dotti di Salamanca e Cristoforo Colombo in realtà verteva sull’ampiezza della Terra, che il navigatore genovese riteneva più piccola, e quindi più conveniente da circumnavigare, per giungere in Asia. Colombo sbagliava nei suoi calcoli, ma senza saperlo scoprì un continente. L’acme della disputa sull’eliocentrismo si raggiunse con il processo contro Galileo Galilei, senza però mettere in discussione la rotondità della Terra.



Bisogna arrivare all’Ottocento per trovare l’attribuzione della visione piatta del Medioevo: la cultura laica l’attribuisce alla chiesa, che non accettava la teoria eliocentrica. La polemica era basata sull’interpretazione, errata, delle carte medievali che avevano lo scopo enciclopedico di rappresentare tutto il conosciuto e anche, con estrema fantasia, l’ignoto ma, come tutte le carte, non poteva che mostrare una terra piatta, distesa su un foglio.

Per meglio capire la posizione dei Padri della Chiesa, a Sant’Agostino la sfericità della Terra interessava poco: piatta o tonda, per salvarsi l’anima serviva altro. Un’approfondita disamina dell’argomento si trova nel saggio di Umberto Eco contenuto nel catalogo che accompagna la mostra “Segni e sogni della Terra. Il disegno del mondo dal mito di Atlantide alle reti geografiche”, attualmente a Palazzo Reale di Milano, aperta fino al 6 gennaio 2002.

Nella cartografia un ruolo importante è ricoperto dall’Istituto Geografico De Agostini - ci ricordiamo gli ingombranti atlanti di scuola? - che in occasione dei suoi cento anni ha organizzato la mostra assieme al Comune di Milano.

L’Istituto Geografico De Agostini nasce nel 1901 a Roma - e non a Novara dove invece si trasferisce sette anni dopo - per volontà del geografo Giovanni De Agostini, fratello del salesiano Alberto Maria, uno dei primi esploratori della Patagonia. Giovanni, grande geografo ma pessimo amministratore, nel giro di pochi anni portò al fallimento l’azienda, che però fu rilevata da Marco A. Boroli e Cesare A. Rossi e poté così continuare a inondarci di carte, mappe e libri per farci viaggiare senza perderci.

Scopo della mostra non è solo ripercorrere la storia della rappresentazione della Terra attraverso le mappe o i globi, ma anche ricostruire l’evoluzione delle leggende, il progresso delle idee, fino a giungere alla visione satellitare e alla nuova geografia disegnata dalla Rete di Internet, considerando tutte le civiltà che hanno rappresentato l’immagine della Terra.

Il percorso si snoda dal 2000 a.C., con la necessità dell’uomo di inserirsi nel mondo al centro delle rappresentazioni, fino al 2000 d.C., toccando non solo la storia della scienza ma anche l’arte, la politica e le idee. I cartografi greci avevano una visione scientifica, mentre i romani più indirizzata verso l’amministazione del territorio. Nel Medioevo, erroneamente considerato periodo buio, vennero recuperati e salvati molti di questi documenti greci e romani che rischiavano di andare persi per sempre. Le carte medievali però rappresentavano di tutto un po’, dalle piante ai luoghi di battaglie, ai siti ed eventi mitologici (la città di Troia, il monte Olimpo), ma soprattutto luoghi santi ed episodi legati alla Bibbia, e quindi non fornivano indicazioni geografiche precise, tanto che i crociati per raggiungere la Palestina chiedevano per strada “mi scusi, sa dirci dove dobbiamo andare per Gerusalemme?”.

Solo a partire dal sedicesimo secolo, quando le esigenze coloniali lo imposero, le indicazioni diventarono più precise, anche con riferimenti etnografici, botanici e zoologici. La rappresentazione della Terra diventò strumento di conoscenza ma soprattutto di potere: i globi e le carte vennero donati ai sovrani, diventarono simbolo di potenza, e proprio in quel periodo ne vennero prodotti di grandi e magnifici. Sempre più precisi e dettagliati, diventarono anche strumenti militari per conoscere il territorio e disporre fortificazioni a difesa dei sempre più vasti possedimenti coloniali. Ma l’interesse non era solo verso terre lontane, e iniziarono così ad apparire mappe delle città o mappe tematiche, dedicate solo all’agricoltura, alle risorse minerarie o alle acque.

Per misurare il nostro mondo, due sono le direzioni alle quali i cartografi hanno guardato: per terra e verso il cielo. Se gli agrimensori romani o i topografi moderni guardano “dove mettono i piedi”, il citato Eratostene e i navigatori mettono il “naso per aria”. E dal cielo vengono le ultime meravigliose rappresentazioni della terra, grazie ai satelliti che ci danno un’idea scientificamente esatta, ma che ancora non toglie il gusto di sognare luoghi lontani e sconosciuti: “Hic sunt leones”.

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