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248- 06.03.04


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Quando la sera andavamo in rue d'Ulm

Massimiliano Panarari


Rue d'Ulm, 45, Parigi.
Può sembrare un indirizzo qualsiasi, e invece corrisponde a quello di una delle istituzioni del sapere più venerate e rispettate di Francia, una delle più antiche Grandes écoles: l'École Normale Supérieure (Ens, o, più familiarmente, la "Normale Sup"). Uno dei templi della cultura e della formazione, dove, applicando quel sistema di reclutamento e selezione della futura classe dirigente molto duro e così tipicamente francese (e per questo ammirato e detestato), si forma il ceto intellettuale (e non solo) transalpino. All'insegna di una storia davvero onusta di gloria e carica di tradizioni, dal momento che l'Ens nasce dalla fusione, avvenuta nel 1985, dell'École normale supérieure de la rue d'Ulm (fondata il 9 brumaio dell'anno III secondo il calendario rivoluzionario, ovvero nel 1794, da Napoleone) e l'École normale supérieure des jeunes filles di Sèvres (1881). Proprio da questo luogo, che mescola irresistibilmente l'idea della meritocrazia e della dedizione allo studio quale veicolo di promozione (e nel quale, però, come in tutte le cose umane, si perpetuano anche alcuni vizi sociali, esattamente a partire da quella eterna riproduzione della classe dirigente e del mandarinato che mandava su tutte le furie il grande Bourdieu, uno dei suoi ex allievi più celebri), prendono le mosse l'attività e l'avventura intellettuale di una pattuglia di intellettuali destinati a lasciare un segno decisivo - e, soprattutto, trasgressivo - sul pensiero dei decenni successivi. Il santuario della cultura accademica e alta ha generato e allevato nel proprio seno, per una sorta di nemesi della storia intellettuale recente, il drappello dei pensatori antiaccademici per eccellenza, i quali, però, riconosceranno sempre il proprio debito culturale e formativo nei confronti della venerabile Normale Sup.

Il filosofo al di lö delle etichette
Quando la sera andavamo in rue d'Ulm
Contro il terrore
Sfogliando le biografie delle star della filosofia francese anni '70 (i protagonisti del post-strutturalismo), chiamata poi a esercitare un'influenza così rilevante sulla cultura contemporanea, il tratto in comune coincide proprio con l'aver trascorso gli anni degli studi superiori all'interno di questo istituto che ha il compito preminente di formare i docenti del liceo, i quali, dopo un periodo nelle scuole secondarie, cominceranno a insegnare presso l'università. In particolare, Jacques Derrida, il teorico della differenza e del decostruzionismo, per il quale l’esperienza dello studio della filosofia accademica e l’analisi dei classici del pensiero avvenuta durante il periodo passato all’École Normale, si collocano alla base stessa della “scommessa intellettuale” della decostruzione, pilastro fondamentale della sua opera. Un metodo – linguistico, psicanalitico e molto altro ancora, fondato sulla contaminazione e la disseminazione dei saperi e alimentato attraverso le tesi degli autori della “scuola del sospetto” (Marx, Nietzsche e Freud) – consistente nel disvelare, proprio mediante la lettura e il “corpo a corpo” con i grandi testi della tradizione filosofica, il rimosso, il non detto, il non esplicitato dagli autori, quella stratificazione di giudizi di valore e visioni del mondo che hanno istituito l’Occidente e la sua ragione.

La parabola illuminista di Derrida
Le affinitö elettive fra il decostrutture e il grande schermo
Come una superstar
Derrida nella rete
La poderosa – e alquanto complessa – critica della razionalità filosofica e politica del nostro mondo concepita da Derrida e destinata a fama planetaria non esisterebbe, dunque, senza l’École Normale. È all’interno delle sue belle e austere sale che Derrida apprende – sotto la direzione di Maurice de Gandillac, studioso della filosofia medievale e suo supervisore lungo l’intera carriera accademica, dal Mémoire sino alla presidenza della commissione che lo nominerà professore ordinario nell’83 – lo stile Ens della dissertation e la modalità di esegesi che obbliga gli studenti a interrogare i testi filosofici formulando domande e problematiche che sovente esulano dalle intenzioni dei loro autori.

Ed è sempre là che Derrida e tutta la sua generazione studiano la fenomenologia (reazione alla vecchia egemonia dello spiritualismo bergsoniano), indirizzo via via dominante in seno all’École, la quale ne diviene il più importante centro di diffusione francese; e attraverso Husserl, introdotto in Francia da Sartre e Lévinas, e diffuso da Merleau-Ponty, entra in Francia – e viene sottratto al nazismo – Heidegger; e, infatti, nascono come fenomenologi anche molti altri post-strutturalisti (da Foucault a Lyotard), mentre a veicolare l’heideggerismo è un altro docente della Normale, Jean Beaufret. A insegnare Marx a Derrida (e ai suoi compagni di studi Pierre Bourdieu e Gérard Granel) provvede l’allora assistente dell’École Althusser, uno dei maggiori filosofi marxisti del dopoguerra, mentre Jean Hyppolite tiene loro i corsi su Hegel, chiudendo il cerchio di quella che sarebbe diventata la rinnovata filosofia accademica francese delle tre “H” (Hegel, appunto, Husserl e Heidegger).

La Normale Sup di quell’epoca (anni Cinquanta) costituisce, dunque, l’autentico laboratorio del “68 pensiero”, quell’antiumanismo bersaglio degli strali del fortunato pamphlet dei filosofi Luc Ferry (ministro dell’Éducation nationale in carica dell’attuale governo di centrodestra di Jean-Pierre Raffarin) e Alain Renaut (volume uscito in Italia nel 1987 per Rizzoli, quando i due erano, rispettivamente, professori a Lione e Nantes e dirigevano il Collège de Philosophie). Una modalità di pensare – e decostruire – la politica, la ragione, il soggetto e il mondo, che costituisce da decenni la bestia nera della destra culturale, liberal-conservatrice e neoliberista-reaganiana e che è diventata non a caso, all’insegna di sperimentalismi e contaminazioni di ogni sorta, la bandiera della sinistra radical e pomo (postmoderna) nelle università americane. Estendendosi, poi, dall’ormai celebre “radicalismo dei campus” a svariati altri ambiti, dove si è assistito alla progressiva "canonizzazione" di Derrida, al trionfo di quello che viene definito il "patois foucauldien" nei cultural studies, alla popolarità irresistibile di Deleuze (nella forma di un citazionismo un po' a pillole, assai fervente e devoto) presso cineasti californiani e galleristi dell'East coast.

Vale a dire, il French touch della filosofia, come è stato ribattezzato in sintonia con i sofisticati dj e produttori di musica elettronica francesi che spopolano nei club più di tendenza del pianeta, da New York e Londra a Tel Aviv. La “nuova teoria critica” piuttosto negletta proprio a Parigi ha trovato il proprio approdo sicuro ed è stata così rilanciata su scala autenticamente planetaria dagli Usa – come ha documentato in maniera finalmente sistematica e completa il libro, da poco uscito in Francia, di François Cusset, il precedente direttore del Bureau du livre français a New York, intitolato French Theory. Foucault, Derrida, Deleuze & Cie et les mutations de la vie intellectuelle aux Etats-Unis (La Découverte). Ovvero, uno dei volumi che alimenta il vero e proprio profluvio di libri delle ultime settimane, in Italia e Francia, di e sul teorico della différence.

Libri, film e nuove uscite: per saperne di più.
Segnaliamo alcuni titoli per la biblioteca personale dei lettori di Cafféeuropa: l’utilissima Introduzione a Derrida di Maurizio Ferraris (Laterza; contenente anche una precisa ricostruzione degli anni trascorsi dal filosofo presso l’Ens) e Filosofia del terrore. Dialoghi con Habermas e Derrida, (a cura di Giovanna Borradori, ancora per Laterza). Mentre di Derrida come autore sono appena usciti Memorie di cieco. L’autoritratto e altre rovine (a cura di Federico Ferrari, Abscondit) e Stati canaglia (Raffaello Cortina, che, alla fine di aprile, manderà in libreria un nuovo titolo del pensatore francese, Il monolinguismo dell'altro). Sellerio, infine, ripubblica oggi un’antologia famosa (uscita per la prima volta nel ’79) di scritti degli esponenti principali del post-strutturalismo(da Lyotard a Serres, da Foucault al nostro Derrida): Politiche della filosofia (per la cura di Dominique Grisoni).

Libri, ma anche film, a testimonianza di una notorietà che ha largamente oltrepassato l’ambito degli addetti ai lavori: dopo Bourdieu (cui Pierre Carles aveva dedicato il lungo documentario La sociologie est un sport de combat), è ora la volta proprio del padre del decostruzionismo, di cui in Derrida (uscito nel dicembre dell’anno passato e con la colonna sonora di Ryuichi Sakamoto; www.derridathemovie.com), gli americani Kirby Dick e Amy Ziering Kofman (sua allieva a Yale negli anni '80) ripercorrono alcuni dei momenti fondamentali della biografia pubblica e privata.

 

 

 

 

 

 

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