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248- 06.03.04


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La parabola illuminista di Derrida

Stefano Catucci


Dalle pagine del quotidiano Il Manifesto, riproponiamo la recensione, pubblicata il 20 gennaio 2004, di Stefano Catucci al libro Introduzione a Derrida, di Maurizio Ferraris, pubblicato da Laterza (2003, pp 176, euro 10,00).


Se Jacques Derrida sia un filosofo, un critico letterario, un sofista, uno scettico, un prestidigitatore della parola o piuttosto una specie di imbroglione magico, un trickster, è una questione che non divide più gli animi, né suscita più le resistenze e l'irritazione degli ambienti accademici, come ancora accadeva verso la fine degli anni Settanta. A partire dal decennio successivo, insieme alla fama planetaria, è arrivato infatti per Derrida anche l'unanime riconoscimento al rilievo filosofico del suo pensiero, quando non si è giunti addirittura alla canonizzazione della sua figura, assunta oggi nel ristrettissimo novero dei classici contemporanei. Il libro che Maurizio Ferraris gli ha ora dedicato (Introduzione a Derrida, Laterza) è al tempo stesso un prodotto di questo processo e un rovesciamento dei suoi taciti presupposti. Un prodotto, perché la ricostruzione del percorso filosofico di Derrida dagli esordi fino agli esiti più recenti implica la possibilità di leggerlo come un classico e di storicizzarne il cammino. Un rovesciamento, perché nel momento in cui l'operazione viene tentata senza autocompiacimenti e senza manierismi letterari, ma mettendo a fuoco precisamente lo sviluppo della sua filosofia, l'immagine di Derrida si modifica sotto i nostri occhi e il suo pensiero cessa di presentarsi come una superficie porosa, reversibile, negoziabile, rivelandosi, al contrario, come un organismo sorprendentemente compatto, un pensiero con la cui radicalità e il cui rigore non si è ancora cominciato a fare i conti.

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La quarta di copertina, lapidaria, definisce molto bene il volume: un'«esposizione completa, critica e concisa, non delle suggestioni o dello stile di Derrida, ma delle sue teorie». Ed essenziali sono anche gli strumenti che Ferraris adopera per assolvere al compito che si è proposto: anzitutto un linguaggio asciutto e chiarissimo, privo di concessioni all'idioletto derridiano; quindi una puntuale contestualizzazione dei suoi lavori nel panorama della filosofia contemporanea, francese e internazionale; infine una semplice ripartizione degli argomenti in tre periodi distinti, dagli studi fenomenologici degli esordi ai lavori sulla scrittura, la traccia e la grammatologia, nel passaggio fra gli anni Sessanta e Settanta, per approdare al «cambio di registro» degli anni Ottanta, polarizzato intorno al problema degli «oggetti sociali».

È probabile che il ritratto di Derrida tratteggiato da Ferraris non piaccia a molti dei suoi ammiratori e che, sottotraccia, il libro rechi con sé proprio il programma inconfessato di difenderlo non tanto dai critici, quanto dagli apologeti. D'altra parte, quando si stilizza un percorso intellettuale ramificato come quello di Derrida, esporlo a una sistematizzazione che richiede qualche forzatura è inevitabile. Quel che però si perde sul piano della dispersione e dell'eloquenza saggistica dei contributi derridiani, viene guadagnato dal lato di una lettura che considera il suo pensiero non come la prima delle «non-filosofie» del postmoderno, pregiudizio largamente diffuso, ma come l'ultima delle grandi filosofie del Novecento. Se Derrida, scrive Ferraris, «prende in parola» la tradizione metafisica e «la porta al limite», evidenziandone le contraddizioni interne, il suo obiettivo non consiste nel decretarne la fine o nel constatarne semplicemente i fallimenti, ma nel rilanciarne la posta in gioco giungendo fino alle estreme conseguenze di un atteggiamento che finisce per chiedere all'esperienza vissuta «lo stesso rigore della scienza».

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Un estremismo idealistico, osserva Ferraris, il cui riflesso emblematico sta in quel concetto di «possibilità necessaria» che a Derrida deriva dall'interpretazione di Husserl e che lo accompagna fin da La voce e il fenomeno (1967): se qualcosa è possibile, nella logica come nella realtà, allora bisogna tenerne necessariamente conto, dato che la possibilità non è un accidente della cosa, ma appartiene alla sua essenza ed è ineliminabile dal suo concetto. Dall'assunzione rigorosa di questo principio deriva la tendenza alla «iperbolite» argomentativa che Derrida stesso si è diagnosticato, osserva Ferraris, ma che lungi dal farne semplicemente un sofista, o un giustiziere delle contraddizioni filosofiche, lo mette in dialogo con una tradizione di cui il suo pensiero costituisce un esito estremo e coerente.

In Kant vi sono esempi tipici di «possibilità necessaria»: se ci è data la possibilità di essere morali, allora dobbiamo esserlo; se ci è data la possibilità di sapere, dobbiamo cercare di sapere. «I due piani non si equivalgono, ma tale non è l'avviso di Kant, né di Derrida, che lo porta anzi alle estreme conseguenze» massimizzando gli argomenti classici della filosofia trascendentale. Proprio di questa filosofia Derrida cerca di riformulare le istanze critiche, partendo dallo smascheramento della rimozione che ripetutamente, nel corso della storia, ha investito non l'essere, come voleva Heidegger, ma le condizioni materiali del discorso, i mezzi attraverso i quali si costituisce il senso dell'idealità. Il rimosso, per Derrida, è la scrittura, o meglio ancora l'«archiscrittura», intesa come quel sistema del rinvio da una traccia materiale a un'idea, a un significato, che la metafisica ha sostituito con il sogno della piena presenza del soggetto a se stesso o dell'oggetto a un soggetto.

D'altra parte, l'ossessione della presenza, vera e propria «nevrosi della filosofia» dalle nefaste conseguenze etico-politiche, non può essere autenticamente superata, ma solo tenuta a bada tramite un'opportuna terapia filosofica. L'idea della «decostruzione» come forma di «analisi interminabile» da applicare ai testi della tradizione filosofica si fonda su queste premesse. Ma il fascino del lavoro critico di Derrida, i geniali esercizi di interpretazione con i quali ha smontato interi canoni della filosofia occidentale, ha fatto spesso perdere di vista l'altro principio per lui fondamentale, sul quale Ferraris richiama opportunamente l'attenzione: l'idea che la «decostruzione» possieda anche, sempre, il senso di una «costruzione», e che la terapia non possa «promettere di guarire il male», come scrive Ferraris, ma solo di «renderlo sopportabile» ripensando gli stessi termini della filosofia classica in una forma consapevole delle sue tentazioni nevrotiche e quindi, forse, capace di scongiurare i loro effetti.

I nuclei essenziali del pensiero di Derrida giungono a maturazione, secondo Ferraris, negli scritti che compongono il volume Della grammatologia (1967). Dopo di allora, la sua produzione saggistica si moltiplica esponenzialmente. Il suo stile si fa più colloquiale, aderente al parlato delle conferenze. Gli argomenti riflettono l'esigenza di un continuo «dialogo con il presente», con le sue urgenze filosofiche e politiche, dal quale emergono con crescente distinzione motivi etici rimasti, fino ad allora, sottotraccia. È il momento nel quale Derrida applica i paradossi della «possibilità necessaria» a quelli che Ferraris chiama «oggetti sociali»: istituzioni, leggi, relazioni politiche. Ed è il momento in cui la struttura di rinvio della scrittura, la negazione del feticcio metafisico della presenza e il privilegio di un'ontologia della mediazione cominciano ad articolarsi negli spazi dell'intersoggettività: dal problema della «cosa» si passa a quello del «dono», ovvero dell'ente la cui definizione esige che non si possa fare a meno dell'altro da cui la donazione proviene; dall'idea della verità si passa ai modelli della testimonianza e dell'autobiografia; dal nesso heideggeriano fra morte e autenticità al privilegio dell'esperienza del lutto, cioè di una mediazione fra il sé e la memoria dell'altro che appare, ancora una volta, interminabile.

Agli occhi di Ferraris, l'ultimo Derrida sembra raccogliere tanto dall'attualità, quanto dalla storia del pensiero, occasioni di riflessione che fortificano il senso di una filosofia radicale e rigorosa il cui programma si rivela essere molto vicino a quello di Foucault, quasi che a distanza di anni dalle polemiche che li divisero sia possibile ritrovarli sulla strada di un cammino comune. Quello di un rinnovamento dell'illuminismo che Derrida, coerentemente, concepisce senza l'ideale di una trasparenza ultima, senza l'idea di un totale rischiaramento del sapere. Un illuminismo inteso come compito indefinitamente aperto per la filosofia, e per il quale Derrida continua a lavorare.


 

 

 

 

 

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