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Il Dio Ogun è ancora tra noi



Wole Soyinka con Marco Fazzini




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L’opera di Wole Soyinka, poeta drammaturgo e saggista nigeriano, è attraversata dalla fusione di culture diverse. Formatosi al teatro tra gli ambienti delle avanguardie europee dei primi anni Sessanta, Soyinka ha sempre scritto del suo popolo, delle sue tradizioni, cercando di creare con la letteratura un legame tra il passato e la condizione contemporanea della realtà. I suoi scritti sono allora pervasi di miti della religione Yoruba della Nigeria Occidentale, ma allo stesso tempo raccontano situazioni attuali e non mancano di confrontarsi con la denuncia dei mali dell’Africa post-coloniale, dal razzismo alle sanguinarie dittature militari.


In una terra come l’Africa, percorsa da innumerevoli culture e linguaggi, la questione della traduzione letteraria si presenta come un nodo centrale dell’attività di uno scrittore, la strada per portare la letteratura a persone che parlano e comprendono lingue diverse. A Wole Soyinka è stato conferito il Premio “Vita di Poeta” nell’ambito del Premio Internazionale di Poesia e Traduzione - Fondazione Carisap di Ascoli Piceno.

Professor Soyinka, parlando strettamente di poesia, è ancora possibile secondo lei scrivere e leggere tenendo a mente, in maniera moralmente e intellettualmente imperativa, l’impegno civile e sociale della scrittura?

Non l’ho mai pensato. La scrittura è un’attività sociale e collettiva perché l’umanità è così varia che è inevitabile avere sia opere legate a questioni sociali, che opere direttamente legate ai nostri stati d’animo. Ho sempre insisitito nel dire che queste sono scelte che deve fare lo scrittore, altrimenti si rischia di scendere nella scrittura di propaganda, una scrittura totalmente menzognera. Mi piace prendere una poesia e gustarmela per il modo in cui allarga e approfondisce orizzonti umani, senza che sia necessariamente impegnata da un punto di vista politico. Così, se confesso di essere un consumatore di questo bene creativo non posso negare che sia giusto e assolutamente veritiero.


Ma da dove nasce la poesia? Da un’immagine, da una frase, o esiste un periodo di gestazione che risponde a una volontà intellettiva più ampia e più alta?

La risposta è in una combinazione di quello che lei dice. Può nascere da un’immagine che mi sono tenuto nella mente, o da un fenomeno che si traduce immediatamente in un’immagine o in un’espressione che poi va a descrivere un’esperienza totalmente diversa, o da un concetto puramente intellettuale che mi commuove. Può funzionare indifferentemente attraverso un concetto politico o emotivo, talvolta attraverso uno stato d’animo nel quale mi trovo, nelle ore piccole della notte. Ricordo che tempo fa questo stato d’animo mi fu procurato stando seduto in un bar, osservando la gente che si muoveva tra il fumo, i loro gesti, come se stessero dentro una caverna. È un processo dagli svariati aspetti, non riesco a definirlo o catalogarlo con precisione: la sua gestazione, ad esempio, può essere breve o lunghissima.

Parliamo di ispirazione e influenze letterarie. Durante la sua carriera ha mai tenuto in mente qualche modello, o ha tratto idee da qualche scrittore in particolare?

No, non riconosco nessun tipo di influenza letteraria. Lascio questa attività ai critici. Considero la creatività come una giuntura sempre attiva attraverso variazioni ben congegnate, consciamente o inconsciamente, sopra sentieri inventivi sempre nuovi. Si può dire che L’opera da tre soldi di Brecht si è plasmata sull’Opera del mendicante di John Gray, e che ne esistono versioni ambientate in Nigeria e nella Repubblica dell’Africa Centrale: sono influenze dirette e scoperte. Per ciò che mi riguarda sento di non avere alcun controllo sulle influenze inconscie e nascoste sul mio operare.

La figura di Ogun, Dio della Guerra e della Creatività, dei Metalli, della Strada, ma anche Riparatore di Diritti, Esploratore (Colui che va per primo) è sempre stata una presenza costante nella sua opera sin dal poemetto Ogun Abibiman, che lei scrisse nel 1976 per lanciare un ferreo invito alla lotta contro le disuguaglianze razziali del Sud Africa. Potrebbe descrivere la particolare attrazione che questa divinità le ispira?

Ogun rappresenta il volto ricorrente della condizione umana, la componente creativa dell’uomo ma anche la sua distuttività. La particolarità di Ogun, una delle tante divinità yoruba, risiede nella prerogativa del rimorso e della restituzione nei confronti degli umani. Si tratta di un dio lirico, eppure è anche il protettore delle aziende agricole e il demiurgo che sovrintende allo sviluppo tecnologico, oltre ad essere il Dio dei Metalli. Per questo lo vedo particolarmente pertinente allo sviluppo scientifico contemporaneo: si pensi ai piloti, agli astronauti, ai motociclisti. È uno strano individuo, lirico e guerriero, e contiene quella mistura di elementi diversificati che mi attrae particolarmente e che mi spinge a investigare ulteriormente il personaggio.

Negli Stati Uniti lei ha contribuito alla nascita di un nuovo centro di studi sulla traduzione, un’attività letteraria molto spesso considerata un’arte minore nel campo della scrittura. Quali idee stanno alla base di questo progetto?

Nasce dal fatto di essere un soggetto coloniale, uno che ha subito l’imposizione di una lingua straniera come mezzo d’espressione, ma anche dal fatto di essere cosciente che il popolo yoruba è diviso in aree anglofone, francofone e addirittura germanofone, in particolare verso la costa del Togo. Molte nazionalità africane, di converso, sono confluite all’interno dello stesso confine nazionale, e lo stesso di conseguenza è avvenuto per molte lingue. Sono convinto che molte etnie e molti ceppi linguistici debbano essere preservati per assicurare continuità alle diverse identità, portatrici a loro volta di culture e storie del tutto singolari. La traduzione quindi assume una particolare funzione ed è per questo che è sempre stata una preoccupazione intorno alla quale ha ruotato il mio lavoro.

Quando negli anni Sessanta, con l’appoggio di Senghor, si pensò di promuovere lo swahili come lingua di tutta l’Africa Nera, la traduzione divenne una strategia non solo linguistica, ma anche culturale e politica. Ovviamente, per poter diffondere le opere scritte in altre lingue e renderle visibili ad un più ampio pubblico africano, la traduzione in lingua swahili risultò uno dei programmi sui quali si puntò con maggiore insistenza. La traduzione per me, quindi, va di pari passo con la creatività.

Inoltre di recente, presso l’Università del Nevada, l’Istituto di Lettere Moderne ha avviato un particolare programma per la traduzione letteraria, sia per promuovere la traduzione in inglese di opere scritte in altre lingue, sia per concedere borse di studio e di ricerca su autori e poetiche. È curioso osservare che il tutto avviene a pochi passi dai casinó di Las Vegas, dove temo che l’interesse per la traduzione e la poesia sia molto scarso. Tutto questo si finanzia attraverso uno speciale progetto che prevede entrate da collezionisti di opere e libri d’arte; tutti i proventi sono indirizzati verso la traduzione e il finanziamento di uno speciale asilo per scrittori perseguitati in tutto il mondo da governi corrotti e totalitarismi di spietata violenza.

Pensa che il ruolo dell’intellettuale africano sia cambiato negli ultimi anni?

Penso che lo scrittore africano non sia stato costretto solamente a confrontarsi fin dall’inizio con il potere coloniale e con quello neo-coloniale, sia economico che culturale, e poi con le multinazionali e la globalizzazione, ma soprattutto a guardarsi bene dal modo in cui quelle presenze sono diventate degli slogan di distruzione provenienti dai così detti “padroni coloniali interni”. Visto che in Africa barcolliamo fra un’orrenda tragedia e un’altra, si è ormai capito che il potere e la volontà di dominare e di opprimere non ha colore, e che lo scrittore deve mettere la sua penna in quelle pieghe in cui si riesce a denunciare i nemici.

Basti pensare non solo ai megaliti dell’industria, ma anche ai megaliti dei mezzi d’espressione; stanno iniziando a controllare anche i piccoli giornali o le piccole riviste in mano oggi a individui senza volto che riescono a gestire e a indirizzare l’indole e l’ideologia del giornale. Credo nella libertà di parola.

 

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