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Per batterlo ci vuole senso della misura



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“Raison garder”, non abbandonarsi a giudizi fuori misura su Berlusconi e la situazione politica italiana. Non precipitarsi a parlare di "fascismo» o di "regime" come hanno fatto diversi suoi concittadini. E’ questa la preoccupazione che Marc Lazar, professore di Scienze Politiche all’Università di Parigi e all’Institut d'Études Politiques, affida a un articolo pubblicato sulla prestigiosa Esprit (la rivista progressista liberal-democratica e cattolica fondata da Emmanuel Mounier nel 1932), e ripreso integralmente da Caffè Europa. Lazar si rivolge ai propri connazionali, troppo inclini, a suo parere, a dare "lezioni di democrazia all’Italia". Ma la sua analisi è rivolta anche alla sinistra italiana, perché impari a liberarsi del berlusconismo senza farsi prendere dal panico o dalla depressione cronica. Il ragionamento sull’Italia è adesso complicato, professor Lazar, dall’assassinio di Marco Biagi.

"E’ un atto terribile per l’Europa occidentale. Un fatto che mi impressiona e spaventa. Ma purtroppo, leggendo questa mattina i giornali, non sono rimasto sorpreso da quanto è accaduto. Me l’aspettavo. C’è infatti qualcosa che mi impaurisce molto dell’Italia - l’ho anche scritto alla fine dell’articolo su Esprit -, ed è il processo di radicalizzazione dello scontro tra governo e opposizione. Se da un lato il governo dimostra chiaramente di non amare l’opposizione, di odiare gli intellettuali e la cultura, di sospettare ovunque complotti, dall’altro lato mi sembra che in una parte dell’opposizione ci sia una qualche tentazione di radicalizzare il contrasto. E’ una situazione pericolosa per l’Italia. Ho paura soprattutto della deriva verso la violenza verbale e fisica che può compromettere la dialettica politica nel paese. E non mi stupisce che alcuni gruppetti di estremisti approfittino della situazione".

Qual è il significato dell’operazione di Esprit sull’Italia?

"Non c’è nessuna operazione. L’articolo è nato da una riunione del comitato di redazione della rivista, di cui io sono membro. Durante la riunione, interamente dedicata all’Italia, mi è stato chiesto un contributo, che ho scritto molto in fretta, in non più di due giorni. L’articolo poi è uscito su un numero speciale di Esprit dedicato alla cultura popolare, ossia a un argomento che non aveva nulla a che vedere col caso politico italiano. Insomma quest’articolo rispecchia solo la mia interpretazione delle cose italiane, non la posizione ufficiale della rivista".

Perché l’ha scritto?

"In Francia c’è molta attenzione per quanto sta accadendo in Italia. Un interesse accresciuto dalla prossima apertura del Salone del libro di Parigi (dal 22 al 27 marzo, ndr), che avrà l’Italia come ospite d’onore. Il mondo intellettuale e in parte anche politico ha espresso preoccupazione per la stabilità democratica del vostro paese. Il mio articolo è una sorta di risposta a queste preoccupazioni".

Ma nel suo articolo si parla anche molto della (e alla) sinistra italiana. Secondo lei cosa dovrebbe fare l’opposizione per non affrontare in modo per così dire isterico la questione Berlusconi?

"Credo che, dopo aver subito una sconfitta elettorale come quella in cui è incappato il centro-sinistra nel 2001, la prima cosa da fare sia capirne le ragioni per poi ricostruire una strategia, un’identità. A volte si tratta di processi molto lunghi. Il Labour party britannico ha impiegato 15 anni per tornare al governo. Anche in Francia, dopo la sconfitta del 1993, si aprì una fase di recriminazioni e imputazioni reciproche di colpe e di errori. E’ quello che sta succedendo in Italia. Ma non è sufficiente. Occorre anche che il centro-sinistra si sforzi di capire il fenomeno che ha di fronte, le ragioni della vittoria di Berlusconi, prima di ripensare la strategia dei partiti e di scegliere una nuova leadership.

"Mi rendo conto che la mia è solo la posizione di un intellettuale francese che non vive in un paese, l’Italia, in stato di emergenza, alle prese con le sfide permanenti di un governo che è all’offensiva su quasi tutti i fronti. Ma di una cosa sono convinto: gli anatemi e le condanne non servono a nulla; al contrario, rischiano di radicalizzare ancora di più il contrasto tra maggioranza e opposizione invece di aiutare a trovare risposte per i veri problemi sollevati tanto dall’azione del governo Berlusconi quanto insiti nella società italiana. La vera questione da risolvere, infatti, è quella dell’incapacità del centro-sinistra a rispondere alle attese di una parte della società italiana".

Nel suo articolo lei sostiene che la Francia non ha il diritto di dare lezioni all’Italia, e che invece il nostro paese andrebbe analizzato profondamente quale teatro di "rivoluzioni invisibili". Insomma, la democrazia italiana è un’anomalia o un laboratorio politico?

"E’ un laboratorio. Nella società italiana si riscontrano alcune tendenze tipiche anche a livello europeo: il declino dei ceti operai classici, l’ascesa dei ceti medi, il progresso dell’individualismo, l’esclusione di una parte della società dal mondo produttivo e dal sistema politico, quella stessa parte che, quando va a votare, esprime un voto di protesta. Sono tutti mutamenti che valgono per l’insieme dei paesi europei. In questo senso, al di là della specificità italiana, il vostro paese è per me un laboratorio a livello europeo. Certo, Berlusconi è un fenomeno tipicamente italiano, ma la patologia democratica riguarda tutto il Vecchio Continente".

E l’Ulivo?

"Ecco, l’Ulivo invece è davvero una peculiarità italiana, una formula politica che non ha riscontri in nessun altro paese europeo. A mio avviso dev’essere completamente ripensato, così come la gauche plurielle francese, che è quasi morta. Tuttavia c’è un aspetto dell’Ulivo che ha un valore universale: è infatti un’aggregazione di diverse anime riformiste, una coalizione che solleva con forza il tema del riformismo. I problemi che si pone l’Ulivo (come mantenere il Welfare seppure modernizzandolo, come assecondare l’individualismo che emerge dalla società senza perdere il senso della solidarietà ecc.) sono problemi esemplari del riformismo europeo".

Professor Lazar, lei sostiene che Berlusconi durerà a lungo ma in fondo "non così a lungo". Ed elenca una serie di punti deboli del Presidente del Consiglio e della sua coalizione. Secondo lei qual è l’handicap principale di Berlusconi?

"Se stesso. La sua personalità. La sua megalomania. Su questo non ho dubbi. La continua ricerca degli interessi privati, la debolezza personale, la cieca fiducia nelle proprie capacità. Lo ripeto, il tallone di Achille di Berlusconi è Berlusconi".

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