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Aspettando de Sade



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Cos’è l’anoressia?


L’assente provoca sempre infinite discussioni, nel bene e nel male. Si discute di lui, di come ci si rapporta a lui, di come si cresce in sua assenza; lo si vezzeggia o si dilania, ma lo si può anche vedere con occhi colmi di gratitudine, perché si è avuto il tempo di riconoscere e assorbire eventi condivisi. Questo tipo di assenza confina con l’attesa, perché prevede o spera un ritorno o un’apparizione.

Ma anche in questa circostanza le cose possono complicarsi. Di questo (e altro) parliamo con Laura Pasetti che, dopo vari lavori con Giorgio Strelher (Le Baruffe Chiozzotte, Faust) e Luca Ronconi (l’ultimo è Il sogno di August Strindberg), iin tournèe in questi mesi (vedi calendario a fine articolo) con Madame de Sade di Yukio Mishima, diretta da Massimo Castri.

Nel testo del ‘69 dello scrittore giapponese, il grande assente è il marchese Alphonse de Sade, il famoso libertino francese, e colei che attende è Renée, la moglie, di cui non molti sono a conoscenza e che, sempre fedele e devota al marito per anni malgrado i nefandi tradimenti e le continue incarcerazioni di lui, proprio alla fine decide di non volere passare la vecchiaia insieme a quest’uomo.

Insieme a lei, altre cinque donne: la madre Signora di Montreuil, la sorella minore Anne-Prospère, la Contessa di Saint-Fond, la Baronessa di Simiane, e Charlotte, cameriera di casa Montreuil. Sulla scena, le cinque donne stanno in attesa e conversano per vent’anni (i tre atti si sviluppano tra il 1772 e il 1790) a proposito del “fantasma”, in un giardino labirintico di alberi e piante costruito da Maurizio Balò. Un testo e uno spettacolo dunque al femminile, dalla parte di chi attende.

Qual è il punto di partenza di Madame De Sade? E qual è la prima impressione che si ha di questa donna?

Tutto inizia perché Madame de Sade ha una capacità d’amore incredibile che la spinge ad andare sempre avanti imperterrita come un carro armato, superando tutti i suoi limiti e a tutte le sue incongruenze, per capire l’amore che prova per il Marchese, un libertino che viene incarcerato per fatti e misfatti di perversione ma che con lei si è sempre comportato come marito. Madame de Sade è una donna che ragiona per sentimento, che deve capirsi continuamente.

Se le dicessi che l’attesa è uno stato tipicamente femminile, e che la forza di questo testo sta proprio nell’assenza di quest’uomo, lei che cosa mi risponderebbe?

Nel caso di Madame de Sade l’attesa è pazienza. Una battuta bellissima dice che “La felicità è come un ricamo; con le ansie, le noie, le solitudini e le tristezze si ricama una piccola rosa”, cioè si fa una cosa minuscola, quasi impalpabile, apparentemente senza grandezza. L’attesa è lo spazio di tempo che permette a Renée di riconoscere e comprendere sé, quello che è avvenuto e ha fatto, per poi andare avanti, prima del ritorno di de Sade. Vuole comprendere quanto è capace d’amare. E le donne - come Massimo Castri continuava a dirci durante le prove - sanno amare in modo molto più profondo degli uomini, perché hanno la capacità di contenere all’interno l’amore sia in senso fisico che emotivo e psicologico.

Ma dopo anni di lotte e attese per ottenere la scarcerazione del marito, al momento del suo arrivo, la Marchesa non vuole più vedere de Sade. Marguerite Yourcenar a riguardo si è posta mille domande: “Che cosa è avvenuto? (…) non vuol più saperne di questo grassone sfasciato? Crede più saggio (…) ritirarsi in un convento per pregare a distanza? Oppure, molto semplicemente, ha paura, ora che le sbarre non la separano più da lui?”. E scrive che “Su Madame de Sade il mistero si richiude più fitto di prima”. Lei che sta impersonando adesso questa donna, quale giustificazione dà alla sua decisione?

Mi piace questo dilemma, questo finale che Mishima così come Castri hanno lasciato aperto. Quasi alla fine del terzo atto, Mishima aveva scritto un lungo monologo esplicativo di Renée che nel nostro adattamento è stato tagliato perché risultava incomprensibile a livello drammaturgico.

Secondo me Madame de Sade non va spiegata con la logica e le parole, è una donna ‘per sentimenti’, agisce con il corpo e nel momento in cui torna il marchese non ha più bisogno di lui perché ormai lo ha assorbito dentro di sé; ha compreso nell’essenza il grande amore e quindi l’incredibile turbolenza di sentimenti che ha vissuto.

In quel momento riconosce che l’uomo de Sade vecchio e grasso non ha importanza, non serve più. E del resto de Sade, un uomo che attraverso il sadomasochismo ha cercato di possedere le donne, davanti a una donna come la marchesa diventa veramente piccolo, un uomo da ridere.

Che cosa ha voluto Massimo Castri dalle sue attrici e soprattutto da lei? E quali sono stati alcuni dei pregi di questa messinscena?

Innanzitutto il lavoro di adattamento teatrale di un testo che drammaturgicamente non è perfetto, anzi ha delle lacune notevoli. Poi l’altra grande bravura di Castri è stata scegliere le sei attrici che impersonassero sei donne, che con le loro caratteristiche differenti fossero facce della stessa donna intesa come universo femminile e che dunque si compenetrassero l’una nell’altra.

Soprattutto da me, ha voluto che ricercassi anche nel mio interiore la profondità necessaria per dare corpo al personaggio, che non mi aggrappassi soltanto a delle tecniche o a un mestiere ma che facessi un percorso di crescita insieme a Renée, perché non si può affrontare un personaggio del genere senza guardarsi dentro e porsi delle domande come donna e come attrice.

E dunque in che modo è cresciuta interpretando questo personaggio?

E’ stata una grande scoperta vedere quante possibilità di donna aveva e cercare di interpretarle tutte. Madame de Sade cambia moltissimo dall’inizio alla fine del testo: nel primo atto è una ragazzina che ha ancora in bocca le parole della sua educazione, la virtù, la fedeltà, che usa anche impropriamente per giustificare e significare il suo amore in tutti i modi.

Nel secondo atto ormai è andata in fondo, ha sperimentato il mondo di de Sade, anche subendo tutte le fantasie del Marchese, in parte descritte nel testo. Come è suo solito fare, ha completamente assorbito queste esperienze. E soprattutto si è resa conto che qualunque cosa si fa, si fa perché lo si desidera. Va fino in fondo e accetta - cosa difficile per qualsiasi essere umano - di dire “Io l’ho fatto perché lo volevo”.

Il suo era un amore assoluto che al di là dell’aspetto erotico io non avevo mai vissuto; grazie a lei ho scoperto questa capacità che porta a fare cose impensabili e improbabili tanto che la madre le dice: “Ma dov’è il tuo orgoglio di donna?”. Quindi mi sono immersa in un mondo femminile completo e incredibilmente vasto che potrebbe essere riassunto nel verso: “Questa bestia intrattabile che viene chiamata donna”, che mi ha fatto pensare molto a che cos’è e può essere una donna - una continua scoperta.

Un percorso di crescita anche interpretativa: ascoltando la registrazione dello spettacolo (andata in onda su Teatri Sonori, radiotre venerdì 9 novembre c.a., n.d.r.) ho notato che nel secondo atto il suo modo di recitare è molto cadenzato, o meglio trattenuto in certi frammenti del colloquio con la madre. C’è un motivo?

E’ stata una scelta del regista. Nel testo di Mishima a quel punto c’è quasi uno scontro tra madre e figlia, che Castri ha pensato di non far scoppiare. Perché in realtà - e in effetti l’operazione è molto interessante - Madame de Sade provoca la madre ma non la prende di petto anche perché l’attesa non è stata ancora elaborata, e cioè non ha avuto ancora il tempo di elaborare tutto quello che la madre le sputa addosso di aver fatto né ha avuto ancora modo di rivedere de Sade.

Si trova per un attimo sotto shock. Reagisce come una drogata che si rifiuta di dialogare, continua sulle proprie azioni e ripete come un automa: “No - non ha importanza - non mi interessa - non voglio sapere”. Affronta la madre attraverso la provocazione, mostrandole in faccia anche brutalmente quello che lei è diventata, e parlandole della felicità e della vergogna, le dice che tutto quello che ha fatto, lo ha fatto con piacere.

Nel terzo atto invece le cose cambiano e così anche la sua recitazione.

Nel terzo atto sono risoluta e rilassata, perché ho già fatto la mia scelta, che sarà detta con un tono minimale perché non ha bisogno di trombe e retorica. Anche qui c’è la volontà del regista perché laddove Mishima tende ad abbondare in parole o immagini, Castri ha mirato a sfrondare e soprattutto nel finale ha voluto l’essenzialità: in quel momento Renée non ha più bisogno di fronzoli, non ha più bisogno di niente, e soprattutto non ha più bisogno di de Sade.

La madre di Renée è interpretata da Lucilla Morlacchi. Che cosa ha ammirato in questa grande attrice? Ha notato delle differenze tra la scuola di recitazione di oggi e la sua esperienza? E che cosa le ha insegnato?

Ho ammirato la modernità con cui tutte le sere recita; riesce veramente a comunicare dalla scena in un modo che forse molte attrici della sua età e del suo calibro non sarebbero in grado di fare. Ho ammirato il suo talento e la bravura che superano qualunque scuola. E ancora, di Lucilla mi è piaciuta molto la sorprendente capacità di vedersi come attrice. Una volta mi ha detto: “Voi giovani dovete cercare di capire qual è quello che non serve più del nostro modo di recitare e rubare quello che invece serve ancora, anzi farlo fruttare di più”.

Una domanda frivola, tra donne: quale dei vestiti che cambia da un atto all’altro preferisce? E perché?

Quello del secondo atto. Intanto perché è l’atto che preferisco, quello che ogni sera mi dà la possibilità di capire qualcosa in più di Renée e di impossessarmi meglio del suo stato d’animo. Quindi il vestito che indosso è quello che sento più mio. Poi per una ragione pratica: è più corto di quello del primo atto, ingombrante, difficile da gestire e facile da pestare per noi che abituate a muoverci nei jeans, purtroppo abbiamo perso l’eleganza e lo stile che poteva avere Maria Antonietta. E poi perché amo il colore di questo vestito, il marrone bruciato dell’autunno, che ricorda l’inquietudine e in qualche modo le turbolenze di Renée, il colore del fango e la felicità che vi si può trovare.

Madame de Sade racconta di sensibilità femminili. Come si pone uno spettatore uomo davanti a questo spettacolo?

Credo che da parte di tutti gli spettatori ci sia la difficoltà iniziale di riuscire a capire il senso del testo, che parte immediatamente con dei discorsi complessi. Dunque sin dall’inizio gli spettatori sono molto attenti e tesi nei confronti di questo spettacolo che fa riflettere sia uomini che donne. Si esce da teatro discutendo e chiedendosi chi mai fosse veramente questa donna.



Il Teatro Stabile di Torino e il Teatro Metastasio Stabile della Toscana presentano Madame de Sade di Yukio Mishima, traduzione di Lydia Origlia, regia di Massimo Castri, interpretato da Lucilla Morlacchi (Signora di Montreuil, madre di Renée), Laura Pasetti (Renée, marchesa de Sade), Elena Ghiaurov (Contessa di Saint-Fond), Francesca Inaudi (Anne-Prospère, sorella minore di Renée), Cinzia Spanò (Baronessa di Simiane), Olga Rossi (Charlotte, cameriera di casa Montreuil). Scene e costumi di Maurizio Balò, suono di Franco Visioli, luci di Giancarlo Salvatori.
Il calendario della tournée 2001/2002:
Fino al 02.12.01, Cesena, T. Comunale Bonci, P.za Guidazzi, 1,
04.12/05.12.01, Urbino, T. Sanzio, C.so Garibaldi, 84,
07.12/09.12.01, Macerata, T.Comunale Rossi, P.za Libertà, 18,
11.12/21.12.01, Genova, T. Della Corte, Via E.F.Duca Aosta,
08.01/13.01.02, Perugia, T.Morlacchi, P.za Morlacchi, 19,
16.01/20.01.02, Prato, T.Metastasio, L.go Cairoli, 59/61,
23.01/27.01.02, Modena, T.Storchi, L.go Garibaldi, 15,
29.01/10.02.02, Milano, T.Studio, V. Rivoli, 6,
12.02/13.02.02, Alba, T.Sociale, P.za V.Veneto,
15.02/17.02.02, Novara, T.Coccia, V. Frat.Rosselli, 47,
20.02/24.02.02, Ferrara, T.Comunale, C.so Martiri Libertà, 5.


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