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Qual è lo stato attuale della famiglia italiana? Caffè Europa ne parla con Chiara Saraceno, ordinario di Sociologia della famiglia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino. Da un trentennio la nostra interlocutrice studia i mutamenti dei nuclei familiari e dei ruoli di uomini e donne fuori e dentro la coppia.

Tra i suoi ultimi studi, oltre Mutamenti della famiglia e politiche sociali in Italia (Il Mulino,1998) ha scritto e curato insieme a Marzio Barbagli Separarsi in Italia (1998) e Lo stato delle famiglie italiane in Italia, (1997, sempre per i tipi de Il Mulino). Durante i governi precedenti è stata consulente del Ministro della solidarietà sociale su temi di politiche contro la povertà e per la famiglia.

Professoressa Saraceno, quali sono le parole che ci possono far capire quale sia lo stato attuale della famiglia italiana?

La prima è diversificazione. Oggi in Italia come in altri Paesi ci sono diversi modi di essere famiglia :ci sono famiglie con e senza figli, famiglie in cui i figli adulti si trattengono a oltranza, famiglie costituite da anziani che vivono soli. Questa diversificazione dipende in larga misura dal fatto che una famiglia può subire vari mutamenti durante il suo ciclo di vita, proprio come succede ad ogni singolo individuo.

La seconda è solidarietà. La costante che si può riscontrare nelle famiglie italiane così come in generale in quelle mediterranee è che, comunque sia, i legami di solidarietà sono forti e duraturi, per motivazioni culturali ma anche per necessità. Nel senso che oggi nel nostro Paese le aspettative che la famiglia -i genitori nel caso dei figli, i figli nel caso di genitori molto anziani - faccia fronte in caso di bisogno, sono molto più forti e consolidate, e non solo nella cultura individuale ma anche nelle politiche e aspettative sociali. Perché questo tratto culturale è fortemente rafforzato e quasi imposto dall’assenza di una modalità di accesso più individualizzata alle risorse.

Possiamo fare qualche esempio?

Si pensi al fatto che un giovane difficilmente ha accesso a un’indennità di disoccupazione. O al fatto che esistono pochi servizi domiciliari per gli anziani. O che una giovane coppia più difficilmente riesce ad avere accesso alla casa se i genitori di lui o di lei o di entrambi non aiutano a comprarla. O al fatto che un giovane che vuole mettere su un’impresa difficilmente ha accesso a un credito se non ha i genitori alle spalle.

Per concedere il prestito d'onore si richiede che il giovane che lo richiede possegga qualcosa come garanzia e dato che raramente succede, è la famiglia a fornire il necessario per ottenere il prestito. Così figli, nonni, parenti contano molto sul fatto che la famiglia sia solidale con loro, a prescindere dal fatto che lo voglia essere e che lo faccia per affetto.

Papà o mamma: l’eterno dilemma, qual è oggi la figura dominante in famiglia?

Intanto ci sono fortissime differenze regionali per esempio molto dipende dal fatto che siano più influenti i parenti di lei o di lui. Si dice che in generale, per quanto riguarda i paesi occidentali, nella gestione quotidiana ed educativa dei figli contino di più le donne, ma si tratta semplicemente di una conseguenza della divisione del “lavoro di coppia”. Le decisioni su dove abitare per esempio dipendono di solito dal lavoro e dalla carriera del marito.

Oggi comunque si riscontra una maggiore parità di ruoli: nelle coppie più giovani, le donne lavorando hanno più da dire anche nelle decisioni che riguardano il dove abitare. Quindi nella misura in cui aumenta il tasso di occupazione femminile aumenta il potere negoziale delle donne, altrimenti molto del potere che le donne hanno in casa deriva dal fatto che l’altro non è fisicamente presente; ed è quindi un potere sui generis.

Si discute molto su quale sia la nuova famiglia italiana, e si parla spesso di famiglia allargata o ricostituita. Ci può spiegare che cosa si intende con questi termini?

In termini tecnici le famiglie allargate sono quelle in cui, oltre alla coppia con eventuali figli, del nucleo fanno parte anche altri parenti, ad esempio un genitore di lui o di lei. Questo tipo di famiglia prevale più al Sud, o in quelle zone dove sta diminuendo la prassi normale che quando i figli si sposano vadano a vivere per conto proprio. In generale però in Italia prevale la famiglia nucleare già da moltissimo tempo, più che in altri Paesi.

La famiglia ricostituita invece è quelal che si costituisce in seguito a separazioni e divorzi precedenti, che nel nostro Paese sono in aumento, malgrado i tassi di instabilità coniugale siano più ridotti che altrove, perché il divorzio arriva più tardi (se arriva), a causa delle difficoltà legislative.

Quali sono i problemi che incontrano più frequentemente queste famiglie?

Le cosiddette nuove famiglie hanno problemi di confini molto diversi da quelli delle famiglie tradizionali, di appartenenza. Di fatto vedono più spesso i figli di primo letto di lei che non i figli di lui perché l’affidamento dei figli va prioritariamente alla madre. E quindi i figli di primo letto di lui stanno più facilmente da un’altra parte e fanno i pendolari da una coppia all’altra, o vanno dal padre solo durante le vacanze.

E’ più facile che vivano sotto lo stesso tetto i figli di primo letto di lei e i figli comuni della nuova famiglia, quelli che un tempo si chiamavano tra loro fratellastri, cioè mezzi fratelli. Sono rare invece le convivenze sistematiche in cui sia i figli di lei che quelli di lui che quelli comuni vivono tutti i giorni insieme: queste convivenze si vedono solo nei film, nella realtà non esistono, o esistono in maniera occasionale.

Abbiamo parlato di film: nel 1987 qualche famiglia italiana andava al cinema e si poteva riconoscere (naturalmente con le dovute differenze) nella lunga storia patriarcale de La famiglia di Ettore Scola. Oggi invece le famiglie si riconoscono più facilmente in film come Maniaci Sentimentali (1994) di Simona Izzo, dove varie famiglie ricostituite si riuniscono in una sola casa in occasione di una prima comunione.

Se un tempo era ovvio che i figli fossero legati alla coppia, perché la coppia coniugale coincideva con la coppia genitoriale, oggi questo succede sempre meno; per cui all'interno di una famiglia o rispetto a una coppia, i figli possono collocarsi in posizione molto differenziata tra di loro, sia quelli che vivono con la coppia sia quelli che vanno e vengono periodicamente. Dal punto di vista dei figli, può essere molto più complesso definire la propria appartenenza rispetto alla coppia coniugale con la quale di volta in volta si confontano.

Secondo lei è anche questo uno dei motivi per cui si moltiplicano i corsi per diventare bravi mamma e papà?

No, non credo. I corsi per genitori hanno di solito un’altra storia: quella della percezione, da parte dei genitori, di una perdita di controllo sul contesto in cui crescono i propri figli. La domanda dei genitori è: “non capisco cosa devo fare”. C’è la televisione, ci sono gli amici, i genitori sentono di non potere più trattare i propri figli autoritariamente, ma sanno che anche l’eccesso di permissività non va bene. I messaggi sono molteplici e molto complicati, e non è facile interpretare i segnali del disagio che provengono dai propri ragazzi.

Anche nelle famiglie ricostituite i nuovi compagni e compagne non hanno sempre chiaro il loro status, non possono essere considerati in un modo omogeneo. C’è un secondo marito o una seconda moglie che vorrebbero tanto fare il padre o la madre ma devono anche considerare che esistono anche un altro padre e un’altra madre, quindi nascono conflitti tra figure adulte. I figli devono capire chi è l’autorità e quando e come, i nuovi compagni dicono: “Non sono io il genitore, al massimo posso fare lo zio o l’amico più grande". In altre parole non vogliono, non ritengono opportuno, assumersi il ruolo di genitori. Forse siamo di fronte a una genitorialità più allargata in cui più figure adulte assumono parti del ruolo genitoriale ma in maniera ancora poco elaborata.

Quindi la figura del padre e quella della madre si frammentano?

Sì, o per meglio dire si articolano. Oggi questo è più vero per i padri perché solitamente non vivono con i propri figli dopo la separazione, e devono fare i conti con il fatto che il loro figlio possa vivere più a lungo e più sistematicamente con un altro uomo, che non con loro.

Un altro uomo che verrà chiamato padre, patrigno o in quale altro modo?

Dipende moltissimo dall’età che ha il figlio quando comincia la convivenza col nuovo compagno della madre e dalla presenza e dal rapporto affettivo che il figlio ha con il proprio padre naturale. Quanto più questo padre è presente tanto più è difficile che il nuovo compagno della madre venga chiamato papà, se invece il padre è assente o delega molto accade il contrario. Non c’è un unico modo, e credo che sia anche sbagliato dare dei nomi fissi. Alcuni chiamano il proprio patrigno "papà" aggiungendo però il nome proprio - ad esempio papà Marco - mentre il papà senza nome proprio è il vero padre, o viceversa. Dipende.

Dalle testimonianze e dai dati che lei ha raccolto durante le sue ricerche, si riscontra un “lessico famigliare”, delle parole tipiche o curiose in famiglia?


Per rimanere sull’argomento di prima, devo dire che i ragazzi fanno fatica a nominare i genitori acquisiti: qualche volta li chiamano "il mio patrigno" o "la mia matrigna", che però, come "figliastro", sono parole "brutte" che vengono dalle favole. Tant'è vero che figliastro o figliastra, sorellastra o fratellastro, non si usano mai. Piuttosto si ricorre a complicati giri di parole oppure si usano i termini di parentela tipici di una famiglia normale.

In inglese per indicare queste nuove figure familiari si utilizzano termini molto più neutri e descrittivi, come stepfather e stepmother e cioè che stanno un passo a fianco dei genitori di sangue. La lingua italiana invece è molto familistica: la famiglia è tutto, e se ne parla sempre, di quella dalla quale si proviene o di quella che ci si crea. Poi però mancano le parole per designare rapporti che sono familiari ma che non sono quelli della famiglia col timbro.

Allo stesso modo però c’è una grande innovazione linguistica soprattutto tra i bambini. Una bambina parlava del proprio patrigno come di “il mio papà di plastica”, altri chiamano lo chiamano “il papà nuovo”.

E i nonni?

Senza parlare della famiglia ricostituita in particolare, innanzitutto oggi ci sono molti più nonni, perché gli anziani vivono più a lungo, e quindi i ragazzi oggi crescono vivendo la presenza dei nonni nella loro rete familiare come una ovvietà, molto più naturale e duratura.

Si diventa grandi, ci si sposa avendo ancora in vita i nonni e questa è una innovazione all'interno della famiglia. Sono molto meno nominati nel folklore, però in compenso sono molto più presenti e molti nonni sono anche bisnonni assai presenti nella vita affettiva dei loro bisnipotini.

In più il fenomeno delle famiglie ricostituite segnala che anche tra i nonni si complicano e si ridisegnano i rapporti, perché può succedere che al momento della separazione i nonni del genitore non affidatario spesso vengano trascurati anche se prima erano molto presenti. E dall’altra parte ci sono nonni acquisiti che a volte hanno il problema di come trattare il figlio di primo letto della moglie del loro figlio. Ci sono nonni che sviluppano strategie di inglobamento per non fare differenza tra un bambino e l’altro. E da qui nasce la cosiddetta “parentela allargata” in conseguenza dell’ampliamento dei rapporti.

In questo allargamento familiare quanto sono forti e quanto influiscono i conflitti generazionali?

In realtà se uno guarda in particolare alla famiglia italiana direbbe che non incidano molto o perlomeno che non siano molto agiti. A questo proposito bisogna notare che sono in aumento i figli ultraventenni che stanno a casa pur lavorando, soprattutto nel Nord, per cui si parla spesso di “famiglia lunga del giovane adulto”. Ciò implica chiaramente che se questi giovani adulti rimangono in famiglia a lungo, vanno negoziati diversamente i loro rapporti coi genitori, le loro responsabilità, i loro spazi di libertà.

In Italia come all’estero alcuni studi affermano che sono in aumento le coppie dink, double incom no kids, e cioè i trentenni che dopo essere stati a lungo in famiglia fanno coppia lavorando, guadagnando ma non volendo figli: lei che ne pensa?

In realtà in Italia non sono in aumento tanto quelli che non fanno nessun figlio, ma quelli che rimandano. Anche negli altri Paesi ci si sposa tardi, ma solo nel nostro Paese, sposandosi più tardi, si resta in famiglia più a lungo, e questo vale anche per i maschi trentenni. Negli altri Paesi invece dopo i 24 anni nessuno vorrebbe (o potrebbe) farsi trovare a casa dei propri genitori, appena possibile i giovani vanno a vivere da soli o in coppia o con amici.

In Italia spesso poi la decisione di avere un figlio viene posticipata per il fatto che l’ingresso stabile nel mercato del lavoro è posticipato, che anche le donne delle giovani generazioni devono entrare nel mercato del lavoro e stabilizzarcisi prima di mettere al mondo un figlio. Tutto questo credo procurerà dei problemi negoziali ancora più delicati, perché è difficile cambiare la propria vita a 35 anni.

Ritorniamo alle famiglie ricostituite: quali sono le leggi che mancano riguardo a queste nuove famiglie?

Innanzitutto credo che andrebbe riformata la legge sul divorzio per togliere l’assurdo requisito che si debba aspettare tre anni dopo la separazione legale per creare una nuova famiglia, che per le donne diventano quattro perché dopo il divorzio devono aspettare ancora dieci mesi, la cosiddetta “attesa vedovile”, per essere sicuri che un eventuale figlio non sia del precedente matrimonio.

Così come credo che occorra modificare le norme di affidamento dei figli per renderle più amichevoli nei confronti della co-genitorialità, nel senso che oggi si parla di decidere su quale dei due genitori è più adatto a tenere con sé i propri figli: perché mentre erano sposati i genitori venivano considerati entrambi "adatti" e poi dopo la separazione uno diventa più "adatto" dell’altro? Io non sono favorevole all’affidamento congiunto per obbligo, perché so che spesso i matrimoni finiscono in modo così conflittuale che è meglio non obbligare i genitori a cooperare, però bisogna ammettere che l’affidamento congiunto sarebbe la soluzione più ovvia e normale, e che non si dovrebbe attuare solo quando provoca ulteriori conflitti.

Bisognerebbe incentivarlo, perché se un figlio sapesse che i suoi genitori continuano a essere fortemente corresponsabili di lui, e ogni genitore sapesse che deve negoziare con l’altro, le nuove famiglie che si formano dopo la separazione sarebbero certamente più permeabili l’una nei confronti dell’altra, almeno per quanto riguarda il figlio, che forse crescerà in modo più solido e articolato e con un minore senso di abbandono e di squalifica. E’ una situazione complicata, ma è una complicazione che in un certo senso è più neutrale rispetto alla situazione odierna.

 

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