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Le Nouvel Observateur / Ecco la Francia dei nuovi lavori

 

Raffaele Oriani

 

Le Nouvel Observateur, 5 maggio 1999

Niente Kossovo in copertina questa settimana per il Nouvel Observateur. Riprende il posto d’onore uno dei temi cari al settimanale di Jean Daniel: i nuovi giovani e le nuove possibilita’ formativee professionali che si sviluppano piu’ o meno clandestinamente accanto ai curricula piu’ tradizionali. Prendendo spunto dal libro di Daniel Goleman sull’intelligenza emotiva (che fino ad ora in Francia non aveva avuto la risonanza toccatagli invece nel nostro paese) un lungo dossier perora la causa degli altri lavori: quelli non contemplati dalla ‘voie royale’ dei grandi licei, grandes ecoles, grandi istituzioni della vita pubblica francese. Il messaggio in sostanza e’: se e’ seria una vocazione e’ il bene piu’ prezioso in mano ad un giovane per farsi strada nella vita. Invece di mortificarla con la costante valutazione dell’IQ in forma di voto scolastico, ancrebbe incoraggiata insegnando ai ragazzi soprattutto le virtu’ della tenacia e dell’agilita’ personale e professionale. Oggi come oggi per l’88% dei francesi e’ difficile o ‘molto difficile’ per un giovane fare della propria passione una fonte di reddito, mentre per la maggioranza dei ragazzi oltre i quindici anni sono ancora famiglia e scuola a poter aiutare a realizzare i propri sogni. Quell stesse istituzioni che secondo il Nouvel troppo spesso non sanno ascoltare i desideri e cercano di imporre la loro visione astratta, platonizzante, anemica del mondo del lavoro e della vita.

Sul Kossovo si segnala invece l’editoriale del direttore che mette in guardia da buon francese contro la supremazia americana, un’intervista a un esperto di strategia internazionale che prevede il crollo dell’Alleanza in caso diconflitto terrestre e un articolo dal titolo eloquente: ‘Media: il rigore paga’. A piu’ di un mese dalla guerra secondo Philippe Gavi si assiste ad un fenomeno confortnte: la gente ha ricominciato ad avere fiducia nei giornalisti. Non si sono ripetute le sbornie ideologico-mediatiche della guerra del Golfo, si e’ cercato di presentare entrambi i punti di vista del conflitto, e’ ricomparso il condizionale negletto al tempo della campagna anti-Saddam, si e’ tornati alla pratica desueta del controllo delle fonti. Il pubblico dimostra di apprezzare e anche le casse dei network sembrano trarre giovamento dal nuovo corso meno spettacolarizzante e piu’ riflessivo: la guerra del Golfo era costata a TF1 110 milioni di franchi in due mesi, quella in Kossovo non viaggia a piu’ di 15-20 milioni di franchi al mese.

 

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