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The Economist / MP3 vs SDMI: nel web e’ scoppiata la guerra musicale

 

Raffaele Oriani


The Economist, 14 maggio 1999

Ormai non c’e’ rivista specializzata in navigazioni multimediali che non abbia dedicato un servizio di copertina all’MP3. La laconicita’ della sigla sta per Motion Picture Expert Group -1/Level 3, la vera bestia nera delle case discografiche che grazie a questo software musicale si vedono bypassare da siti web in cui si vende a bassissimo costo o addirittura si regala musica di tutti i generi e di tutte le eta’, dalla classica agli ultimissimi successi. Il tentativo delle mayors di bloccare il circuito semiclandestino con azioni legali e’ miseramente fallito, tanto che secondo serchterms.com che conduce ricerche di mercato on-line l’MP3 in Rete tira ormai piu’ del sesso: cerchi, clicchi e scarichi la canzone del cuore al costo di una telefonata urbana. L’Economist di questa settimana rileva allora come le case discografiche si siano finalmente decise a percorrere l’unica strada plausibile, la via tecnologica che porta a sviluppare uno standard informatico alternativo in grado di rendere desueti i siti di pirateria web. E’ quanto stanno sviluppando Warner Music, Sony Music, Universal, Bmg e Emi, i cinque colossi mondiali riuniti nella Secure Digital Music Initiative (SDMI) che per la fine di giugno dovrebbe licenziare il tanto sospirato standard a prova di download gratuito. A capo dell’impresa proprio l’inventore dell’MP3, l’italiano Leonardo Chiariglione che rende onore alla nazionale predilezione per i salti di fronte e giustifica il voltafaccia con scrupoli morali: 'Non ce l’ho con la mia creatura, ce l’ho con l’uso distorto che ne e’ stato fatto'.

Per l’Economist la condotta della guerra balcanica da parte della Nato e’ una dimostrazione di confusione strategica, pavidita’ militare e incertezza logistica. Bene i cinque punti della capitolazione di Milosevic, male secondo l’Economist le due condizioni non scritte di cui si parla in questi giorni: il rifiuto di intervenire con truppe di terra e l’inclusione surretizia tra gli obiettivi della guerra della caduta del regime di Belgrado. La Nato non vuole intervenire con l’esercito per timore di vittime nelle sue file, ma questa cautela non giustifica il prosieguo dei bombardamenti ad oltranza e delle vittime civili che ne derivano. Dall’altra parte Tony Blair dichiara a chiare lettere che tra gli obiettivi della guerra c’e’ la caduta di Milosevic; che piu’ viene attaccato dagli alleati e piu’ rafforza il proprio potere interno. A queste incertezze nella conduzione strategica della guerra si aggiungono esempi di dilettantismo logistico che non ci si sarebbe aspettati da un’organizzazione potente e collaudata come la Nato: ci sono ad esempio volute settimane per fare arrivare 24 Apache nelle basi albanesi e l’esordio sul campo dei micidiali elicotteri e’ stato costellato di incidenti piu’ o meno gravi. Che fare quindi? Urgono chiarezza negli obiettivi, disponibilita’ al negoziato, accettazione delle possibili vittime nelle proprie file e grande generosita’ con i profughi. Quella generosita’ che secondo l’Economist proprio il bellicoso gabinetto Blair non ha ancora dimostrato di possedere.



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