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Il demone perverso che consuma la Rai



Giancarlo Bosetti




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Questo articolo è apparso su la Repubblica del 6 dicembre 2002

La crisi dei vertici della Rai ha delle manifeste ragioni strutturali, un filosofo direbbe "ontologiche", perché riguardano gli strati profondi dell'essere non la superficie cangiante dei Cda. La liquidazione di Biagi e Santoro, o l'allineamento al governo dei tg, per capirci, non è il frutto dei gusti arbitrari di un presidente o di un direttore, ma la esecuzione di un mandato della politica, che li ha nominati. Potevano fare diversamente? Quella della televisione pubblica in Italia è una crisi irreversibile, nel senso che non ci si può mettere rimedio se non cambiando qualcosa, per l'appunto, di ontologico. E allora forse c'è un modo di fare tesoro di questa crisi.


Ma intanto si dirà: il guasto c'era già con i precedenti governi di centrosinistra. Vero. Infatti anche il consiglio di amministrazione presieduto da Enzo Siciliano si dovette dimettere nel gennaio del 1998 ben prima della fine della legislatura, come inevitabilmente dovrà fare questo di Antonio Baldassarre. E allora perché gridare all'Apocalisse adesso e non allora? Molti gridarono in verità già allora ma non furono ascoltati né a sinistra né destra. Il fatto è che la catastrofe poteva sembrare un po' meno catastrofica a causa del fatto che il capo dell'opposizione era anche il monopolista privato della Tv: in qualche modo diabolico la situazione era "bilanciata" e soddisfaceva quella specie di perversa simbiosi Rai-Mediaset che tiene in scacco la politica, una politica, si capisce, che ama questo genere di scacchiera. Ma non era difficile vedere la coda di Lucifero sotto il cavallo di viale Mazzini, mentre si accendevano gli ultimi fuochi della gestione di Zaccaria. Bastava chiedersi: che succede se cambia maggioranza? Adesso lo sappiamo.

All'epoca del monopolio pubblico della Tv, che all'inizio era anche l'epoca del monopolio politico della Dc, nella prima metà del cinquantennio, ci fu un regime di governo della tv accentrato e personale (prima Guala poi Bernabei) dai tratti paternalistici, ai quali generalmente si riconosce un certo senso di self-restraint, di moderazione (non abbastanza tuttavia da non censurare la Canzonissima di Dario Fo, e altro). Ora si potrebbe a lungo discutere sulla maggior capacità di autolimitazione di una parte politica o dell'altra, ma dubito che per questa via approderemmo a un risultato utile.


Evidentemente quella non è una virtù specialmente apprezzata in Italia. La politica in generale non ama praticarla, nel campo della comunicazione, perché percepisce la occupazione del sistema televisivo pubblico - ecco il punto focale dell'errore - come un diritto del vincitore, pro quota, come l'esercizio di una funzione democratica. E' così dall'epoca successiva a Bernabei, quella della "lottizzazione". Questa metafora edilizia fu usata per la prima volta, nel senso televisivo-politico, da Alberto Ronchey - sia detto a suo merito - in una lettera del 1968 a Ugo La Malfa, nella quale rifiutava, con lungimiranza, una candidatura nel Cda della Rai (Enrico Menduni, Televisione e società italiana, Bompiani). E da allora la parola ha percorso un cammino trionfale, nei fatti, anche se tutti se ne scansano.

Davanti alla classe politica si affaccia ora la possibilità di mettere fine a una coazione a ripetere, a una condotta compulsiva e tossica, che porta verso la paralisi e accompagna la discesa agli inferi del sistema televisivo. L'avere trascinato la cultura della lottizzazione, dei controlli partitici e parlamentari, propri del sistema proporzionale, dentro un sistema politico bipolare, ha prodotto una mostruosità istituzionale che nessuna personalità potrebbe mai domare.

Qualunque decisione assumano i presidenti delle Camere e la maggioranza - congelare, reintegrare, azzerare -, l'Ulivo non si sottovaluti, ha una occasione eccezionale per spostare un fattore determinante di tutta la faccenda, quella di cambiare la propria visione della tv pubblica e di innescare il suo mutamento ontologico: passare dalla lottizzazione (che deve avere il coraggio di riconoscere come la propria cultura passata), alla neutralizzazione della Rai. Lo dica, lo faccia, anche con un gesto unilaterale; rinunci al "diritto" di nominare i suoi consiglieri. In ogni caso non sarà una Rai peggiore di quella attuale.

Lasci che la maggioranza vada a uno scontro al suo interno che le potrebbe essere fatale. In un sistema di alternanze di governo la televisione pubblica non può alternare i suoi gruppi dirigenti come cambiano gli addetti stampa del primo ministro. Questo principio va affermato. Non si può, sotto sotto, pensare il contrario. E covare le vendette per i giorni che verranno. Il centrosinistra non ha saputo scrivere questo "basta" quando vinse nel 1996. Lo metta agli atti adesso, che ha perso, per scongiurare future tentazioni. Sarà l'inizio di una nuova fase. Gli spazi della professionalità giornalistica, dell'intrattenimento, della cultura in tv non sono garantiti, non possono più esserlo, dal dosaggio delle appartenenze politiche, ma soltanto dalla autonomia dei professionisti, dalla assenza della politica.

Si capisce che la privatizzazione della Rai è anche un passaggio indispensabile per il risanamento ontologico del sistema televisivo italiano, ma paradossalmente è meno difficile da digerire, per la politica, anche se resta difficile da praticare (causa Berlusconi, al quale conviene come imprenditore, bloccare in eterno il duopolio). Il servizio pubblico manterrà sempre una straordinaria importanza nella formazione della opinione pubblica in un paese dove il settanta per cento della gente non legge giornali. Dunque andrà collocato in una salutare zona neutra, a cominciare dalla nomina del vertice.

Non occorre coinvolgere il Quirinale più di quanto già non lo sia, si introduca una autorità amministrativa tra il Parlamento e la Rai. Si tirino giù dagli scaffali le pubblicazioni di giuristi che spiegano come si fa: nomina del vertice ad opera di una fondazione, mandato amministrativo sfasato rispetto alla legislatura, strumenti di monitoraggio dell'equilibrio politico delle trasmissioni più sensibili. (Non si può tentare con un emendamento alla legge Gasparri?) E coltivazione di una classe dirigente che abbia in sè la garanzia della propria indipendenza, affidabilità istituzionale, self-control. Non Ciampi in persona, dunque, ma la sua cultura dello Stato, di cui per fortuna qualche altro portatore sano in circolazione c'è.

Quella della lottizzazione non è soltanto una storia di infamie. Quel metodo ha retto a lungo, talora persino con decenza. Ma non è più la trincea dalla quale combattere questa maggioranza, che è divisa, ma sempre tentata di perpetuare uno schema che congela il duopolio. A destra sono consentiti solo vagiti, in tema di tv, oppure sarà la crisi. E' il centrosinistra che deve prendere congedo da quella cultura. E se non ora, quando?

E chi ritiene che la rinuncia a esercitare una quota, anche piccola, di potere partitico sulla Rai, sia l'ingenuo esercizio di anime belle votate alla sconfitta, rifletta su dove ci ha portato, negli ultimi 25 anni, quella solerte, realistica, "democratica" pratica della influenza che le anime belle dovrebbero prendere ad esempio.

 

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