C'è stato uno show perenne, in
Italia: l'Albano & Romina Love-Show. Dalla metà dei Sessanta in poi, per ben
trentadue anni, hanno incarnato quella caparbia fedeltà a una semplice e dura idea della
vita coniugale che il nostro tempo ha quasi estinto: il matrimonio, al massimo
dell'intensità, la gloria dei sentimenti, la grandezza dell'amore; e senza sottrarsi mai
al ridicolo potere dell'ovvio e dello zuccheroso.
Dobbiamo confessarlo: dopo quello di Berlino, il crollo del "Muro
di Cellino", ci ha emozionato. Sarà retorica senile, sarà romanticismo ritardante,
sarà rimbambimento precoce, sarà quello che sarà, ma la "lettera di addio" di
Albano Carrisi ci ha toccati profondamente. Parole devastanti, le sue, che meritano il
più alto rispetto perché sono quelle di chi crede, semplicemente, nell'incoercibile
diritto dell'uomo a combattere per le proprie passioni: "Ho amato questa donna più
dei miei figli. So che non si dovrebbe dire, che si tratta di un amore diverso; ma non
riesco a pensare a un bene più piccolo a cui paragonarlo".

Dal "retaggio cattolico" all'"eredità latina",
Albano Carrisi offre un'immagine non retorica, persino spietata, senza cadere nei
pregiudizi e nei luoghi comuni, dell'identità local-popolare. "Al tempo stesso,
devastato e lucido", Albano sa di non poter vivere senza di lei, e di non poter più
vivere con lei: "Il dolore, quando è grande e insopportabile, può anche dividere
l'indivisibile". Alla base del loro crollo emotivo c'è una verità nota a tutti: la
scomparsa nel nulla della loro primogenita, Ylenia. Da quel maledetto giorno, un senso di
colpa enorme come la disperazione, assassino come una ghigliottina, è piombato tra loro.
Albano ora, cinque anni dopo, ha capito: "Mi credeva infallibile, e avevo
fallito". Romina, sempre più con quell'espressione da murata viva, ha commentato:
"E' il destino che si compie. Questo è quanto succede".
Il secondo dolore è che questa storia è stata anche una favola senza
lieto fine, ricca di elementi avvincenti che si ritrovano nelle fiabe di tutto il mondo,
ed è il mito di Cenerentola. Ma in versione maschile: il cafone del sud che sposa la
figlia di un divo di Hollywood. Ma non basta. Il burino Albano mica va a vivere a Roma o a
Los Angeles; si porta la sua principessa nel paesello di Cellino. E dall'Italia della
campagna (un'altra "nazione" che i mass-media sono abituati a liquidare con la
massima indifferenza), Albano fu sentito subito come "uno di loro", rivalsa del
contadino e delle sue tradizioni "antiche" contro le mille luci
"moderne" della città.

Già, un campagnolo di successo orgoglioso delle zolle di Cellino San
Marco, paesino brindisino. Non è un Renzo Arbore che scappa da Foggia per cercare fortuna
a Roma. Né un Abatantuono che trova rifugio a Milano. Questa è la mia terra, grida da
ogni poro Albano. Così, per l'italo-country il marito di Romina diventa un gigante, il
Malcom X del Tavoliere, il Bruce Springsteen delle orecchiette. E il motivo di tanto
orgoglio c'è. Ricordate il film di Massimo Troisi, "Ricomincio da tre"? C'è
una battuta di dialogo che si ripete come un ritornello. Ogni qualvolta il protagonista,
nel presentarsi a uno sconosciuto, declina le proprie generalità di napoletano, scatta
subito nell'interlocutore la domanda: "Emigrante?". Si dà così per scontato
che, agli occhi degli altri italiani, ogni napoletano (siciliano, pugliese, lucano, etc.)
porta con sé cronicamente le stigmate dell'esule e la connessa "nostalgia
canaglia" (titolo di un hit di Albano e Romina). E' una convenzione sorretta da una
lunga letteratura, con in primo piano certe canzoni, certi film. Quando Troisi nega di
essere un emigrante, gli si crede a stento. Il luogo comune ha la meglio su tutto. Ma è
un luogo comune fondato su realtà innegabili. Storicamente, l'uomo del Sud tende ad
"espatriare". Soprattutto il sudista "eccellente". Se abitassero in
Puglia tutti coloro che vi sono nati, e i loro figli e consaguinei, la regione avrebbe
forse il numero di abitanti di Tokio. Se si facesse un eguale computo per la Sicilia, le
cifre risulterebbero ancor più impressionanti.

Ecco perché Albano Carrisi rappresenta la Grande Vendetta della Bassa
Italia. Uno che piace e si compiace della propria scelta di vita. Uno che non fa
l'emigrante, ma va al Nord in tournée, strapagato e idolatrato. Uno che non si vergogna
di essere considerato un cafone da bar e smazzate di tressette, sbruffone dello struscio
paesano, che si fa fotografare in groppa al somarello o con la cazzuola in mano. Albano è
colui che getta in soffitta, consegnandolo alla storia del folklore, il ritratto
definitivo del cafone antico, quello disegnato da Totò e Peppino che arrivano a Milano
col colbacco e gli spaghetti nella valigia.