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Per rimanere nell'Obiettivo 1



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La prima volta di un Presidente della Commissione Europea in Sardegna è in realtà un successo personale dell'onorevole Mario Segni, che è riuscito ad avere Prodi come ospite d'onore del convegno sull'insularità organizzato a Sassari lo scorso 24 Gennaio presso la sede della Confindustria. Nato nella stessa Sassari nel 1939, il professor Segni - come preferisce essere chiamato, in quanto solo "prestato alla politica"- è stato uno dei maggiori protagonisti della politica italiana dell'ultimo decennio, che lo ha visto promotore di importanti campagne referendarie.

Dal 1999 deputato al Parlamento europeo, si impegna nella lobby che chiede alla Commissione l'implementazione degli articoli del Trattato di Amsterdam sull'insularità. L'incontro della scorsa settimana è stato quindi un appuntamento importante per sollevare questioni cruciali allo sviluppo della Sardegna. Eppure le immancabili polemiche locali non si sono fatte attendere: alla notizia della visita di Prodi un altro sassarese illustre, Cossiga, ha pubblicamente sentenziato che trattavasi di primi assaggi della campagna elettorale dell'Ulivo.

In tempi in cui i sondaggi danno Romano Prodi come il politico più gradito dagli italiani, questa versione dei fatti ha creato un certo panico tra le fila del Polo isolano, che ha reagito scompostamente alla visita (dal negato saluto del sindaco di Sassari, al saluto in sardo del presidente del consiglio regionale, alla mancata stretta di mano dei consiglieri). Con signorilità, Segni glissa sull'accaduto:
Si ritiene quindi complessivamente soddisfatto dell'incontro?

Molto, perché sono convinto che il rapporto diretto con il Presidente della Commissione rappresenti per la Sardegna un fatto di straordinaria importanza, e anche molto utile: il nostro futuro si gioca in gran parte in Europa, e oggi si sono gettate le premesse per la costruzione di diverse iniziative.

La richiesta principale delle regioni insulari è quella di rimanere nell'Obiettivo 1 della politica regionale europea, nonostante abbiano superato i parametri per l'inclusione. Non crede, come suggerisce il Presidente Prodi, che sia una battaglia persa in partenza?

Bisogna dire che Prodi ha il pregio di parlare chiaramente e questa è sempre una cosa positiva perché altrimenti si creano false aspettative. La permanenza nell'Obiettivo 1 è possibile solo se l'insularità viene riconosciuta come criterio determinante. La Commissione ci dice che sarà difficile rivedere i parametri, perché una volta che li si abbandona si entra in un mare magnum dal quale non si esce più. Quello che invece è possibile fare è riconoscere lo status di insularità, insieme con quello di altre regioni geo-morfologicamente svantaggiate, come criterio determinante per una serie di interventi nella politica di coesione e nella politica sociale. Questa - grazie al lavoro fatto durante questi anni - è ora la posizione del Commissario per la Politica Regionale Barnier.

Ma ancora la Commissione non dice in cosa si debba tradurre concretamente il principio dell'insularità. So che non sarà facile arrivare ad ottenere lo status di Obiettivo 1, ma ritengo sia giusto continuare a chiederlo sia per una questione di fatto che di principio. Infatti ciò che oggi definisce le regioni Obiettivo 1 (ossia le regioni il cui PIL non supera la soglia del 75% della media Ue) resterà tale solo fino al 2006. Poi tutto verrà rinegoziato, attraverso passaggi complicatissimi, e nessuno sa come sarà dal 2007.

Dunque bisogna continuare a richiedere la permanenza pur essendo consapevoli che sarà difficile ottenerla e che questo non è l'unico scopo della battaglia per l'insularità: la politica di coesione non si fa solo coi finanziamenti ma anche con interventi di altra natura, come interventi infrastrutturali, o tenendo conto dell'insularità nella politica dei trasporti. Ad esempio, un paio di settimane fa la Corsica ha presentato a Prodi un pacchetto di richieste su continuità territoriale, zona franca e deroghe delle norme sulla concorrenza, e ha ottenuto risposta positiva a gran parte di esse: si è trattato di un lavoro molto abile.

Parte del successo della delegazione corsa sta nel fatto che viene fortemente appoggiata dal governo francese nelle sue richieste alla Commissione. Qual è l'atteggiamento del governo italiano nei confronti delle sue isole?

Purtroppo molto diverso. Basti pensare che la prima versione del memorandum del governo italiano al Parlamento Europeo a proposito della politica di coesione europea dal 2007 "dimenticava" di citare l'insularità tra i punti prioritari dei quali tenere conto. Questo per un concorso di cause tecniche e politiche: da un lato vi erano infatti considerazioni scettiche dell'ufficio competente del Ministero del Tesoro sull'insularità come handicap. Dall'altra vi era una scarsa sensibilità politica al problema da parte del Ministro Tremonti, che non si è mai curato troppo dei problemi del Sud. La sua posizione è: "che il Sud nuoti, se ci riesce; altrimenti pazienza". Tuttavia in seguito ad una protesta compatta da parte del presidente Pili e delle associazioni e organizzazioni economiche e sociali dell'isola, si è riusciti a fare introdurre nella seconda versione del memorandum un punto a favore del riconoscimento dell'insularità.

Da tempo si parla di introdurre il progetto del gasdotto algerino per portare il metano in Sardegna (unica regione italiana a non averlo) all'interno delle discorso sulle reti infrastrutturali trans-europee (TENs). Tuttavia nessun progetto è previsto per facilitare nel Mediterraneo collegamenti e trasporti, che restano il punto dolente del suo sviluppo.

Qui le rispondo riprendendo quanto detto a ragione dal Presidente della Commissione, nel rispondere a chi gli chiedeva perché non vi è nessun progetto per sviluppare le cosiddette "autostrade del mare" delle quali parla il Libro Bianco sui Trasporti: "Non si costruiscono autostrade dove non c'è traffico"! Il riferimento esplicito di Prodi è stato al porto canale di Cagliari, un'infrastruttura gigantesca dove da 30 anni non entra una nave, e per il quale non si riesce a nominare l'autorità portuale. Trovo provocatorio ma utile che il Presidente abbia ricordato queste cose.

La politica dell'allargamento dell'Ue vede tra i paesi candidati la Turchia. Lei si è spesso dichiarato contrario al suo ingresso: per quale motivo?

Perché ritengo che l'ingresso della Turchia sia incompatibile col progetto politico dell'Unione Europea, e che rischierebbe di mettere fine al discorso sulla sua integrazione politica. Non dico che non sia possibile intrattenere con la Turchia altri rapporti di tipo economico, commerciale, e anche culturale, ma ciò non rende necessario il suo ingresso in Europa.

Questioni politiche o religiose? Lo chiedo perché nel forum promosso nel suo sito Internet il genere di commenti che prevalgono a favore della sua posizione sono a carattere xenofobo e razzista.

No, la religione non è di per se un motivo ostativo ai fini dell'ingresso della Turchia nell'Ue, ma è uno degli elementi, insieme alla storia diversa, alla politica dei diritti umani che ancora lascia a desiderare: senza rimproverar nulla a nessuno, ogni popolo ha la sua storia. Ma queste ragioni rendono l'entrata della Turchia difficilmente compatibile con un discorso europeo che non sia meramente economico.

Tuttavia vi sarebbero motivazioni strategiche importanti per giustificarne l'ingresso, come quella di rafforzare la dimensione mediterranea dell'Ue, di favorire l'integrazione del mondo musulmano e dell'occidente e contribuire alla stabilità politica del bacino medio-orientale…

Certo, certo, ma bisogna sempre valutare il prezzo che si paga per fare delle scelte strategiche: cosa succederebbe dopo un'eventuale ingresso della Turchia? Avremmo certamente altre richieste dai paesi del Maghreb. Ma allora dove ci fermiamo se il confine geografico smette di essere un criterio? Infatti se le ragioni di inclusione diventassero solo politiche, perché allora non aprire ai paesi dell'America Latina che hanno modelli culturali, storici, etnici e assai più simili ai nostri della Turchia?

Dall'esperienza referendaria alla Turchia, crede che il suo optare per rimanere fedele ai valori personali anche quando tradirli comporterebbe un bene collettivo maggiore (il cosiddetto paradosso delle "mani sporche") abbia influito sulla sua carriera politica?

Io sono certamente un politico anomalo per storia e per vicende personali ma è nella natura della politica il fatto che talvolta obblighi, anche tragicamente, a fare delle scelte che non piacciono ma si rivelano necessarie. Sebbene io cerchi di impormi un codice molto rigido (anche se tra il dire e il fare.. ) non credo che questo mi sia mai stato d'ostacolo. Può darsi invece che io sia stato frenato da una certa rigidità mentale, dal cercare una coerenza politica "lineare" che forse in certi momenti mi ha impedito di essere un po' più flessibile: ma non è stata la paura di sporcarmi le mani, piuttosto quella di fare qualcosa di incoerente, di sbagliato, questo si.

 

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