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Meglio tardi che mai?
Prodi e la politica dell'Ue nel Mediterraneo



Clementina Casula




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Forse saranno stati i rimorsi di fine anno ad ispirare i buoni propositi del Presidente della Commissione Europea Romano Prodi: "Ho voluto inaugurare il 2003 con la politica dell'unione Europea per il Mediterraneo" ha dichiarato durante la visita della scorsa settimana in Sardegna. La visita seguiva infatti il colloquio concesso il 7 gennaio alla delegazione corsa (rigorosamente accompagnata dal Ministro dell'Interno Sarkozy) e precedeva la missione prevista per febbraio a Barcellona, la capitale catalana dove durante la Presidenza spagnola nel 1995 venne firmata la dichiarazione che sancisce il Partenariato Euro-Mediterraneo.

Di un rilancio la politica europea nel Mediterraneo avrebbe proprio bisogno: nonostante il cospicuo gettito di fondi ricevuti per il proprio sviluppo, molte delle regioni del Sud Europa mantengono i più alti indici di disoccupazione e i più bassi tassi di reddito pro capite. L'integrazione economica, sociale e culturale con la riva Sud lanciata dal "processo di Barcellona" sembra essersi arenata, e i suoi obiettivi prioritari, tra i quali aprire una Zona di Libero Scambio nel 2010 e riportare la pace nel bacino, sembrano quasi più lontani di 7 anni fa.

La tanto attesa politica per le isole (che del Mediterraneo costituiscono una realtà importante) continua ad attendere i risultati di uno studio della Commissione. Infine i progetti di cooperazione interregionale nell'area (MEDA e INTERREG) tardano a partire e si arenano davanti alle mille difficoltà di implementazione nei paesi della riva sud, e alla debolezza economica e istituzionale della maggior parte delle regioni europee della riva nord (fatta eccezione per il cosiddetto "arco latino", ossia le regioni comprese tra la Catalogna e il Lazio).

Uno degli ostacoli principali al mancato sviluppo economico del Mediterraneo europeo è rappresentato dall'insufficiente sviluppo di reti infrastrutturali nell'area e dai conseguenti costi aggiuntivi del trasporto aereo e marittimo, più volte denunciati da politici e imprenditori locali che si trovano ad operare all'interno di un mercato limitato e inadeguato ai fini di un reale sviluppo economico. Sebbene il problema sia stato riconosciuto da diversi documenti più o meno ufficiali della Commissione (dai Trattati dell'Ue, al Libro Bianco sui Trasporti, fino allo Schema di Sviluppo Spaziale Europeo) nessun progetto infrastrutturale prioritario all'interno delle grandi reti Trans-Europee è stato dedicato a collegare adeguatamente il Sud dell'Europa (guardando le cartine è facile notare la concentrazione dei progetti nell'Europa centro-orientale).

Sprovvisti di una strategia dettata da una forte volontà politica, i funzionari addetti all'implementazione dei programmi nelle regioni del Mediterraneo si ritrovano da un lato a barcamenarsi tra le vaghe dichiarazioni programmatiche su coesione territoriale, sviluppo sostenibile, pace e cooperazione, dall'altro ad affrontare le difficoltà reali di implementazione in un'area in ritardo di sviluppo, mal collegata, istituzionalmente debole, e minacciata da focolai di guerra.

La scarsa attenzione data all'integrazione economica e sociale del Mediterraneo dalla Commissione si spiega facilmente col fatto che negli ultimi anni i suoi investimenti istituzionali ed economici si sono concentrati sul processo di ampliamento ai paesi dell'Europa Centro-Orientale. Si tratta indubbiamente di una tappa di rilevanza epocale nella storia dell'integrazione, ma porterà ad un ulteriore rafforzamento del centro di gravità europeo intorno all'Europa renana, peggiorando in tal modo la già non rosea situazione del Sud Europa.

Certo non vogliamo qui sostenere che le ragioni della cattiva gestione dei cospicui fondi comunitari destinati alle regioni del Mezzogiorno italiano siano da attribuire alla politica regionale europea. Né ci sogniamo di ascrivere alla politica estera e umanitaria dell'Ue la responsabilità del prolungarsi e inasprirsi del conflitto mediorientale. Eppure non si può non rilevare una incosciente noncuranza nei confronti del destino delle regioni del Sud da parte dell'Ue, il cui accesso ai fondi strutturali verrà drasticamente ridimensionato in seguito all'entrata delle ben più povere regioni dei paesi candidati (che porteranno ad un aumento del 10% della popolazione dell'Ue, ma solo del 5% del suo PIL).

Né si può non notare quella che finora è stata la mancanza di determinazione dell'Ue, proprio davanti all'aggravarsi del conflitto mediorientale, nel portare avanti gli impegni assunti con la Dichiarazione di Barcellona. Inoltre, se è vero che il presidente della Commissione è chiamato a salvaguardare gli interessi di tutti i cittadini e gli stati dell'Unione, un tale disinteressamento per le sorti del Mediterraneo ce lo si sarebbe aspettati più da un presidente lussemburghese, che non da un italiano.

Per queste e altre ragioni la tardiva vocazione "mediterranea" della Commissione non ci convince, e ci sembra che le nuove singole iniziative già lanciate o solo avanzate abbiano più il carattere di side-payment, ossia contentini per far tacere le proteste delle regioni più recalcitranti, che non di reali strategie di integrazione territoriale ed economica dell'area mediterranea. Nel caso italiano, complice di questa linea è il governo, che - a differenza di quello spagnolo, ma anche francese e greco- non si è battuto sufficientemente per lo sviluppo di una politica europea nel Mediterraneo, né si è ritagliato un ruolo attivo dell'Italia in essa. Recentemente, sebbene possieda le più grandi isole dell'area, ha "dimenticato" di citare l'insularità (formalmente riconosciuta dai Trattati europei come handicap strutturale allo sviluppo) tra le proprie priorità per la politica regionale europea del futuro (forse si pensava di risolvere i problemi con un altro ponte?).

Ma complici e quindi responsabili sono anche le regioni del Mezzogiorno, isole comprese, il cui interesse principale è stato per lungo tempo non quello di richiedere le dovute garanzie per entrare in un circolo di sviluppo virtuoso, bensì quello di continuare ad assicurarsi il gettito di risorse necessarie al sostentamento assistito delle proprie economie.

Quasi a lavarsene le mani, il Presidente Prodi conclude il suo discorso auspicando una ripresa della politica europea per il Mediterraneo durante l'attuale Presidenza del Consiglio Europeo della Grecia e la prossima presidenza italiana nel secondo semestre - sotto la quale dovrebbe essere organizzata la VI conferenza del partenariato Euro-Mediterraneo. Come se la politica dell'Ue nel Mediterraneo dovesse essere interesse esclusivo dei Paesi che si affacciano sul suo bacino, sempre più in minoranza, e non far parte di una strategia generale dell'Unione. Ed invece una strategia seria e determinata è proprio quanto la delicata situazione del Mediterraneo sembra richiedere, piuttosto che semplici buoni propositi per il nuovo anno da affidare alla libera iniziativa di smemorati governi nazionali.

 

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