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Antonio Margheriti & Anthony Dawson



Marco Cruciani




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Antonio Margheriti. Anthony Dawson. Cos'altro dovrei aggiungere per ricordare uno dei personaggi più curiosi della cinematografia italiana dell'ultimo quarantennio?

Senza scomodare la psicanalisi, Oscar Wilde, Robert Louis Stevenson e l'Inghilterra vittoriana di fine Ottocento, basterebbero questi suoi due nomi, questi suoi due volti per tratteggiare la personalità dell'"avventuroso regista di film d'avventura" che si è involato nel novembre scorso verso lidi ignoti dopo averci raccontato per molto tempo la vita d'altri mondi, mondi mitologici, interiori, spaziali e remoti.

Antonio, gentile fin dalla stretta della sua mano, tranquillo e sereno già dall'occhio che rintana svelto dopo aver fatto capolino su qualcosa senza essere villano, sembrava voler lasciare ad Anthony il gusto della ronda sull'assurdo e della scoperta del profondo nella baraonda degli istinti che deragliano uomini e situazioni fuori dalla norma.

Antonio con i piedi ben saldi a terra, nella ragione, come il buon nonno poltrone e pacioso che racconta favolette a lieto fine al nipotino curioso; Anthony, il suo contrario, un amabile mascalzone, narratore da astronave, criminale della galassia e vagabondo dello spazio, capitano di sventura, fucile ad alta pressione, astro e nave.

Da Roma alla base scientifica del satellite Alfa o Beta, da Berlino a Londra agli Stati Uniti d'America al pianeta degli uomini spenti come trottole senza tregua sulla scia della cometa, su disegni d'architetto da strapazzo a costruire ogni progetto col moto perpetuo dell'ingegno di chi deve solo fare senza troppo divagare.

M, Peter Lorre, il mostro di Dusseldorf in ginocchio sulle lacrime per farsi perdonare grida 'non voglio, devo!' e sembra lui al contrario, in piedi sul sorriso malizioso che cerca un nuovo modo per poterti affabulare. 'Non voglio, devo!' sembrava voler dire con le mani sul modellino del missile nucleare o sul piccolo ponte che nello schermo dovrà esplodere e poi finalmente crollare.

Il vero diletto non stava nel dipingere il tormento che brucia nel petto di chi sta in difficoltà, ma piuttosto nel creare lo stupore dello spettatore che si chiede come si fa. Altro che pedagogia. Pura anarchia infantile di un bambino nel cortile che vuol fare ciò che vuole e poi magari costruire una grande navicella spaziale.

A questo punto, se fossi il mio lettore mi direi: che romanticismo però!! Ma come potrei descrivere un uomo sentimentale dall'atto sognante e appassionato con un linguaggio crepuscolare? Dovrei essere più concreto parlando di un validissimo professionista che non sarà mai considerato un grande artista? E' già stato fatto.

Antonio Margheriti l'ho conosciuto personalmente in due occasioni; in un'intervista per il documentario Le ombre della paura - Il cinema italiano del terrore 1960-1980 e nella tre giorni del festival di Sant'Agapito di Isernia per la presentazione dello stesso.

Nella prima occasione parlava adagio dei suoi 'filmetti' e delle sue 'cosucce' (anzi di quelle di Anthony Dawson) e nella seconda camminava adagio osservando il panorama dei boschetti molisani come un cacciatore senza cartucce.

Dai suoi occhi fissi e pieni di ricordi pescava racconti assurdi di paesi lontani, narrandoli come un uomo di mare in pensione senza troppo stupore, come volesse dire che tutto era normale fra gli aborigeni filippini in mezzo a tanto mare. Una volta anche il grande Lucio Fulci si trovava lì per un film da girare; lo vede, si inginocchia e comincia a gridare 'Ecco er re delle filippine!!'. Anthony Dawson. Tutto normale.

E poi aneddoti su una cine-vita, sugli effetti speciali, sul loro deflagrare, sul suo modo di pensare, congegnare e realizzare. Nella sua postura mi è sembrato di notare la solidità di chi è attratto dal magnetismo della forza di gravità, nelle sue parole la fantasia di chi domina il reale con l'astratto. Il risultato della somma fra l'intelligenza e l'umiltà: la grande semplicità.

Nelle sue pellicole la dignità dei giochi e passatempo senza stupidità; l'azione, i fumetti, Edgar Allan Poe e mille altre curiosità. Parola d'ordine: divertimento. Dorian Gray muore sul suo quadro e Dottor Jeckyll & Mister Hyde scompaiono sotto lo stesso grembiule lasciandoci incupiti e pieni di sgomento. Antonio Margheriti ed Anthony Dawson no; ci salutano in altro modo.

'Mi ha sempre profondamente affascinato questo mondo fantastico; credo alle presenze e ad altre dimensioni e quando le racconto, le racconto sorridendo, però ci credo. Ho sempre creduto che forse c'è un aldilà, e questo mi dà innanzitutto la non paura della morte e poi mi fa sperare sempre che sia vero, che sia un aldilà affascinante. Sono convinto che se noi occidentali fossimo stati abituati, invece che a temere la morte ad amarla, a trovare la formula per amarla, ci avvicineremmo ad essa senza paura, e sarebbe bellissimo.'

Questo l'ha detto lui. La morale della mia favola è tutta qua: ho avuto la grande fortuna di poter conoscere un essere umano. Un essere umano (sic!).

I link:

Numero 185 di Caffé Europa dedicato al cinema horror italiano.
Tre fantastici superregisti: numero speciale di Delos su Bava, Freda e Antonio Margheriti , noto anche come Anthony Dawson (italiano).

 

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