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Uliano Lucas con Ettore Colombo



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Uliano Lucas ha un’intelligenza pacata, militante. Ma la morte di Raffaele Ciriello lo ferisce e lo fa diventare polemico e ipercritico con tutto un mondo, quello del fotogiornalismo, che è anche il suo. Lucas, infatti, è uno dei più noti e “antichi” fotoreporter italiani, uno che di questo mestiere ha fatto, più che una professione, una scelta di vita. E la sua vita è così diventata storia (dei grandi come degli ignoti della società, di Milano come del Sud, delle orribili guerre tra poveri come delle finti paci tra ricchi) che oggi Lucas sta scrivendo la prima Storia del fotogiornalismo italiano.

Lucas, che considerazioni fai, dopo la morte di Ciriello, su professione e rischi dei fotoreporter?

Il vero fotoreporter di guerra, oggi, è quello che lavora per le grandi agenzie di stampa, che passa mesi e mesi in una zona calda e scatta immagini su immagini ad uso e consumo del circuito internazionale, foto disponibili sul Web pochi minuti dopo essere state scattate. C’è un’intera rete di collaboratori che lavorano per lui, un vero team, nella sede centrale come sul posto. Lui sa come, dove e chi fotografare, conosce tutte le cautele da prendere, è assicurato, in contatto diretto con la centrale e dotato di aiuti e strumenti tecnici ed economici notevoli sul posto.

Queste foto, vendute ai principali rotocalchi di tutto il mondo (Time, Newsweek, Stern, Paris Match), hanno dunque un forte valore commerciale, non individuale. Si tratta di reporter calmi e riflessivi, non spericolati, persone che non rischiano la vita per fare una foto banale, come tante. Del resto, anche i grandi reporter di guerra di una volta erano uomini di grande esperienza e capacità professionale, che non rischiavano la vita, che vivevano la guerra privi di ogni retorica, che non avevano alcun gusto dell’avventura per l’avventura, che non cercavano il gesto provocatorio, quello che ti porta alla bella morte anche, alla fine. Poi c’è invece un’altra categoria, quella che va nelle zone di guerra, senza un legame preciso, serio, “salariato” si sarebbe detto una volta, con il mondo della committenza giornalistica ed editoriale. E spesso senza capire nulla delle regioni e delle ragioni (storiche, politiche, culturali) dei luoghi che vanno a fotografare e a raccontare.

Questo accade anche, purtroppo, in casi di fotografi spediti a nome o insieme ad associazioni di volontariato, che ritornano con foto inutili, di guerra e dolore, che non possono fare altro che appendersi in casa. Infine, ci sono i prezzolati, freelance mandati allo sbaraglio, i “paparazzi del dolore”, che vogliono solo vedere e vendere l’odore, il sangue, la morte. Come ho visto accadere in Africa o a Sarajevo, dove nessuno voleva vedere la dignità delle donne che si truccavano, che uscivano la sera, che andavano a fare la spese. Sotto le bombe, e in una città assediata, ma segno di una vita normale che loro difendevano e rivendicavano, e che nessuno voleva riprendere. Volevano solo vendere la morte.

Cosa vuoi dire che manca, dunque, a molti dei fotoreporter di oggi, la dimensione etica?

Esattamente. Robert Capa, il grande narratore della seconda guerra mondiale, era un uomo di cultura. Il figlio di Errol Flynn morì tragicamente in Cambogia: voleva fare il fotografo freelance. Capa fondò una grande agenzia, la Magnum, proprio per difendere la professionalità del suo lavoro, mentre oggi si cerca lo scoop solo per ottenerne fama e soldi. I freelance di una volta, che facevano una scelta di vita, anche per ragioni politiche o ideologiche, è vero, ma che volevano raccontare i tempi lunghi e si ritagliavano lo spazio necessario per fotografarli, come me, Franco Cito, Romano Cagnoni, non esistono più, oggi. Esistono solo le tre categorie che ti dicevo: i fotografi delle grandi agenzie, i dilettanti e i freelance disposti a tutto.

In Kosovo andavano in aereo (delle Forze Armate italiane) per tre giorni, poi via: a cosa serviva? Cosa potevano mai raccontare? Senza dire che, per chi non è inserito in una grande struttura e che spende anche 200 milioni per te, non c’è mercato: via una settimana in Afghanistan, spendi 50 milioni e vendi foto per cinque. A questo punto, il fotogiornalismo diventa un turismo (di guerra) per ricchi sfaccendati o una catena di montaggio seriale, globalizzata, in cui le tecnologie avanzate e i sistemi digitali uccidono l’arte. Quale rotocalco oggi comprerebbe le 12 pagine di Eugene Smith “Vita di un medico di campagna”? La foto è diventata merce, il controllo non è più del fotografo, ma dell’agenzia. Oppure è dominio dei “paparazzi di guerra”, freelance prezzolati, lavoratori atipici pronti a tutti pur di vendere. L’orrore, s’intende.

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