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Letti per voi/Economia: per uscire dalla crisi serve una nuova cultura del rischio

Fabrizio Galimberti


Questo articolo e' apparso il 12 maggio su "Il Sole 24 Ore"

Forse l’unica consolazione della tragedia del Kosovo è stata quella di fornire una scusa a quanti si arrampicavano sugli specchi per spiegare la debolezza dell’economia italiana. Ecco finalmente un appiglio concreto cui appendere l’annerimento delle prospettive... E magari è anche vero: in effetti la contiguità fisica appanna la fiducia e infiacchisce le voglie di spesa più che in altri Paesi. Come è vero — per passare di crisi in crisi — che quella asiatica ci ha colpito più che gli altri: l’Italia nel 1997 si vantava con ragione di fornire la quota di maggioranza relativa del surplus esterno dell’area-euro, ed era l’unico Paese a registrare un avanzo commerciale negli scambi con le "tigri" asiatiche.

Tutto vero: ma la poca crescita dell’economia pre-data le varie crisi, e ha bisogno di una spiegazione autonoma. Una spiegazione che diventa tanto più urgente in quanto il fioco sviluppo italiano diventa un lamento internazionale, come ricorda giustamente Mario Monti sul "Corriere della Sera" del 9 maggio. Questi italiani, ravveduti sul fronte dei deficit e dell’inflazione, minacciano ora la Comunità di scarso dinamismo... Perché l’Italia non cresce?

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Molti articoli si sono aperti sul Sole-24 Ore con questo interrogativo. E le risposte spaziano dai difetti antichi (rigidità e fiscalità) all’ambiente nuovo (post-euro e globalizzazione). Fra i sospettati — ma a carico ci sono solo prove indiziarie — c’è il risanamento stesso dell’economia: lo sforzo è stato troppo intenso o troppo concentrato e l’economia italiana, secondo questa tesi, si accascia ora sul prato come un atleta prostrato al termine della maratona. A prima vista, questa tesi sembra curiosa: non si era sempre detto che l’economia era afflitta da molte magagne — alto costo del danaro, inflazione, svalutazioni a catena, deficit pubblici — e di queste ci dovevamo liberare? La saggezza convenzionale — cui chi scrive confessa di aver appartenuto — voleva che, entrati nella moneta unica e alleggeriti da quei fardelli, avremmo potuto cominciare a correre nelle terre promesse della crescita. Non è andata così. C’è una maniera di "incolpare" il risanamento senza cadere nell’estremo opposto di affermare che "si stava meglio quando si stava peggio"?

La tesi che qui si intende avanzare — e sottoporre a verifica empirica — è quella della "sindrome da astinenza". È una tesi che ha importanti conseguenze politiche e pratiche. Per capire la sindrome bisogna guardare alle "magagne" sopra descritte in modo diverso dal solito. Solitamente inflazioni, deprezzamenti, deficit e alti tassi vengono considerati come difetti in sé, categorie luciferine dell’economia da respingere con un vade retro, alterità nemiche rispetto a un corpo sano da preservare. Se tale è il caso, si capisce come l’asinello dell’economia italiana, una volta scrollatosi di dosso queste some, possa allungare il passo. Ma più realisticamente, questi pesi, presenti da decenni nel corpaccio dell’economia, si erano innervati nei comportamenti e nelle mentalità. La frase ricorrente di un’economia "drogata" da deficit e inflazione era ancor più vera di quanto si pensasse, perché la droga porta assuefazione. E togliere la droga non vuol dire togliere la spina dalla zampa del leone, come fece san Girolamo: vuol dire causare una "sindrome da astinenza" da cui si mette tempo a guarire e per cui abbisognano terapie specifiche.

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Questa tesi è passibile di verifica empirica. Si tratta di guardare all’esperienza di vari Paesi che hanno conosciuto periodi intensi di risanamento. Qual è stata la risposta della crescita alla catarsi dei conti? Ed è possibile spiegare questa risposta in termini dell’intensità del risanamento e, soprattutto, in termini della differenza fra la situazione prima e dopo la cura? Ove il "prima" è da intendersi nel senso sopra esposto, cioè nell’esistenza di un radicamento delle magagne nell’economia. Un fumatore accanito, che smetta di fumare, avrà tanta più difficoltà quanto più tempo ha convissuto col fumo. Ed è possibile rappresentare questo radicamento con la misura delle "magagne" in un lungo arco di tempo prima del risanamento.

Sono stati quindi passati in rassegna otto episodi di risanamento, in Italia, Gran Bretagna, Irlanda, Spagna, Danimarca, Svezia, Canada e Grecia, in periodi fra l’inizio degli anni Ottanta e la fine degli anni Novanta. La variabile da spiegare è la "risposta della crescita": per rendere questa risposta indipendente dagli andamenti generali dell’economia internazionale, si è guardato di quanto l’evoluzione del Pil reale nel Paese in questione si sia discostata dalla crescita dei Paesi partner. Il "risanamento" è stato definito come un miglioramento, nell’arco di tre anni, di almeno quattro punti di Pil nel saldo di bilancio strutturale (cioè corretto degli effetti del ciclo). Per costruire la variabile "shock da risanamento", tuttavia, non basta guardare alla pura stazza del miglioramento dei conti. Bisogna anche guardare, come detto sopra, a quanta nicotina c’era nel sangue del fumatore. Per far questo, si sono prese in considerazione quattro variabili — deficit pubblico, inflazione, svalutazione e costo del danaro — e per ognuna di queste si è calcolata la differenza fra il valore registrato alla fine della "guarigione" e il valore medio nel periodo dal 1970 all’anno precedente il risanamento. I risultati di queste cinque variabili — il risanamento e i quattro confronti fra l’anno della "vittoria" e le cattive abitudini del passato — hanno portato a cinque classifiche. E a ogni Paese si è attribuita una semplice somma "ordinale" dei posti ottenuti nelle classifiche.

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Il risultato è stato un indice di "shock da risanamento", di cui è stato verificato il potere esplicativo rispetto alla "risposta della crescita". I risultati sono confortanti (vedi grafico): l’indice spiega da solo più della metà del differenziale di crescita. E l’ipotesi di "sindrome da astinenza" è in particolare verificata per l’economia italiana. Questa registra sia il valore più alto dell’indice, sia la risposta più deludente della crescita: questa scarna risposta sembra insomma dipendere dalla violenza dello "shock da risanamento".

Le polemiche sul "di chi è la colpa" assumono allora altra luce. E assomigliano alle beccature dei polli di Renzo. La "colpa" sta nel fatto che era tutta la società a essere deficit-dipendente o inflazione-dipendente o svalutazione-dipendente. Le famiglie erano assuefatte ad alti rendimenti reali, le imprese erano assuefatte alla debolezza della lira, i politici erano assuefatti a spazzare i problemi sotto il tappeto del deficit... L’improvvisa ritiro di questi ripari ha portato a uno smarrimento da cui si fatica a riprendersi. La sindrome da astinenza ha bisogno di tempo per guarire, si è detto. Ma ha bisogno anche di terapie adeguate. Bisogna riconoscere che non è mancata nella società e nella politica la coscienza del fatto che alla fase del risanamento doveva seguire la "fase due" degli stimoli alla crescita. Ma la mancata percezione del pericolo — purtroppo divenuto realtà — di una sindrome da astinenza ha appannato l’urgenza dell’azione. Ora vi è il rischio fondato che, in mancanza di una guida energica, la sindrome diventi cronica. E per ovviare a questo rischio non vi è altra alternativa che creare nuovi sbocchi alle occasioni di crescita. Prendere dei rischi sul terreno della pressione fiscale, intensificare lo smantellamento dei regimi autorizzativi, la semplificazione burocratica, la demolizione delle barriere all’entrata, l’apertura dei settori protetti, senza dimenticare la cornice cruciale delle riforme istituzionali.

 

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