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"Commesse": le ragioni di un successo dall'A alla Z

Paola Casella


Quando una formula funziona sono molti a cercarne il segreto, e chiunque vi sia associato subisce un terzo grado perche' riveli quali sono gli elementi che hanno dato origine all'alchimia perfetta. Vale per la Coca Cola come per Padre Pio, e ora anche per Commesse, il serial televisivo che, dal 12 aprile, tiene inchiodati gran parte degli italiani davanti allo schermo di RAI1. Fin dal suo debutto, Commesse ha tenuto testa al primo passaggio (su Mediaset) di Independence Day, e gia' dalla seconda puntata ha raggiunto la vetta dei 10 milioni di audience, per uno share del 36,4%.

Sono cifre in linea con quelle ottenute da altri recenti successi televisivi: i16 milioni del Maresciallo Rocca, ad esempio, o gli 11 di Un medico in famiglia. E allora tutti a celebrare il successo della fiction televisiva all'italiana, considerata non solo come nuova avenue creativa per l'agonizzante cinema di casa nostra ("Siamo noi adesso il cinema medio, come in America", ha dichiarato la sceneggiatrice Laura Toscano, che firma sia Commesse che Il Maresciallo Rocca), ma anche come ancora di salvezza per quei registi e attori che sul grande schermo trovano via via sempre meno spazio.

E' vero, le protagoniste di Commesse -- Sabrina Ferilli, Nancy Brilli e Irene Pivetti -- sono interpreti di buon livello che anche in sala riscuotono un discreto successo commerciale, ma hanno bisogno della popolarita' televisiva per mantenere in vita la propria carriera cinematografica (non a caso due di loro, Ferilli e Pivetti, hanno gia' alle spalle l'esperienza di Sanremo, e la terza e' reduce dalla campagna pubblicitaria per la Lotteria nazionale); lo stesso dicasi per Giulio Scarpati di Un medico in famiglia o per Stefania Sandrelli del Maresciallo Rocca, se non addirittura per Proietti.

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La produttrice di Commesse, Edwige Fenech, e il regista Giorgio Capitani provengono invece da quel cinema italiano di serie B (leggi: soft porn) che ha avuto il suo momento di gloria negli anni Settanta ed e' poi stato accantonato insieme al borsello e ai basettoni (anche il nonno di Un medico in famiglia, Lino Banfi, proviene dallo stesso sottobosco). Capitani e' un veterano dei serial tv: era lui il regista di quel E non se ne vogliono andare, la miniserie interpretata dalla ex star del grande schermo Virna Lisi che nel lontano '88 ha inaugurato il filone della fiction all'italiana, affrontando l'italico tema della permanenza in casa dei figli cresciuti. Ha poi firmato la regia della prima serie di Un prete fra noi e le tre edizioni di Un cane sciolto, fino a dirigere il Maresciallo Rocca, oggi alla sua terza tornta.

Ma gli unici "talenti" prettamente televisivi del gruppo responsabile del successo di Commesse sono i due sceneggiatori, Laura Toscano e Franco Marotta, che stanno al piccolo schermo come Sveva Casati Modignani (pseudonimo di una coppia marito-moglie) sta alla letteratura. Grandi lavoratori, attenti ai cambiamenti del costume e alle fluttuazioni del gusto degli spettatori, Toscano & Marotta sfornano da anni successi televisivi, senza grandi pretese artistiche ma con un buon fiuto per quanto fa cassetta: dal Maresciallo Rocca all'Avvocato Porta (entrambi con protagonista Gigi Proietti) a Commesse.

Sull'onda del successo di Commesse (per il quale gia' si parla di sequel) arriveranno fra breve sul piccolo schermo altre storie di gente comune e professioni quotidiane: un serial dedicato a una tassista, uno al mondo degli asili nido, un altro all'ambiente della scuola. La stessa Fenech ha gia' in cantiere la miniserie Le madri, che abbinera' l'attenzione per l'universo femminile a quella, tutta italiana, per la maternita'.

Nell'impossibilita' di stabilire con certezza (soprattutto a caldo) quale sia stato l'elemento decisivo nel decretare il successo di Commesse, proviamo ad isolare alcuni elementi chimici della formula, disponendoli in ordine alfabetico, indipendentemente dall'entita' del contributo al risultato finale.

Accessibilita': Commesse non intimidisce, ne' per la complessita' della trama (lineare, con personaggi fortemente caratterizzati) e dei dialoghi (semplici, ricchi di colloquialismi), ne' per la spocchia delle interpreti, che si propongono in modo diretto, senza inutili divismi.

Attualita': evocata soprattutto a proposito del lavoro: la precarieta' dell'impiego, l'assenza di solide prospettive future, la necessita' di lavorare non per la gloria ma per la minestra, la frustrazione nel poter solo "guardare e non toccare" i beni in vendita, cioe' nel non poter aspirare a quel modello di vita che ci viene costantemente messo sotto il naso (vedi Beautiful) ma che rimane inaccessibile alla maggior parte di noi

Blue collar: le protagoniste sono, lo ricordiamo, commesse, anche se di un negozio di lusso. La loro estrazione sociale e' piccolo-borggghese, il tenore di vita medio-basso, la preparazione culturale scarsa (vedi le scene in cui la Brilli legge Intimita'). Facile identificarsi con loro, o -- ancora meglio --0 sentirsi loro superiori

Confezione: il prodotto sara' pure accessibile, ma non e' terra terra. La regia e' precisa e pulita, la recitazione competente, l'ossatura drammatica forte, l'appeal estetico elevato. Niente sciatteria ne' approssimazione, ma al contrario molto "mestiere".

Comune: e' la gente che popola Commesse, almeno nelle intenzioni degli autori. Nella realta', una con la faccia di Miss Italia (Anna Valle, che interpreta il ruolo della commesa piu' giovane) non lavorerebbe nella boutique del centro ma farebbe la velina a Striscia la notizia.

Continuita': sia all'interno della tradizione cinematografica italiana che in quella americana. Qui si potrebbe discutere per ore, ma ci limitiamo a osservare che Commesse si rifa' tanto al cinema dei telefoni bianchi quanto al filone poveri ma belli anni Cinquanta, (anche se allora fare la commessa equivaleva a mettersi in vetrina per farsi

notare dal futuro marito ricco), senza stare a scomodare il neorealismo, (la Ferilli ricorda piu' la Ralli che la Magnani, tanto per cominciare) o il Frank Capra di La vita e' una cosa meravigliosa, come suggerisce Capitani. Nel ritratto di un gruppo di donne che affrontano insieme difficolta' economiche e problemi di cuore c'e' anche una strizzatina d'occhio al cinema americano anni Trenta, dal Palcoscenico di La Cava a Le donne di Cukor, dal quale infatti la Fenech dichiara di aver tratto ispirazione.

Costruzione drammatica: le storie, anche se trite, sono ben congegnate, i personaggi fedeli a se stessi, le battute scorrevoli. Tutto gia' visto, ma grondante coerenza narrativa.

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Demagogia: abbastanza da rendere il serial appetibile al grande pubblico. Ripetuto sfoggio di solidarieta' verso i soggetti deboli ( la barbona che chiede alla Ferilli il prezzo dei vestiti in vetrina, il bambino down), tolleranza verso i gay, simpatia per le calamita' femminili.

Donne: le telespettatrici, oltre che le protagoniste del serial. A loro e' indirizzato il prodotto, e a loro va tutta la comprensione possibile, in quanto eroine della quotidianita', dilaniate da scelte impossibili, costrette a indossare decine di cappelli (o maschere) nell'arco di una sola giornata. Con molta attenzione, e non poca piaggeria, Commesse punta l'obbiettivo dritto sul loro universo, continuando a congratularsi con loro per il semplice fatto di esistere (e di guardare la tv).

Generazione: quella delle trentenni di oggi, che stanno ancora in mezzo al guado, spesso senza grandi prospettive. Pensateci: se questo serial fosse stato girato negli anni Cinquanta, le commesse avrebbero dieci anni di meno. La commessa trentenne senza marito e senza soldi sarebbe stata una figura tragica e marginale, non la protagonista della storia. Brilli-Ferilli-Pivetti sono li' a dirci che e' normale non avere ancora trovato la propria direzione allo scoccare dei trenta (e dei 40, vedi la proprietaria del negozio con figlio drogato)

Glamour: va bene la quotidianita', ma Brilli-Ferilli-Pivetti vantano un trucco impeccabile e acconciature a prova di superlavoro. Le luci, soprattutto quelle dei primi piani, sono soft, le inquadrature "costruite". Come nei film americani degli anni Trenta (o negli episodi di Beautiful) bisogna essere belle anche quando si soffre.

Incertezza: domina le vite delle tre commesse, esattamente come quella delle donne (e degli uomini) di oggi. Di nuovo, se anche Brilli e Ferilli (la Pivetti fa meno testo) sono tormentate da dubbi e sensi di colpa, forse anche noi siamo OK.

Intimita': siamo al tramonto delle ideologie, nessuno crede piu' ai politici, il posto fisso ce lo siamo scordati. Cosa ci rimane, se non i sentimenti? Commesse ci si butta a pesce, in perfetta sintonia con la tendenza generale di ritorno alla sfera del privato.

Italianita': l'unico modo per competere con Beautiful era quello di (ri)dimensionare i serial televisivi alla realta' italiana. Ecco allora gli interni carichi di soprammobili e cornici, gli spaghetti in tavola, il mammismo, la religione, il gallismo (vedi il commesso gay che tenta di rimorchiare i pochi clienti maschi).

Maschi: pochi, marginali, privi di personalita'. Ma, in perfetta coerenza con l'"innato" masochismo femminile, terribilmente importanti nella vita delle protagoniste che sono, si intende, molto migliori di loro, ma sempre "disposte a perdonarli"

Melo': l'amante ammalato, il bambino down, il figlio drogato, lo stupro, l'aborto, i grandi amori piu' o meno corrisposti. Sono i temi sopra le righe (aggiornati agli anni Novanta) del piu' tradizionale fuiletton (o della sceneggiata napoletana), che tira soprattutto quando abbiamo bisogno di individuare qualcuno che se la passa peggio di noi.

Parolacce: frequenti, completamente fuori tono all'interno di un simile baba', ma inserite come concessione all'attualita', in linea con altri serial televisivi e varieta' di successo (vedi Le iene)

Political correctness: di nuovo il commesso gay e il bambino down, la solidarieta' verso le donne e alla piccola borghesia: tutto very liberal.

Quotidianita': oltre che essere una scelta tematica, determina anche il ritmo narrativo, che infatti e' oppressivamente lento (e noioso)

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Rassicurazione: l'obbiettivo di tanto interesse per la quotidianita', di tanta attenzione al reale, di tutta quella empatia per le protagoniste. E' l'arma impropria del trio Capitani-Toscano-Marotta, sfoderata in tutti i loro serial. Ancora una volta, il messaggio e': tenete duro, loro ce la faranno, e anche voi.

Recitazione: tanto di cappello a Brilli-Ferilli-Pivetti, e anche alle altre. Sono professionali, composte, credibili. La cosa migliore del prodotto.

Retro': e' il fascino della serie, a cominciare dalla sigla iniziale, che utilizza una musica anni '60 e una carrellata sulla boutique Jack Norton, arredata in stile Alta Societa'. Una forma di "desuetudine", come ha scritto Aldo Grasso, che fa tanta nostalgia.

Ripetitivita': e' la caratteristica dei serial, e Toscano& Marotta non se ne vergognano. I loro personaggi si rafforzano attraverso la reiterazione dei loro tratti caratteriali, le battute si riecheggiano: ora della terza puntata sappiamo esattamente cosa aspettarci, e da chi.

Sintonia: dietro a Commesse si sente il lavoro di equipe, il buon rapporto fra le attrici. Di qui la percezione di un senso generale di

Solidarieta', non solo nei confronti del pubblico femminile, ma anche fra i componenti (soprattutto femminili) del team di Commesse

Umilta': del cast, ma anche del regista, nel confezionare un prodotto artigianale, e degli sceneggiatori, che hanno stilato un copione "di servizio", secondo regole drammatiche e commerciali incontestabili

Valanga: e' l'effetto che sta ottendo la fiction televisiva, e del quale senz'altro ha beneficiato anche Commesse. Al di la del merito dei singoli serial, ogni new entry riceve dal pubblico un'accoglienza fiduciosa, pronta a trasformarsi in abitudine (o assuefazione) anche quando il prodotto non lo merita

 

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