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286 - 14.10.05


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Il signor B. in
prima pagina
(parte quinta)

Daniele Castellani Perelli



Una nuova puntata dell’analisi di Daniele Castellani Perelli, su come i tre maggiori quotidiani italiani hanno parlato di Silvio Berlusconi negli ultimi dieci anni, un confronto delle prime pagine attraverso undici episodi emblematici della recente vita politica italiana.
Dal libro Giornali e tv negli anni di Berlusconi (a cura di G. Bosetti e M. Buonocore, con interventi di Luca Cordero di Montezemolo, Dario Di Vico, Ezio Mauro, Daniele Castellani Perelli, Marsilio – i libri di Reset, 2005).


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14 maggio 2001

Berlusconi 2, il ritorno
(Disorientamento)


La vittoria del centrodestra di Silvio Berlusconi alle elezioni del 13 maggio 2001 segna una nuova rivoluzione all’interno del sistema italiano, e i tre quotidiani mostrano disorientamento. La Stampa si disimpegna pilatesca, il Corriere apre un credito a Berlusconi e solo la Repubblica, pur delusa dalle prestazioni dei partiti del centrosinistra, prosegue nel suo tradizionale sostegno all’Ulivo.
La Stampa mostra un’equidistanza che sembra motivata più che altro dalla scarso entusiasmo per le due parti in gioco. Se però l’11 maggio Luigi La Spina è super partes, il 10 Augusto Minzolini («Ora e sempre opposizione») critica una sinistra che avrebbe condotto una campagna elettorale di mera opposizione all’avversario, rimuovendo anche «la lezione del D’Alema migliore, quella che considerava un errore mortale demonizzare l’avversario». «Risultato: la campagna elettorale – conclude il commentatore de La Stampa – si è trasformata in un referendum su Berlusconi, anzi, per Umberto Eco addirittura un Referendum Morale». La delusione verso le due coalizioni la esprime il direttore Sorgi, il giorno stesso delle elezioni, in cui descrive «un elettorato stanco e disilluso», mortificato da una campagna in cui ci sono stati poca «chiarezza, serietà e impegno», in cui è mancata una reciproca legittimazione, in cui nessuno dei due candidati ha saputo indicare «una possibile via d’uscita dal decennio di transizione in cui, purtroppo, la crisi italiana s’è avviata su se stessa». «E si va a votare in un clima da ’48, non solo per i toni aspri e la mediocrità degli argomenti adoperati», aggiunge Sorgi con accenti da antipolitica. Non c’è l’eccitazione del 1994 e del 1996, la sensazione di vivere un evento epocale. C’è il fatalismo di chi tutt’al più si prepara ad accogliere un male minore. Il quotidiano torinese non ha ancora imboccato la discesa che lo condurrà a perdere credibilità e prestigio, ma già si notano i primi segnali di una difficoltà. I commenti che portano al voto sono numericamente scarsi e qualitativamente poco efficaci e poco coinvolti (rispetto a quelli dei due concorrenti), ma è notevole che il giovedì e il venerdì prima delle elezioni vengano messe in primo piano interviste esclusive a entrambi i candidati (mentre la Repubblica intervista solo il «suo» Rutelli). L’apertura del 15 maggio è leggermente favorevole a Berlusconi, perché, a differenza di Repubblica, lo fa parlare e gli fa dire una frase ottimistica («Berlusconi: manterrò le promesse»), e soprattutto perché nel sommario l’immagine del premier è costruita attraverso azioni e parole rassicuranti («“I nostri alleati saranno soddisfatti”. Messaggio agli “amici dell’Unione Europea” e agli Stati Uniti. Elogi a Ciampi»). Rimane l’impressione di un giornale ancora imparziale, ma già si sente, rispetto agli anni della direzione di Mauro e delle collaborazioni di Bobbio, e Galante Garrone che La Stampa, probabilmente delusa dal quadro politico, appare incapace sia di battagliare sia di analizzare in profondità. Rutelli e Berlusconi pari sono, e poco importa chi vincerà. Anzi, come aveva concluso con rassegnazione Sorgi il giorno del voto, «è difficile scegliere, soprattutto quando è chiaro che sta diventando inutile».

Quanto a Corriere e Repubblica, i due principali giornali reagiscono stavolta in maniera diversa tra loro. Per il quotidiano di Ezio Mauro, alla vigilia delle elezioni, non c’è dubbio: anche se la maggioranza di governo ha spesso deluso, non c’è scelta, anybody but Berlusconi. Già nella prima pagina di martedì 15 maggio, il giorno in cui il risultato della consultazione è ufficiale, da una parte il Corriere titola con una specie di apertura di credito al nuovo premier, lasciandolo anche parlare nell’apertura («Berlusconi: “Subito il governo, manterrò le promesse”»), sottolineandone nell’occhiello e nel catenaccio l’immediato attivismo e un’iniziale ben augurante moderazione («Il leader del Polo annuncia che nel primo Consiglio dei ministri bloccherà la riforma dei cicli scolastici e azzererà le imposte su donazioni e successioni»; «Il Cavaliere rassicura l’Europa e lancia segnali di dialogo al centrosinistra»), due sue presunte qualità che sono state premiate dall’elettorato e a cui via Solferino in questo primo giorno vuole credere; dall’altra parte su la Repubblica questi elementi positivi scompaiono dall’occhiello e dal catenaccio: c’è una pagina meno densa, con un titolo quasi choc («Il governo a Berlusconi») e un editoriale del direttore dal titolo altrettanto a effetto («Il Cavaliere alla presa del potere»), che dà un’immagine arrembante del premier, quasi da barbaro che marcia assetato di potere. La distanza tra i due quotidiani è sintetizzabile con la vignetta di Altan su Repubblica, spaziosa, in evidenza, con l’amarezza di due elettori di sinistra dialoganti («Poteva andare anche peggio» dice l’uno, «No» replica secco l’altro): anche qui Repubblica ricorda che è un giornale di sinistra, di una parte, e che non vuole nascondere questa sua identità. Sul quotidiano romano domina l’amarezza per la vittoria del Berlusconi. In campagna elettorale il giornale si era apertamente schierato in favore dell’Ulivo, come dimostra l’intervento di Umberto Eco sulla prima pagina dell’8 maggio e l’editoriale di Eugenio Scalfari il giorno del voto. Eco aveva invitato a «non astenersi dal referendum morale», temendo l’instaurazione di «un regime di fatto» in caso di vittoria di Berlusconi. Il Fondatore, in un post scriptum impegnato, aveva invece precisato eloquentemente: «Del conflitto d’interessi non ho nemmeno parlato perché c’è un solo modo per risolverlo: rimandare Silvio Berlusconi ad occuparsi delle sue aziende. Spero vivamente che così accada». La delusione per l’insuccesso non è poi per nulla mascherata, tanto che Giorgio Bocca, il 16 maggio, in «L’eclisse dei valori comuni», scrive: «Non mi congratulo e non mi allineo. Sono storicamente allergico ai neofascisti “sdoganati” che ci ritroviamo al governo». Bocca segnala «l’eclissi di quel senso comune che aveva connotato la nostra vita comune di Repubblica democratica nata da una Costituzione democratica», e conclude: «Non poteva andare peggio, è scomparsa da questa Italia la decenza». La schietta amarezza, però, come già era successo nel marzo del 1994, convive con un’analisi lucida del risultato elettorale: il quotidiano d’opinione, in questo caso, convive con il quotidiano d’informazione. L’editoriale di Ezio Mauro può fungere da manifesto per la linea di Repubblica degli ultimi dieci anni, il programma di un quotidiano d’opinione, che si riconosce apertamente in una parte politica e culturale, ma che non per questo si abbandona alla disinformazione e alla faziosità. Il 15 maggio, in «Il Cavaliere alla presa del potere», Mauro scrive senza ipocrisia che quella di Berlusconi è «una vittoria che non ci piace, perché non pensiamo che quel modello di Paese, di leadership e di destra sia utile all’Italia di oggi». Detto questo, si ribadisce però l’impegno ad una critica onesta: «Racconteremo con scrupolo di cronisti l’avvento di quest’era berlusconiana, breve o lunga che sia, com’è nostro dovere, e come vuole il nostro mestiere, in democrazia: con serenità e con severità – perché le domande e i problemi che abbiamo sollevato in campagna elettorale sussistono tutti – sapendo che un giornale è solo un giornale, ma talvolta può rappresentare un pezzo di opinione, di cultura e di Paese. Qualcosa di importante, al di là di chi comanda in quel momento. Un’Italia di minoranza, a cui noi teniamo».
Per il resto, Mauro ripete due volte che la vittoria di Berlusconi è «legittima» ed è arrivata dopo una campagna elettorale «aspra ma pienamente regolare», così dissociandosi in partenza da certi settori della sinistra massimalista. Poi l’erede di Scalfari, con linguaggio pseudo-epico, definisce quella del secondo successo di Berlusconi «la data della presa del potere, l’anno-zero, l’avvio di un’epoca “rivoluzionaria”». Tornando su un concetto a lui caro, definisce il risultato «qualcosa di più di una semplice alternanza tra destra e sinistra alla guida di una grande democrazia occidentale». L’analisi riecheggia gli argomenti con cui la Repubblica aveva cercato di capire la sconfitta del 1994. Ezio Mauro, che accusa Fausto Bertinotti di aver regalato la vittoria a Berlusconi «con l’inseguimento folle, egoista e inutile dei suoi due senatori», spiega che «un Paese impaziente e insofferente» si è fatto domare da «un moderno populismo telematico e titanico», e aggiunge: «Berlusconi rappresenta antropologicamente, biograficamente, addirittura biologicamente un’altra Italia, che vuole impetuosamente “fare”, ma chiede di fare da sé – spiega Mauro – escludendo insieme lo Stato e il senso dello Stato, pur di pagare meno tasse e soprattutto di non avere più regole».

Il successo del centrodestra è registrato senza emozioni dal Corriere. Paolo Franchi, nell’editoriale del 15 maggio, spiega che la vittoria non è dovuta alle tv, ma a «quello che un tempo, quando amava scandagliare la società e cercare di coglierne le linee di tendenza, la sinistra avrebbe definito un blocco sociale», formato «in primo luogo da un’Italia che lavora e produce, che il centrosinistra non ha saputo o potuto né convincere né dividere né, tanto meno, sconfiggere». Il Corriere insomma tranquillamente registra gli errori del centrosinistra e i meriti del vincitore, a cui decide di dare una chance: «Sta a Berlusconi cogliere una simile opportunità – conclude Franchi – all’opinione pubblica giudicare se e quanto ne sarà capace. Senza pregiudizi. E senza sconti». D’altronde lo stesso direttore era intervenuto la domenica delle elezioni («La libera scelta degli italiani»), rassicurando che quello non sarebbe stato «in ogni caso, come ha paventato l’Economist, un giorno nero per la democrazia». Ferruccio De Bortoli spiega che il vero vincitore delle elezioni è il presidente della Repubblica Ciampi, che «non si è posto l’interrogativo di chi andrà al governo, bensì di quale Italia uscirà dalle urne». «E La Stampa indipendente ha garantito, rispettando ogni opinione, un confronto costante fra i diversi modelli di società proposti», ricorda De Bortoli. «L’equidistanza del Corriere ci è sembrata utile se non preziosa. Crediamo di aver contribuito a migliorare la qualità dell’offerta politica. Il nostro giornale è stato un tavolo delle idee. Un giornale aperto, non un partito. I lettori hanno potuto valutare i programmi fin nei dettagli, le posizioni di tutti. I nostri editorialisti hanno espresso anche orientamenti differenti, ma tutti uniti da un filo ininterrotto. Il filo del Corriere che lega insieme i valori di una democrazia liberale ed europea, nel segno della civiltà dell’informazione. Principi ai quali non abbiamo mai derogato e che saranno il metro con il quale giudicheremo, giorno per giorno, il prossimo governo». «Il centrodestra rappresenta una parte vitale e produttiva dell’Italia, comunque un blocco sociale», ammette De Bortoli, «ma un Berlusconi presidente del Consiglio, se vorrà essere riconosciuto come parte non anomala del centrodestra europeo, dovrà subito dare risposte alle grandi questioni sollevate anche dall’opinione pubblica internazionale (la teoria del complotto delLa Stampa estera è infondata). Senza perdere tempo, nelle prime due settimane del suo eventuale governo. Non nei primi cento giorni». E’ un passaggio importante. Il direttore del Corriere ricorda qui che sono ancora validi e irrisolti i motivi per cui il primo quotidiano d’Italia ha sempre guardato con diffidenza a Silvio Berlusconi. Certo, dall’editoriale di Mieli del 1996 qualcosa è cambiato. Sull’onda dell’ipergarantismo di quei commentatori liberal-conservatori che hanno dominato a via Solferino negli anni del centrosinistra al governo, è scomparso il riferimento ai problemi giudiziari del premier, e il pragmatismo della testata ha condotto la direzione a smettere di contestare la legittimità della premiership di Berlusconi (implicita invece nell’editoriale di Mieli del 1996). Il fatto che l’opinione pubblica abbia accettato Berlusconi e lo rivoglia a Palazzo Chigi basta a legittimare totalmente il leader di Forza Italia agli occhi del Corriere. Tuttavia De Bortoli promette di vigilare affinché il premier dia «risposte convincenti sul conflitto d’interessi, sulla netta separazione del politico dall’imprenditore nella trasparenza societaria». «Poi il Cavaliere potrebbe dire: giudicatemi solo dai risultati – conclude – Quello che appunto faremo noi. Con chiunque vinca».

La vittoria di Berlusconi sembra aver mischiato le carte, e ognuno dei tre quotidiani è andato per conto suo. La nuova rivoluzione berlusconiana si fa sentire, anche se presto le tre testate si ritroveranno su quelle posizioni sostanzialmente comuni, per merito di certi atteggiamenti e certe leggi del premier decisamente contrarie ai valori comuni di queste tre testate e alla cultura di grandissima parte dell’establishment tradizionale che esse rappresentano. Se La Stampa sembra al momento incapace di un discorso autorevole e si defila, la Repubblica mostra maggiore intransigenza verso quei valori comuni, che vede fortemente minacciati dal ritorno di Berlusconi. Il Corriere accetta senza alcun problema il risultato elettorale. La sua posizione non è mai stata identificabile, in questo decennio, né in una parte né nell’altra, e quindi il giornale non può che documentare serenamente il cambio di governo. Ben presto, d’altronde, ricorderà al premier che non è un quotidiano che fa troppi sconti. E che non tutto, al mondo, si può comprare.

6 novembre 2002
La Cirami è legge
(Le banane e i cani da guardia)


Se non fosse stato per il Papa, per Ciampi e per un’opinione pubblica decisamente contraria, il governo italiano di Silvio Berlusconi avrebbe probabilmente sostenuto più apertamente la guerra di Bush in Iraq, forse addirittura inviando simbolicamente un contingente militare come la Spagna di Aznar. Certo non sarà stato facile per il premier ritrovarsi contro, anche questa volta, tutta La Stampa italiana, Corriere della Sera in testa.

Il giornale di Ferruccio De Bortoli si schiera apertamente contro la guerra, e la sua posizione deve aver certo contribuito a dissuadere il premier dall’esporsi troppo nel suo tradizionale appoggio all’alleato texano. Il 9 febbraio, in un editoriale esplicitamente intitolato «Le ragioni per dire no», De Bortoli offre al giornalismo italiano una lezione di coraggio, che non fa mai male. Ricorda a molti che l’europeismo del Corriere non può limitarsi all’esibizione della bandiera europea sotto la testata, e con un accenno che sembrerebbe diretto anche ad alcuni suoi collaboratori euro-tiepidi (i Della Loggia, gli Ostellino, i Panebianco), scrive che «spiace leggere troppi autorevoli e sprezzanti giudizi sull’indecisa Europa», che «l’antieuropeismo cresce al pari purtroppo di quell’antiamericanismo strisciante che abbiamo sempre condannato». Il «no razionale» del direttore si basa sul no alla guerra preventiva, che «è il prodotto, pur comprensibile ma pericoloso, del neo unilateralismo americano» e che «soprattutto non è iscritta nel sistema condiviso delle regole internazionali». Riconfermando la tradizionale linea multilateralista e filo-Onu del giornale, De Bortoli invita a continuare «una pressione internazionale costante, un’ispezione prolungata, una vigilanza ferrea (con l’impiego dei caschi blu come pensano Parigi e Berlino)», e conclude il suo editoriale spiegando come sia proprio l’adesione ai valori autentici dell’Occidente a sconsigliare questa avventura bellica. «È la guerra continua l’eredità che lasceremo ai nostri figli in un Occidente più diviso e, dunque, più vulnerabile? È questo il modo migliore di dialogare con gli arabi moderati? E, soprattutto, con i giovani di quei Paesi, che saranno le classi dirigenti di domani, per convincerli che l’Occidente è libertà, democrazia, che rispetta e si fa rispettare e usa la forza soltanto quando vi è costretto?».
Sul Corriere il dissenso verso la politica di Bush, invero, è accompagnato da analisi spesso polemiche verso il fronte del no: così via Solferino mostra la sua distanza da la Repubblica. Ecco allora Galli della Loggia e Ostellino provocare la sinistra e i pacifisti, Panebianco attaccare a ripetizione la Francia di Chirac. Ma le voci contro la guerra sono più solide, l’indipendenza dal governo è assoluta, e se Franco Venturini, a due giorni dall’attacco, sostiene il suo «no della ragione» e profeticamente avverte che «questa guerra la si può perdere anche vincendola», il 22 marzo la prima pagina del Corriere è sublimemente intensa, commovente e convincente più di quella di Repubblica. Se su quest’ultima il titolo drammatico («Bagdad in fiamme») sovrasta una foto notturna della città infuocata, sul Corriere è l’immagine, analoga, a dominare la parte superiore della pagina. La prima del Corriere convince di più, perché tiene insieme la sobrietà drammatica del titolo («Bombe e missili, l’inferno su Baghdad»), dell’occhiello e del catenaccio (più a effetto, spettacolari e compiaciute certe espressioni de la Repubblica, come «scatta l’A-Day» e «decollano le “fortezze volanti”»), con l’aperta emozione dei titoli degli articoli («La morte negli occhi» dell’editoriale di Claudio Magris, «Un boato, l’onda d’urto e le pareti si sbriciolano» dell’inviato Lorenzo Cremonesi). Lo stesso editoriale dello scrittore triestino è un inno alla pace: «il volto della guerra è la sconfitta», «la guerra in Iraq è un errore disastroso», scrive Magris, che condanna «l’arroganza, l’ipocrisia e la superficialità» dell’amministrazione Bush. Su Repubblica i titoli degli articoli sono invece più stanchi, più freddi («A colpi di mitra contro i B52», «Quei soldati con le mani alzate», e soprattutto il banale «Vedere la guerra in diretta tv»), e cozzano con l’apertura «spettacolare». Se Repubblica non offre dunque una presentazione esaltante, il Corriere riesce invece a scaricare su questa prima pagina un lavoro coraggioso che dura da mesi: esplicitato il dissenso alla guerra, al momento dell’attacco americano decide di non tornare indietro, di non annacquare le proprie convinzioni in quella forma di terzismo che troppo spesso è facile «cerchiobottismo», se non proprio basso doroteismo: De Bortoli va fino in fondo, e tanta chiarezza gli sarà presto fatale.

Su la Repubblica il no alla guerra è netto, e i distinguo e le cautele dei Della Loggia e di Ostellino non trovano posto. «È una guerra sbagliata – scrive Ezio Mauro nell’editoriale del 19 marzo “La guerra sbagliata di Bush” – è il momento di dire con chiarezza che anche se raggiungerà l’obiettivo di liberare l’Iraq dalla tirannia di Saddam - come io mi auguro fortemente e come tutti dobbiamo sperare, nel momento in cui non si riesce ad arrestare il conflitto - questa guerra resta sbagliata». E se Scalfari il 23 marzo parla di «una guerra particolarmente sciagurata», il mondo pacifista non incontra quasi mai il fastidio che sul Corriere mostrano taluni, ed anzi il 21 marzo il taglio basso è dominato da un esaltante «Marea pacifista nelle città», con Curzio Maltese, autentico cantore del movimento, che soddisfatto annuncia che «questo secolo si apre con i cortei dei giovani pacifisti e non è un piccolo progresso». Le voci discordanti dalla linea editoriale sono rarissime, molto più rare di quelle del Corriere: c’è ad esempio Adriano Sofri, che l’11 marzo, a chi tifa per la sconfitta degli Usa, chiede provocatoriamente «Cari disobbedienti, tiferete per l’Iraq?». È peraltro singolare, e conferma la nostra impressione sulla presenza costante di valori di fondo comuni ai due giornali, che nell’editoriale del 19 marzo Ezio Mauro esponga la contrarietà di Repubblica alla guerra riecheggiando argomenti che abbiamo visto utilizzati dallo stesso De Bortoli. C’è la contrarietà verso un pacifismo «senza se e senza ma» («perché la guerra, strumento terribile, può in qualche caso essere giusta»), e c’è soprattutto la tesi che la guerra all’Iraq sia contraria ai valori dell’Occidente: «La democrazia, ecco il punto che abbiamo sempre sostenuto, può e deve difendersi soltanto restando se stessa […] Non è accettabile per un occidentale che un paese pretenda di “incarnare” una “missione” a nome della libertà, dell’Occidente e addirittura dell’umanità, saltando i passaggi di salvaguardia del diritto internazionale». Ezio Mauro, è vero, introduce una critica a Berlusconi che è assente nel discorso di De Bortoli (Mauro definisce quella del governo una politica da «sudditi velleitari» degli Usa e argomenta che è contraria a «i pilastri della politica degasperiana, che Berlusconi non conosce, ma che qualcuno dovrebbe ricordargli»), ma in un passaggio scavalca «a destra» il Corriere, quando sottolinea che «l’Europa ha lasciato l’America sola, dopo l’11 settembre». Rispetto a via Solferino, Repubblica è, pur con cautela, più filo-francese, ma Ezio Mauro per tutto il mese di marzo dà ampio spazio alle mille voci di americani anti-Bush, intellettuali e politici come George Soros, Richard Ford, Mario Cuomo, Jimmy Carter e Noam Chomsky.

Confrontata con questi due ottimi quotidiani di livello europeo, La Stampa del 2003 è un giornale di seconda fascia, deludente e senza identità. Già la prima pagina del 22 marzo è indicativa di come il quotidiano torinese abbia perso contatto dalle due testate, e sia ormai ad esse incomparabile per qualità e coerenza della linea editoriale, e per qualità del prodotto giornalistico. La grande foto che mostra un moribondo iracheno è chiaramente inferiore ai notturni di Baghdad che dominano le aperture di Corriere e Repubblica, e il titolo («Inferno di bombe sull’Iraq») è contraddetto da una evidente vignetta di Giorgio Forattini, come al solito fuori luogo, che mostra Saddam trasformarsi in una specie di Sergio Cofferati e con la frase «Saddam è vivo e lotta insieme a noi» polemizza inutilmente con i pacifisti. E come l’editoriale di Maurizio Molinari (un mero commento sulla situazione militare), anche la spalla di Igor Man, che pur analizza con bravura la posizione della Lega araba nel conflitto, non sembra capace di andare al centro delle cose: come se La Stampa avesse abdicato al suo ruolo di formatore dell’opinione pubblica, stretta contraddittoriamente tra una visione popolare e la vecchia ambizione di grande giornale di qualità. Il risultato è insoddisfacente. L’identità è scialba e non bastano le intelligenti analisi di Molinari, Man e Barbara Spinelli a risollevare un giornale che, senza quell’asse centrale, quella coerenza forte e radicata che appartiene al Corriere e a Repubblica, sbanda da posizioni di sinistra moderata a, molto più frequentemente, ossessioni tipiche della destra berlusconiana. E allora nei mesi di febbraio e marzo 2003 si rincorrono le invettive ai pacifisti e alla sinistra in generale, anche in questo caso mancando il fuoco della questione (20 marzo, Gian Enrico Rusconi, «Il rischio dell’Aventino pacifista»; 24 marzo, Elie Wiesel, «Non marcerò con i pacifisti»; 27 marzo, Gian Enrico Rusconi, «Sinistra pro-Usa cercasi»). Se Barbara Spinelli il 16 febbraio scrive, a un mese dall’attacco, che «forse ci si può sbarazzare di Saddam con una guerra fredda, senza gettare nel terrore il popolo d’America e quello d’Israele» e il 25 marzo Marcello Sorgi si trincera dietro posizioni terziste, le analisi che maggiormente affrontano il tema dell’intervento sembrano suggerire che La Stampa in fondo sostenga il conflitto nella stessa maniera in cui l’appoggia il premier Berlusconi, ovvero senza farsi troppo accorgere. Ecco allora che il 21 marzo, mentre un intervento di Kofi Annan si merita solo una spalletta (grande quasi quanto l’ennesima poco esaltante vignetta di Forattini), Enzo Bettiza nell’editoriale «Comincia l’atto finale» suona la tromba di Bush, descrivendo l’inutilità dell’Onu e prevedendo l’inizio di una nuova era per l’Iraq, cattivo profeta.
Ma la virata de La Stampa verso la destra berlusconiana è riassumibile con l’editoriale con cui il 6 febbraio Pier Luigi Battista accoglie lo scetticismo dei molti nei confronti delle presunte prove della colpevolezza di Saddam Hussein mostrate al Palazzo di Vetro da Colin Powell, il cui show (di cui lo stesso Powell si sarebbe pentito) viene definito «una lezione di democrazia, tra gli annoiati cori degli scettici». Però gli scettici avevano ragione, e La Stampa credette a quella che non era certo una «lezione di democrazia», ma semplice propaganda.
(continua...)

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