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285 - 28.09.05


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Il signor B. in
prima pagina
(parte quarta)

Daniele Castellani Perelli



Una nuova puntata dell’analisi di Daniele Castellani Perelli, su come i tre maggiori quotidiani italiani hanno parlato di Silvio Berlusconi negli ultimi dieci anni, un confronto delle prime pagine attraverso undici episodi emblematici della recente vita politica italiana.
Dal libro Giornali e tv negli anni di Berlusconi (a cura di G. Bosetti e M. Buonocore, con interventi di Luca Cordero di Montezemolo, Dario Di Vico, Ezio Mauro, Daniele Castellani Perelli, Marsilio – i libri di Reset, 2005).

Le puntate precedenti:
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3 giugno 1998
Bicamerale, inizio di una crisi
(La colpa di Silvio, la colpa di Massimo)

Nel giugno 1998 il centrosinistra al governo, che ha già rischiato di cadere nell’ottobre del 1997 per una crisi minacciata da Rifondazione comunista, vive gli ultimi mesi di gloria, e i tre maggiori quotidiani nazionali gli riconoscono il merito del raggiungimento di risultati notevoli, come l’ingresso nell’Unione monetaria. Anche l’ambizioso e generoso tentativo delle riforme costituzionali è da ascrivere ancora al centrosinistra e più in particolare al presidente della Commissione bicamerale Massimo D’Alema. Il fallimento di quello slancio riformista è invece subito attribuito dalla principale stampa nazionale, nonostante la propaganda berlusconiana, al leader dell’opposizione. L’iniziale compromesso di basso profilo della Bicamerale, realizzato tra l’altro a spese della tenuta della coalizione di governo, indebolisce l’immagine della maggioranza agli occhi degli osservatori dei tre quotidiani, segnando probabilmente l’inizio della crisi tra il Paese e il centrosinistra al governo: d’altronde, come spiega il 3 giugno sul Corriere Sergio Romano (che ha lasciato frattanto La Stampa), «tra governo e riforme vi è sempre stata, a dispetto delle tranquillizzanti dichiarazioni di D’Alema e di Prodi, una stretta relazione». Tuttavia rimane ancora una maggiore simpatia verso l’atteggiamento costruttivo, riformatore, comunque dinamico, degli esponenti della maggioranza, rispetto ad un distruttivo Silvio Berlusconi, di cui si riconoscono con facilità i veri obiettivi personali.

Sintomatici dell’atteggiamento del Corriere della Sera sono due editoriali di Angelo Panebianco e Sergio Romano. Il professore bolognese, il 1 giugno, ricorda il giudizio negativo verso il testo della Bicamerale, considerato di «bassissimo profilo», ma riconosce che il comportamento del leader dell’opposizione non era ispirato al senso dello Stato, ma era piuttosto «guidato soprattutto da due motivazioni», ovvero «il mancato accordo sulla giustizia» e «la percezione dell’esistenza di un asse sotterraneo fra D’Alema e Fini, che avrebbe forse potuto emarginarlo politicamente». Ma se Panebianco è persino meno tenero con D’Alema, il 10 giugno Sergio Romano descrive così i meriti del presidente della Bicamerale: «Quale segretario di partito ha dimostrato, in cinquant’anni di storia repubblicana, altrettanto coraggio? [...] D’Alema ha dimostrato di avere due delle virtù necessarie a un leader politico. Ha un grande disegno e ha il coraggio di perseguirlo personalmente, alla luce del sole».

Anche su La Stampa, non si nasconde un certo fastidio verso la mossa del capo dell’opposizione, tanto che, nella cronaca stessa del 3 giugno, è scritto che «le riforme sono state colpite a morte da Silvio Berlusconi». La delusione per il mancato accordo è espressa dal verbo icastico usato nell’apertura: «Riforme, affossata la Bicamerale». «Se il polo – scrive amareggiato Gian Enrico Rusconi nell’editoriale – ha cercato una rivalsa politica, ha reso un cattivo servizio alla democrazia percorrendo questa strada. Per dilettantismo o per cinismo si è incrinata la fiducia di molti cittadini verso questo ceto politico». Sul fatto che l’uomo di Arcore non si sia mosso, neanche in questa circostanza, con lo spirito dell’uomo di Stato, Edmondo Berselli, nell’editoriale del 1 giugno, non aveva avuto dubbi: «Ora è chiaro che il capo di Forza Italia ha sparato contro l’accordo con un intento esplicitamente politico: in primo luogo per scardinare l’intesa tra D’Alema e Fini, cioè l’asse fra postcomunisti e postfascisti in cui rischiava di restare intrappolato».

Amarezza anche dalle parti de la Repubblica, che il 3 giugno titola «Grande riforma addio» (rispetto ad un più neutro «Riforme, la fine della bicamerale» del Corriere). Nell’editoriale di Ezio Mauro, «Lo scambio impossibile», la posizione è chiara. Come il Corriere, anche il quotidiano romano riconosce che «il tentativo di varare la grande riforma nasceva da un misto di ambizioni, necessità, ambiguità». Anche qui, come al Corriere e a La Stampa, si è guardato alla Bicamerale con la coscienza che fosse necessaria una modernizzazione istituzionale, che le ambizioni dei protagonisti della Commissione fossero varie, che il testo finale fosse inadeguato e non entusiasmante. Anche qui le responsabilità del fallimento sono chiare: in modo ancora più esplicito e aspro di quanto facciano Corriere e Stampa, Mauro scrive che quell’alta ambizione riformatrice «si è risolta in una sconfitta perché ha creduto di poter governare con le leggi della politica - e della realpolitik - un’ambiguità che nasce fuori dalla politica, e ne prescinde. L’ambiguità è quella di Silvio Berlusconi, che cercava nelle riforme qualcosa che non era all’ordine del giorno della Bicamerale, perché politicamente inconfessabile: non un “cambio”, ma uno “scambio”», che consisteva, per Berlusconi, in «una sede di tutela reciproca e di rispetto garantito, come negli anni del Caf, dove le sue vicende aziendali possano mescolarsi alle riforme, le sue vicissitudini giudiziarie possano confondersi con i problemi del Paese, il suo ruolo non dipenda dall’esito del voto ma da un gioco delle parti prefissato». Il durissimo atto d’accusa di Ezio Mauro nei confronti del leader dell’opposizione s’accompagna però ad una amara delusione verso la gestione tutta della Bicamerale, e il suo presidente non viene risparmiato, così che D’Alema, per Mauro, «deve riflettere su metodi ed errori, perché la politica non è un origami o una battaglia navale». Il sarcastico riconoscimento dell’inadeguatezza del testo e dei suoi autori viene affidato a Curzio Maltese, che in «Quei padri mancati», come sempre ferocemente ostile al cosiddetto «inciucio» (o «patto della crostata»), a proposito del segretario dei Ds scrive che «l’impressione è che la fine della Grande Riforma, due anni di lavori per arrivare al nulla, sia una sconfitta soprattutto sua», e ironizza sul «genio della Grande Riforma» sconfitto dopo «due anni di volo a bassa quota fra i pantani del compromesso«. «Sicché dopo due anni di “caro Massimo» e “caro Silvio” – conclude velenoso il commentatore di Repubblica – eccoli lì, i mancati padri costituzionali. Uno al centro dell’arena, trafitto e scalpitante. E l’altro sui banchi dell’opposizione, perso come sempre dietro agli affari suoi, con l’aria corrucciata perché non gli hanno dato l’abolizione di mezzo codice e magari la deportazione di Borrelli».

18 aprile 2000
Cade D’Alema, fine di un matrimonio
(E Repubblica aprì l’ombrello della sinistra)

Se il tentativo bicamerale, figlio dell’Ulivo, pur testimoniando una coraggiosa e alta ambizione del centrosinistra, segna pur sempre un fallimento di quell’Ulivo, la caduta del governo D’Alema rappresenta l’inizio della fine. Dopo verranno solo tentativi (anche nobili ed efficaci, ma in una sempre crescente indifferenza dell’elettorato) di evitare l’inevitabile ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi. Il governo di Massimo D’Alema, che era succeduto a Romano Prodi nell’ottobre del 1998, cade in seguito all’ennesima crisi interna dei partiti della maggioranza, e alla successiva decisione del premier di legare la propria permanenza a capo del governo all’indiretta legittimazione popolare di un’eventuale vittoria alle regionali del 16 aprile, le quali videro al contrario il trionfo di Forza Italia e del centrodestra. I tre quotidiani dimostrano ancora sostanziale indipendenza dalla politica, e sono pronti a criticare gli errori del centrosinistra così come prima avevano fatto con il centrodestra. Senza troppo attenuanti, come risulta evidente dal titolo impietoso di Ezio Mauro su la Repubblica del 18 aprile 2000, «Il suicidio della sinistra». Quella del principale leader della sinistra è, per l’erede di Scalfari, una «sconfitta politica e personale», e «dietro la figura del premier sconfitto che abbandona il campo, c’è la rotta del centrosinistra italiano», mentre Berlusconi è andato «suscitando e raccogliendo energie nel territorio». Anche in questo caso, come era accaduto dopo la vittoria del 1994, la Repubblica non demonizza affatto il capo dell’opposizione (come era successo invece al momento del «proclama dell’ipermercato»), ma cerca di capire i motivi del suo rinnovato successo, registrando che ormai Forza Italia non è più un partito di plastica, ma è diventato «un partito di ferro, radicato nelle città e nelle periferie». Mauro guarda poi al centrosinistra e mette in risalto «l’egoismo di partito, la rendita di posizione, il peso della vecchia tradizione e la zavorra di apparati antichi e nuovi». Repubblica, come è sua linea, non fa mistero di essere un giornale di sinistra, e lo ricorda la vignetta di Altan in prima pagina, in cui l’uomo di sinistra percepisce in una ben definita parte del corpo il dolore dell’ombrello del destino. Tuttavia, pur essendo un giornale che si riconosce in una parte, nulla le vieta di arrivare a livelli di disapprovazione tali verso il premier da permettere a Curzio Maltese, lo stesso giorno, di accomunarlo a Berlusconi: «Hanno bluffato fino all’ultimo. Hanno occupato per intero la scena, con flotte aeronavali in giro per l’Italia, trasformando le elezioni in quindici regioni in un referendum su due leader». Anche in questo caso la Repubblica si concentra, da onesto quotidiano di approfondimento e non di propaganda, nell’analisi della sconfitta, che, ricorda Michele Serra, «consiste, sostanzialmente, nell’aprire l’ombrello prima di averlo estratto. Se un attimo prima tutta la colpa era solo esterna ora, di colpo, diventa solo interna».

La Stampa, con un editoriale di Marcello Sorgi (direttore dal settembre 1998) dall’emblematico titolo «Si chiude un ciclo», suona anch’essa la marcia funebre per il centrosinistra. Con il fallimento del governo, secondo il direttore de La Stampa, fallisce il riformismo di sinistra: «Un ciclo s’è chiuso […] Il dalemismo, inteso come tentativo ambizioso di rinnovare insieme il Paese e la sinistra, è entrato in crisi». Le colpe, anche in questo caso, non sono solo attribuibili all’arroganza del premier: «D’Alema – aggiunge Sorgi – era diventato una specie di alibi, di copertura, per una maggioranza che ha mostrato il suo lato peggiore agli elettori, convincendo anche i più restii a votarle contro». Il titolo d’apertura è cronachistico («D’Alema lascia. Polo e Lega: elezioni»), per nulla enfatico, come è nella tradizione del giornale negli anni Novanta. Ma sul quotidiano torinese, che ha cominciato a perdere l’autorevolezza e i lettori che tradizionalmente gli erano propri, appare anche l’intervento più dissonante. Enzo Bettiza, il 23 aprile, in «L’anomalia italiana» si accanisce sul vinto, con toni inutilmente anticomunisti. Perché «l’anomalia italiana» è per Bettiza ancora il Pci, o meglio, secondo la vulgata berlusconiana che Bettiza, su La Stampa, mostra di voler propagandare, la supposta antidemocraticità degli ex comunisti: «Con Massimo D’Alema che getta a mare la spugna, dopo due anni di tormentata navigazione fallisce il primo e finora unico tentativo di un governo occidentale presieduto da un politico di formazione e matrice comunista». Nella scrittura di Bettiza si assapora la gioia di un uomo che finalmente si sta vendicando del suo storico nemico, con un’ispirazione che a tratti si fa autenticamente berlusconiana: «D’Alema è diventato capo di governo di un Paese dell’Occidente democratico senza passare al vaglio di una franca consultazione elettorale, affidandosi prevalentemente alla fredda manovra di corridoio culminata nello sfratto di Romano Prodi». Citando per scherno finale Mao Tse-tung, Bettiza conclude così la sua tirata anticomunista: «E’ facile trattare con gli uomini di destra: dicono quello che pensano. E’ difficile trattare con gli uomini di sinistra: non dicono mai quello che pensano».

Mentre La Stampa da un lato, con Sorgi, si mantiene all’interno di quella linea sostanzialmente comune che abbiamo riscontrato finora nei tre giornali, e dall’altro, con Bettiza, da quella linea clamorosamente si allontana, sul Corriere della Sera l’impostazione non è diversa da Repubblica. Il titolo d’apertura è identico («D’Alema si dimette»). Anche qui si registra il disamoramento del Paese nei confronti del centrosinistra, e tuttavia, paradossalmente, i toni verso il premier uscente sono meno aggressivi di quelli usati da Curzio Maltese. Tocca a Galli della Loggia, nell’editoriale del 20 aprile («Il Boomerang della sinistra. L’antiberlusconismo non paga chi governa»), dipingere il quadro della morte del centrosinistra nel paese reale: «E’ un elettorato, ormai, che al massimo vota, ma che per il resto non c’è, non comunica nulla se non qualche più o meno rassegnato mugugno. La sinistra, insomma, che sembra avere ancora la rappresentanza del Paese politico organizzato (i sindacati, le grandi corporazioni, i grandi potentati economico-finanziari), e quella del notabilato socio-culturale (tutto cresciuto all’ombra degli apparati della Prima Repubblica), non sembra però avere più contatto con le emozioni e le passioni del Paese profondo, con i suoi rozzi ancorché concreti interessi, con gli “animal spirits” italiani». Nei confronti del politico che più di tutti ha rappresentato la sinistra negli anni Novanta, il bilancio di Indro Montanelli, il 19 aprile in prima pagina, è però generoso, tanto quanto lo era stato il ritratto di Sergio Romano dopo il fallimento della Bicamerale. D’Alema, secondo Montanelli, ha avuto il «merito di averci dato un governo che, salvo qualche eccezione, ha raggiunto buoni risultati lavorando con serietà, senza gare di protagonismo ed esibizionismo». La colpa dell’insuccesso, secondo l’ex direttore del Giornale, è nella «coalizione brancaleonesca» che «paralizzava qualsiasi intenzione decisionale» del premier. La motivazione di questo «non sparate su D’Alema» sta nel fatto che, come dice Piero Ostellino il 18 aprile, l’ex segretario dei Ds era l’unico che, in quel partito, aveva combattuto lo statalismo. Mentre a «Re Massimo» Gian Antonio Stella dedica un bellissimo ritratto, i liberalconservatori del Corriere, che in questi anni, con la sinistra al governo, acquistano sempre più influenza a via Solferino, attaccano il centrosinistra, segnalando che «la parte più ricca, moderna ed europea del Paese non accetta di essere governata da una coalizione che mantiene i tratti della vecchia sinistra statalista, che ha in un sindacato iper-conservatore il suo principale “azionista di riferimento”, e che fa più “riforme” stataliste (come, ad esempio, da ultimo, quella della sanità ) che liberalizzatrici» (Angelo Panebianco, «Il divorzio dal Nord», 18 aprile 2000). Il Corriere non volge le spalle al centrosinistra, anzi accoglie con soddisfazione l’incarico ad un riformista come Amato, nella speranza che sappia diffondere la sua modernità in una sinistra che ai liberali di via Solferino pare schiacciata dal conservatorismo del sindacato, col sospetto che, come scrive Panebianco il 26 aprile, nella maggioranza che sostiene il nuovo premier Amato ci sia «un estraneo», e cioè il premier stesso.
Le antenne della principale stampa italiana captano che una fase si sta chiudendo, che l’opinione pubblica è delusa da una coalizione che aveva saputo farla sognare, che il paese reale non si sente più rappresentato da questa maggioranza. Corriere, Repubblica e Stampa sanno cogliere lo Zeitgeist di questo momento. Sanno che ormai l’«armata brancaleone» del centrosinistra può solo rimandare l’inevitabile. Berlusconi è tornato.
(continua…)

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