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284 - 14.09.05


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Il signor B. in
prima pagina
(parte terza)

Daniele Castellani Perelli



È in libreria Giornali e tv negli anni di Berlusconi (a cura di G. Bosetti e M. Buonocore, con interventi di Luca Cordero di Montezemolo, Dario Di Vico, Ezio Mauro, Daniele Castellani Perelli, Marsilio – i libri di Reset, 2005).
Tutto quello che c’è da sapere, con dati e confronti europei e mondiali, sulla anomalia italiana televisiva, sullo sbilanciamento economico, politico, culturale tra stampa e video e sulle conseguenze che tutto questa ha sulla opinione pubblica, costretta a una dieta catodica unica al mondo.
Tra Mediaset e Rai un duopolio-monopolio che drena denaro e ha portato la quota della pubblicità televisiva a una inaudita percentuale record del 57%. Come si sono difesi i maggiori giornali nel decennio berlusconiano?

Proponiamo, a puntate, su Caffè Europa l’analisi, svolta da Daniele Castellani Perelli, su come i tre maggiori quotidiani italiani hanno parlato di Silvio Berlusconi negli ultimi dieci anni, un confronto delle prime pagine attraverso undici episodi emblematici della recente vita politica italiana.

Le puntate precedenti

Leggi la prima parte
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23 novembre 1994
L’avviso di garanzia a Napoli
(«Il Corriere della Sera
fa letteralmente schifo».
Parola di Fede)

La sera di lunedì 21 novembre 1994 Silvio Berlusconi riceve la comunicazione dell’invito a comparire per le tangenti alla Guardia di Finanza. La vicenda è l’ennesima prova dell’indipendenza sostanziale della stampa italiana dalla politica. E’ il Corriere della Sera a produrre lo scoop: il giornale che aveva fino ad allora mostrato maggiore cautela nel giudicare l’operato del Presidente del Consiglio non si tira affatto indietro quando riesce ad ottenere la clamorosa notizia. Gli altri due quotidiani riprendono il fatto il 23 novembre, con il grande rilievo che merita.

Su La Stampa Ezio Mauro assume una posizione istituzionale, piuttosto garantista ma allo stesso tempo molto critica nei confronti del premier, che la domenica precedente era stato bacchettato sulle stesse pagine da Norberto Bobbio, che aveva parlato delle «mosse sbagliate» del Presidente del Consiglio e di una democrazia resa sempre più «gracile» dalla logica dello «scontro frontale» attuata dall’esecutivo. La posizione de La Stampa è ben espressa da una prima pagina molto anglosassone (diversissima da quella di oggi): austera, con una foto neutra di Berlusconi e con una titolazione il più oggettivo possibile («Berlusconi inquisito: “Non mi dimetto”», e il sommario e l’occhiello sono altrettanto cronachistici). Sono poi i commenti a definire un giudizio molto chiaro, per nulla pilatesco, sulla vicenda. Quella aperta dal premier è «una crisi istituzionale pericolosissima», secondo il direttore del quotidiano torinese, che scrive fermo: «Un simile duello senza via d’uscita tra la politica e la magistratura non ci piace per niente». «Il premier – continua Mauro – sembra volersi rapportare solo al popolo che lo ha votato», come se «fosse sciolto da ogni obbligo istituzionale», mentre le accuse della magistratura dovrebbero preoccupare, visto che «sembra improbabile che dopo mesi di accertamenti i giudici si muovano soltanto sulla base di un teorema». La posizione filo-giudici è rafforzata dall’intervista al sostituto procuratore D’Ambrosio e dall’auspicio di Mauro che le opposizioni sappiano trovare una «via d’uscita» per Berlusconi, perché questi possa «passare la mano». A riequilibrare la posizione sono però le perplessità di Sergio Romano, il 24, sull’iniziativa della Procura milanese, e soprattutto l’atteggiamento garantista dello stesso Mauro, che precisa: «Berlusconi, colpito da un avviso di garanzia, ha secondo noi il diritto di difendersi senza l’obbligo d’immediate dimissioni».

Repubblica esprime tutta la sua disapprovazione per il coinvolgimento del premier nella vicenda giudiziaria. Quanto austero e british è il titolo de La Stampa, tanto enfatico e da tabloid è quello di Repubblica: «Mani pulite su Berlusconi». In occhiello dominano immagini catastrofiche («Bufera politica, tremano i mercati, tonfo della lira»), il doppio catenaccio è a grandi caratteri, e la foto è un capolavoro di malizia: si infierisce sarcasticamente sul premier mostrandolo mentre a Napoli si asciuga il sudore della fronte con la mano, in un atteggiamento facilmente equivocabile con quello di un uomo disperato. Anche nei commenti scompaiono le sfumature che abbiamo notato su La Stampa. Gianni Rocca, nell’editoriale «Emergenza istituzionale», ricorda senza sconti «l’irrisolto conflitto di interessi che Silvio Berlusconi portava con sé sin dal momento in cui decise di entrare direttamente nella battaglia politica», e sostiene che il presidente del Consiglio «deve restare al suo posto per consentire l’approvazione della Finanziaria», ma «poi rassegnare le doverose dimissioni». E’ la stessa identica posizione de La Stampa: rispetto delle Istituzioni e ricerca di una «via d’uscita» per Silvio Berlusconi. Anche l’editoriale di Mario Pirani, il 24 novembre, sostiene argomenti identici a quelli del quotidiano torinese: come Romano, per garantismo si associa al coro delle «giustificatissime critiche per la grave violazione del segreto istruttorio», e ricorda come l’inchiesta sia ben lontana «da una proclamazione di colpevolezza». Tuttavia, per senso delle Istituzioni, censura il «gravissimo scontro costituzionale» aperto dal premier: «L’attacco senza mezzi termini alla magistratura […] è qualcosa che non trova riscontro in tutta la storia d’Italia, neppure in epoca fascista». Gli editoriali di Stampa e Repubblica vanno al di là della semplice attualità, si interrogano sulla democrazia, non indulgono ad una facile e vana requisitoria, evitano di infierire nei confronti di un protagonista politico che non apprezzano affatto e che giudicano severamente. Riconoscono soprattutto, come fa Pirani, che c’è un problema di «valori» divergenti tra Berlusconi e il comune sentire della classe dirigente del Paese. Valori come quello «permanente della separazione dei poteri come fonte indispensabile dello Stato di diritto». Valori che, per Pirani, sono messi preoccupantemente in pericolo dal «consenso che su questa base, anche in questa circostanza, tanti italiani seguitano a dare a Berlusconi».

Il Corriere della Sera, come detto, produce lo scoop, ma questo non lo porta tuttavia a enfatizzare l’avvenimento. Si rifugge dal sensazionalismo e non si infierisce in alcun modo sul premier, dando prova di sobrio garantismo, identico a quello di Stampa e Repubblica. Ecco che le aperture del 22 e del 23 novembre sono le più oggettive possibili («Milano, indagato Berlusconi», «Avviso a Berlusconi: “Non mi dimetto”»). Il 22, in prima pagina, viene segnalata anche un’intervista a Ignazio La Russa, in cui l’esponente della maggioranza difende l’immagine e la buona fede dei giudici milanesi («La Russa: Mani pulite non coprì il Pds»): anche in questo modo il giornale di Paolo Mieli prende le parti del pool. Nell’editoriale del 23 («Ma la giustizia non è un’arma») lo stesso direttore si esibisce tuttavia in una prova di terzismo, cioè quella forma di equidistanza che i suoi sostenitori elogiano come «equilibrio» e gli avversari bocciano come «cerchiobottismo», criticando allo stesso modo gli attacchi di Berlusconi ai giudici e alle Istituzioni, le speranze dell’opposizione di rovesciare il governo per via giudiziaria, e persino il pool, nel momento in cui Mieli prevede che prima o poi si farà coinvolgere nelle polemiche. Insomma, sebbene inviti tutti a «lasciare i giudici liberi di fare il loro lavoro», il direttore del Corriere cerca di riequilibrare una linea che ad alcuni era apparsa troppo favorevole alla sinistra. Così sulla prima pagina del 27 Ernesto Galli della Loggia spiega che «se lo stato di salute della maggioranza è cattivo, quello dell’opposizione, bisogna aggiungere, appare pessimo». Nonostante una volta si colpisca il cerchio e una volta colpisca la botte, il Corriere della Sera questa volta sta attaccando Silvio Berlusconi. Ed Emilio Fede infatti, in una intervista citata da Repubblica, reagisce così: «C’è un grande vecchio dietro la strategia della tensione. Un grande vecchio che vorrebbe utilizzare anche una vicenda giudiziaria per buttare giù questo governo e sostituirsi a Berlusconi». Via Solferino, per il direttore del Tg4, «batte da tempo la strada della vergogna»: «Povero Mieli, per certi aspetti mi fa pena. Il Corriere della Sera è sempre stato un grande giornale – spiega Fede – Oggi si è ridotto a far campagna di partito, e tutti sappiamo di quale partito. Devo dire che fa letteralmente schifo».

22 aprile 1996
Fiducia all’Ulivo
(E Mieli dixit: «Berlusconi
non può fare il premier»)


Il modo in cui i tre quotidiani affrontano la campagna elettorale del 1996 non è che la logica conseguenza di quanto abbiamo detto finora. Nonostante le solite differenze (dovute a ragioni di tradizione e di mercato) tutti e tre si augurano che dalle urne esca un bipolarismo chiaro e di stampo europeo, e tutti e tre non nascondono una coerente scarsa simpatia verso Silvio Berlusconi.

Il Corriere della Sera mantiene il suo profilo di giornale «istituzionale», e quindi il più possibile, per tradizione, al di sopra delle parti. Tuttavia, sotto la superficie del terzismo mielista, a un’analisi più attenta non può sfuggire come, discretamente e razionalmente, il Corriere della Sera si schieri decisamente contro Berlusconi. Lo dice esplicitamente Paolo Mieli il 17 febbraio, nell’editoriale dal titolo «L’ultima occasione». Lo citiamo quasi interamente perché ha una rilevanza speciale. Il primo quotidiano d’Italia, per mano di quello che è stato il suo simbolo nello scorso decennio e che tuttora lo rappresenta, invita a non votare Silvio Berlusconi, contestandolo attraverso due accuse che a ben vedere sarebbero valide ancora oggi, il conflitto d’interessi e i suoi guai giudiziari: «Noi non ci auguriamo la vittoria del Polo se, come sembra, sarà guidato da Silvio Berlusconi e questi si candiderà a tornare a Palazzo Chigi. Con l’aggravante di veder prevalere, nella campagna del centrodestra, su quelli liberalmoderati, i toni di Gianfranco Fini». Mieli sostanzia la sua posizione ricordando come sia coerente con la linea tenuta dal giornale negli ultimi anni: «Inutile far giri di parole: come questo giornale non si è stancato di ripetere dall’inizio del 1994, Berlusconi non può fare il presidente del Consiglio. Perché non ha risolto il conflitto di interessi e perché è coinvolto in vicende giudiziarie che lo costringerebbero a fare un’umiliante (per lui e per il Paese) spola tra i Palazzi delle Istituzioni e quelli di giustizia». «Questa volta le promesse non bastano: Berlusconi ha avuto tutto il tempo per risolvere la questione sollevata dall’esser lui proprietario della Fininvest e di alcune altre aziende; o, quantomeno, ha avuto il tempo che occorreva per individuare qualcun altro che lo sostituisse alla guida dell’armata polista. Se non lo ha fatto – conclude inesorabile il direttore del Corriere – vuol dire che non lo ha voluto fare». Sintetizziamo: la presenza del «postfascista» Fini e il persistere del conflitto d’interessi di Berlusconi non possono coincidere con quella destra liberaldemocratica di cui il Corriere (e La Stampa e la Repubblica) si erano augurati la nascita tre anni prima. In più Mieli, coerente con il suo sostanziale appoggio all’inchiesta di Mani Pulite (dimostrata anche nell’episodio dell’avviso di garanzia «napoletano»), inserisce i problemi giudiziari di Berlusconi tra i motivi che dovrebbero indurre quest’ultimo a non candidarsi al ruolo di premier. E’ dunque ancora presente, al vertice di via Solferino, quella difesa dell’operato del pool di Milano che poi spesso verrà meno. Questa clamorosa e chiara presa di posizione politica non può essere affatto attenuata dall’ovvia promessa di obiettività ai lettori. Questa «obiettività», come ha notato Alberto Papuzzi in una sua analisi, si traduce, nei giorni precedenti il voto, in uno studiato alternarsi di editoriali che cercano di porsi sopra le parti, o tra i quali, quando sono schierati, il numero di quelli favorevoli all’uno sia uguale a quello dei favorevoli all’altro. Un’equidistanza che però è «viziata», ab ovo, da quella iniziale presa di posizione di Mieli.

La differenza tra il Corriere e gli altri giornali possono renderla bene gli editoriali dei due giorni precedenti il voto. Se sul quotidiano milanese, la domenica, Enzo Biagi invita ad andare al voto, ironizza sulle due parti con un esercizio di terzismo, ma tutti sanno che poi voterà Ulivo, su La Stampa l’atteggiamento non è poi così diverso: anche qui non ci sono chiare indicazioni di voto, ed anche qui si capisce che il favore va, pur senza troppo entusiasmo, verso il centrosinistra. Ezio Mauro esprime infatti un giudizio decisamente negativo sulla destra, definita «molto italiana», «nel populismo, nel leaderismo esasperato, nel nazionalismo-statalista che contraddice il liberismo su cui era nata Forza Italia» (sono le stesse accuse, coerenti, che Mauro aveva avanzato, come visto, all’indomani delle elezioni del 1994). D’altra parte però, il direttore del quotidiano torinese non è indulgente verso i ritardi e le divisioni del centrosinistra, e assicura che «la democrazia non corre alcun pericolo con la vittoria dell’uno o dell’altro polo».

Alla vigilia immediata delle elezioni, la Repubblica è l’unico giornale a dichiarare esplicitamente le proprie «indicazioni di voto». Lo fa Eugenio Scalfari, il sabato precedente la consultazione elettorale: «La ragione e il buonsenso secondo me consigliano un voto in direzione dell’Ulivo». I titoli dei tre quotidiani, dopo l’esito elettorale, tradiscono, con notevole uniformità, un certo ottimismo. Se infatti, nel marzo del 1994, due giorni dopo la vittoria i titoli avvertivano delle possibili difficoltà che il governo Berlusconi avrebbe incontrato nel rapporto con la Lega Nord, stavolta, nell’immediato, la minaccia di Rifondazione è ignorata. Il quotidiano romano è il più festoso. Il lunedì apre, a caratteri cubitali, con «Ha vinto l’Ulivo», e nel grande taglio centrale riporta una dichiarazione trionfalistica del futuro premier: «Prodi: al governo per unire il paese». Il martedì stessi toni, con un celebrativo «Il governo di Prodi» nel titolo, e con un catenaccio enorme che porta nell’anima il proverbiale ottimismo del leader dell’Ulivo: «E ora volano lira e Borsa». Il problema-Rifondazione è dribblato, per il momento, anche da Corriere e Stampa. Il quotidiano milanese, nella cui proprietà figura Giovanni Bazoli, banchiere amico del professore bolognese, titola più neutro: «Vince il centrosinistra, Ulivo al governo». Le parole fiduciose (e illusorie) di Prodi dominano anche qui l’apertura del martedì: «Prodi: “Un governo per cinque anni”». Identico l’atteggiamento del quotidiano torinese, che prima titola «Vince l’Ulivo: “Pronti a governare”», e poi, martedì 23, dà anch’esso voce all’entusiasmo del premier, «Prodi: ‘Nasce il governo dell’Ulivo”».

Il meglio della stampa italiana non mostra scetticismo verso l’entusiasmo che circonda il progetto prodiano, anzi sembra quasi fargli da accompagnamento. Ma l’attività del centrosinistra pian piano eroderà questa fiducia, e dall’altra parte la stampa stessa, dopo aver appoggiato indirettamente la coalizione, democraticamente inizierà un’opera di critica serrata. Il primo segnale viene al livello delle direzioni. A Roma Scalfari lascia la poltrona a Ezio Mauro, direttore de La Stampa e ex corrispondente da Mosca di la Repubblica. A Torino si accomoda un uomo vicino al centrodestra, Carlo Rossella: serve dinamismo e un pizzico di cattiveria per rompere il fronte di una stampa un po’ troppo filoulivista. E’ il maggio del 1996, e il centrosinistra deve dimostrare di essere all’altezza delle aspettative.
(continua…)

 

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