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247- 21.02.04


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“Etica sì, ma a fondo perduto”

Giulio Sapelli con Paola Casella


Giulio Sapelli è professore ordinario di Storia Economica presso l'Università degli Studi di Milano, dove insegna anche Analisi Culturale dei Processi Organizzativi, e dove è stato anche direttore del corso post laurea in Economia, impresa e discipline umanistiche tra oriente e occidente della Facoltà di Lettere e Filosofia. Gli abbiamo chiesto di inquadrare il discorso della responsabilità sociale delle imprese all'interno del quadro internazionale e alla luce del caso Parmalat.

Professor Sapelli, in che cosa consiste la responsabilità sociale di un'impresa?

Consiste in due movimenti transitivi: il rapporto con la comunità in cui l'impresa vive e opera, secondo cui l'impresa vede nell'aiutare lo sviluppo autonomo ed endogeno di quella comunità uno dei fattori della sua stessa crescita, e la scelta di concepire l'impresa oltre che come un attore economico anche come un attore istituzionale, un soggetto storico. L'impresa ha anche fini extraeconomici: il fatto stesso che essa esista crea ceti, classi sociali e culture. Porre questa nozione all'interno di un processo di tipo trascendentale, cioè farla passare da una semplice empiria ad una concezione consapevole, vuol dire considerare l'impresa un'istituzione della divisione sociale del lavoro di tipo durkheimiano, alla quale sono affidati dalla società non solo compiti economici ma anche compiti che per ora possiamo chiamare istituzionali.

In che modo si articola il comportamento etico delle imprese?

Per un mercato sostenibile

Olivetti, un imprenditore venuto dal Rinascimento

˝Etica sĎ, ma a fondo perdutoţ

Esistono due tipi di responsabilità: quella interna verso i propri people, che io chiamo "etica nell'impresa", e quella verso la comunità, che io chiamo "etica dell'impresa". Questi concetti partono filosoficamente dalla distinzione fra etica e morale, laddove la morale appartiene all'integrità personale, alla sfera della coscienza, mentre l'etica è la scelta consapevole di un gruppo di persone di condividere, in vista di un determinato fine, alcune sfere dell'azione morale.

Qual è il fondamento etico che dovrebbe sottendere all'operato di un'azienda?

Il rispetto della persona in tutte le sue forme e della comunità. Oggi, con l'avvento di un capitalismo a mercato dispiegato, si è aggiunto il rispetto di coloro che investono nell'impresa. Mentre le altre due dimensioni interessavano i cosiddetti stakeholder, quest'ultima riguarda gli shareholder, cioè gli azionisti. Oggi anche governance, transparency, discolsure e accountability fanno parte dell'etica dell'impresa.

Come mai questi concetti sono espressi, anche in Italia, quasi esclusivamente in lingua inglese?

Uno strumento per governare la complessit÷

Pochi controlli, ma chiari ed efficaci

Alla ricerca del manager illuminato

E' vero che la Germania è stata la terra di origine della responsabilità sociale delle imprese in un'economia a mercati chiusi, che ha riguardato il rapporto con la comunità in primis e poi il rapporto con i people - mediato anche da un certo paternalismo. Ma la responsabilità sociale dell'impresa inizia dal grande filantropismo del capitalismo anglosassone, che - ne sono profondamente convinto - è una forma superiore di civiltà rispetto al capitalismo eurasiatico, molto più barbarico. Su questi temi ci si esprime dunque in termini anglosassoni perché combinano le due grandi correnti storiche della corporate social responsibility, cioè quella verso gli stakeholder, di origine più europea, e quella verso gli sharelholder, di origine più anglosassone.

Quali probabilità ha una concezione della responsabilità delle imprese che ha origini anglosassoni di attecchire in Italia?

L'esperienza di Transparency International, della quale sono stato rappresentante in Italia anni or sono, insegna che la credenza nella legalità e nell'etica da noi è molto bassa: come diceva Leopardi nello Zibaldone, l'Italia ha solo usanze, non virtù. In Italia abbiamo sentito senatori della Repubblica che erano anche capi di grandi imprese osannare i loro dirigenti perché avevano rubato non per loro ma per l'azienda: qui non vale la responsabilità personale ma quella verso l'organizzazione.

Tuttavia ci sono segnali molto positivi, che non sono le varie forme di certificazione etica delle aziende, alle quali sono contrario. L'Italia è la terra delle piccole e medie aziende, dove l'impresa collima con l'imprenditore, e se l'imprenditore è una persona integralmente morale l'impresa può avere un comportamento etico. Tante piccole e medie aziende italiane cercano di fare stare bene i loro dipendenti, ne rispettano l'integrità e fanno molto anche per la comunità.

E' possibile che dietro questo atteggiamento ci sia la convinzione che un comportamento etico dell’impresa possa generare un maggiore profitto?

No, queste sono le stupidaggini di chi interpreta il magistero universitario come un modo per arricchirsi. Non c'è nessuna prova che un comportamento etico conduca al successo economico. Ci sono imprese eticamente mal dirette che fanno grandi profitti e imprese eticamente ben dirette che invece falliscono. L'altra nozione ingannevole che certi accademici diffondono è quella della sovrapposizione fra reputazione ed etica. Il valore reputazionale, cioè l'immagine esterna di eticità, non è il valore etico. Si può farne uso attraverso una buona politica di marketing e di pubbliche relazioni, ma spesso ad altissimi valori reputazionali non corrisponde un comportamento morale. Enron aveva un codice etico strepitoso, passava per l'impresa che trattava meglio i suoi dipendenti, perché aveva costruito un marketing della propria immagine, ma di fatto il suo comportamento era tutt'altro che etico.

Anche Bruxelles sta meditando di istituire un codice etico per le imprese...

Bruxelles si occupi della corruzione della sua burocrazia e ci lasci in pace. Io sono per l'autoregolazione delle imprese. Meno legge c'è, meglio è.

E' possibile almeno contemplare un'educazione etica per la dirigenza?

Certo! Ma bisogna rifarsi al concetto tedesco di formazione. Si può insegnare alla gente a rispondere a dilemmi etici, ci deve essere all'interno dell'impresa un clima che renda possibile dire di no davanti a cose alle quali la propria coscienza morale impone di dire di no, senza correre il rischio di essere licenziati. Ma non si può fare attraverso le leggi e le certificazioni. Temo l'insorgenza di professionisti dell'etica, che vanno a venderla in giro con la valigetta alla mano. Per carità!

Il caso Parmalat ha fatto più danno dal punto di vista etico o economico?

Quello Parmalat è un caso di corruzione, non di bad governance: è un fallimento dei controlli interni. Il problema morale di Parmalat, quello che interessa gli scienziati sociali, è come abbia fatto una cinquantina di persone a comportarsi così per dieci anni e a conservare il segreto. E' un interrogativo che finora apparteneva all'antropologia mafiosa, e adesso comincia ad appartenere all'antropologia manageriale.

Che cosa manca al dibattito sull'etica delle imprese?

L'elemento che sfugge è che l'etica di impresa incorpora in sè la problematica del dono, della gratuità dell'atto. Senza carità la giustizia è crudele, senza giustizia la carità è pelosa. Dobbiamo imparare a coltivare nella nostra vita uno spazio in cui donare senza ricevere nulla in cambio. Le imprese più etiche secondo me sono quelle che agiscono anche in quei settori dove non sono presenti imprenditorialmente: se do dei soldi per i bambini di un Paese dove non ho neanche una filiale o una banca compio un atto etico, che servirà a rafforzare il valore morale dei miei dipendenti e dei miei manager. Se poi alcuni miei dipendenti fanno anche del volontariato, allora ho fatto del bene alla mia società.

Quello del dono a fondo perduto non è solo un messaggio cristiano, proviene anche dall'Islam: le due religioni del Libro sono unite su questo tema. Il concetto di fratellanza musulmana non va visto solo nell'ottica del terrorismo. L'Islam è fondato sul dono: basti pensare che le banche islamiche fanno prestiti senza interesse. Perché quello dell'etica delle imprese è un valore universale.

 

 

 

 

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